Categoria: Approfondimenti

Nelle pagine del Rapporto sullo stato sociale un allarme sulla questione giovanile: e tra 15 anni la previdenza sarà al collasso

Bisogna cominciare dalle conclusioni per cogliere il senso del Rapporto sullo stato sociale 2011, incentrato su giovani, crisi e welfare e curato dall’economista Felice Roberto Pizzuti, docente di Politica economica all’università Sapienza. L’indagine, annualmente redatta con il sostegno del dipartimento di Economia e diritto della Sapienza e del Criss (Centro di ricerca interdipartimentale sullo stato sociale), fa luce su una situazione sociale al collasso. «Se gli adulti che oggi hanno maggiori responsabilità decisionali avranno la capacità di invertire le tendenze economiche, sociali e politiche sfociate nella crisi globale, la condizione presente e futura delle attuali giovani generazioni di cittadini europei potrà avvantaggiarsene». Pizzuti ha concluso così il suo intervento alla presentazione del Rapporto presso la facoltà di Economia dell’ateneo romano, auspicando un cambiamento di rotta delle politiche governative.Il Rapporto parte da un dato: se nel 1980 le persone tra i 15 e i 29 anni erano il 22% della popolazione, adesso sono il 16%. Un crollo che rende i giovani non solo una minoranza, ma anche un elemento privo di peso sociale. In un paese in cui i padri di questa generazione hanno potuto garantire condizioni economiche più favorevoli rispetto a quelle vissute in prima persona, ma «se si analizzano i problemi attuali dell’entrata nel mondo del lavoro e quelli attesi sia nel periodo lavorativo sia negli anni della pensione il confronto è decisamente sfavorevole ai figli».A colpire è soprattutto un aspetto. Si dice che questi figli «nati e cresciuti in un contesto medio di abbondanza sconosciuto ai padri, sono psicologicamente disarmati dall’erroneo convincimento che le scelte in materia di formazione e di lavoro non siano vincolate dallo stato di bisogno, ma occasioni di realizzazione individuale». Mentre la crisi economica rimette in discussione tutto, compresa la possibilità stessa di autosostentamento indipendente dalla famiglia. Alle giovani generazioni viene spesso rinfacciata  la mancanza di umiltà e la scarsa voglia di mettersi in gioco accettando lavori di ogni tipo. Si finisce per colpevolizzare insomma chi, dopo aver studiato per anni puntando una meta professionale, si sia incaponito a volerla raggiungere a tutti i costi, mentre avrebbe dovuto solo imparare ad adattarsi alla realtà. Un discorso che a tratti appare un po’ ingiusto. C’è poi una parte del Rapporto dedicata alla cosiddetta “overeducation”, ovvero l'eccesso di specializzazione in rapporto al mestiere svolto. Il tasso di occupazione medio europeo per i laureati sotto i 30 anni, riferisce l’analisi, raggiunge l’86% con una retribuzione pari al 40% in più della media. In Italia invece i laureati non ancora trentenni con un impiego sono il 60%, e guadagnano solo il 15% in più. Il gap – confermato da dati per cui ad esempio il 20% dei laureati triennali svolge un lavoro per cui la laurea non è richiesta - si spiega facendo riferimento alla struttura del sistema produttivo italiano, dove prevalgono lavori che non richiedono formazione universitaria (e di qui il basso investimento nell’istruzione). E anche quando i posti si liberano, per esempio a seguito di pensionamenti, «spesso o non vengono riassegnati o vengono coperti con contratti meno appetibili». Il vero problema, sottolinea Pizzuti, è nella «scarsa capacità del sistema produttivo di creare buona occupazione e risorse da distribuire tra tutte le generazioni».La questione previdenziale poi è uno degli elementi più allarmanti dello studio. «Il calo della copertura pensionistica offerta dal sistema pubblico sarà naturalmente maggiore per i non pochi lavoratori cui si prospetta la combinazione di una carriera lavorativa discontinua, lunghi periodi di contratti con basse aliquote contributive e retribuzioni salariali modeste». E il problema «manifesterà maggiormente il suo impatto economico e sociale solo tra 15-20 anni, ma è già adesso che richiede di essere affrontato con modifiche dell’assetto normativo». Pizzuti lancia come idea argine del problema l’equiparazione al 33% delle aliquote contributive dei lavoratori parasubordinati «per eliminare una differenziazione del costo del lavoro economicamente e socialmente distorsiva che incentiva rapporti di lavoro instabili e settori produttivi meno innovativi». Susanna Camusso della Cgil [nella foto] gli fa eco nel corso della tavola rotonda: «Bisogna evitare di continuare a moltiplicare le forme previdenziali. Una parte del problema è che è sui lavoratori che pesa maggiormente la contribuzione, perché spesso le imprese la evadono. Costruendo un sistema troppo povero oggi, si sta creando un debito per il paese che verrà».Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento leggi anche:- «Precari. Storie di un’Italia che lavora» Il libro di Marianna Madia accende il dibattito tra Tremonti e Camusso sul welfare per gli atipici - «Caro Gesù Bambino, ti chiediamo una pensione per i precari»: il direttore della Repubblica degli Stagisti e altri quattro giovani scrittori lanciano una proposta

Quasi 80mila studenti universitari ogni anno fanno stage negli enti pubblici italiani: ma con quali garanzie di qualità?

All’interno dell’indagine che annualmente Almalaurea produce per fornire un quadro dettagliato dei laureati dell’anno precedente, una intera sezione è dedicata ai tirocini. In questo modo si riesce a verificare quanto questo strumento sia utilizzato all’interno dei percorsi formativi accademici. Quest’anno emerge che 109.250 giovani, vale a dire il 56,8% dei 192.358 che si sono laureati nel corso del 2010 in una delle università che fanno parte del consorzio Almalaurea, al momento della proclamazione a «dottore» avevano all’attivo almeno una esperienza di tirocinio durante il percorso di studi.Considerando che Almalaurea copre il 77% dei laureati italiani, facendo un rapporto si può anche ipotizzare che il numero totale dei laureati 2010 con uno stage nel cv sia di poco superiore a 134mila (il 56,8% di 236.600).La Repubblica degli Stagisti ha chiesto ad Almalaurea di ripescare, all’interno della grande mole di informazioni raccolte, alcuni dati che nelle precedenti edizioni dell’indagine erano stati inseriti, e che in quest’ultima – probabilmente per esigenze di sintesi – erano invece andati perduti. Quello più importante è relativo al luogo di svolgimento del tirocini. Da qui emerge che oltre la metà dei tirocini universitari avviene in uffici pubblici: ci si arriva sommando la percentuale di stage svolti presso enti o aziende pubbliche (34,2%) a quella degli stage svolti direttamente all'interno atenei (23,8%), che nella stragrande maggioranza dei casi sono pubblici. Se il totale degli studenti stagisti Almalaurea è 109.250, e il 58% di essi ha fatto la sua esperienza all’interno della pubblica amministrazione, il calcolo è presto fatto: oltre 63mila studenti universitari si sono riversati – idealmente, l’anno scorso – negli enti pubblici italiani. Anche qui, partendo dal fatto che Almalaurea rappresenta i tre quarti dei laureati italiani, si può fare un  ulteriore passo avanti e provare a dedurre il numero totale: dal calcolo, assolutamente deduttivo, emerge che gli studenti stagisti, considerando tutti gli atenei italiani, sarebbero più di 77mila ogni anno. Tornando ai dati certi di Almalaurea, in particolare fanno stage quasi esclusivamente in strutture pubbliche gli studenti di medicina, odontoiatria e altri corsi di studi legati alle professioni sanitarie (oltre nove su dieci), e quelli di facoltà geo-biologiche (più di tre su quattro, sommando il 56,1% che lo svolge in ateneo e il 21,6% che va in qualche ente). A seguire, gli studenti di psicologia (due su tre: il 43,4% in enti, più un 23% in università) probabilmente per l’alta propensione di asl e ospedali ad accogliere tirocinanti – non di rado, purtroppo, per far fronte a buchi di organico. A seguire, vanno spesso in strutture pubbliche gli studenti di lettere (quasi due su tre: 30,2% in università e 35,4% in enti) e di materie politico-sociali (tre su cinque: l’11% in università più il 45,7% in enti), e quelli che frequentano facoltà legate all’insegnamento (58,7% in enti, più un piccolo 4,9% in ateneo). Alta anche, un po’ a sorpresa, la percentuale di chi fa stage nel pubblico mentre studia materie giuridiche (14,3% in università e 32,3% in enti): sarebbe forse più logico pensare che gli studenti preferiscano fare esperienza negli studi legali, ma in effetti sempre più tribunali, prefetture e avvocature aprono posizioni di tirocinio al loro interno. All’estremo opposto, per chi studia materie economico-statistiche lo stage in un ente pubblico è più raro (poco più di un caso su cinque, 8,3% in università più 14,5% in un ufficio della p.a.): mentre quasi due su tre si indirizzano invece verso il mondo aziendale. Ricapitolando: dei 109.250 laureati Almalaurea del 2010 che hanno svolto uno o più stage mentre studiavano, il 58% lo ha fatto «prevalentemente» in ambito pubblico; un altro 29,5% è andato in un’impresa privata; il 2,9% in enti di ricerca. Vi è poi uno studente-stagista su dieci non meglio identificato: l’8,4% degli intervistati ha infatti indicato genericamente «altre organizzazioni», che si può presumere ricomprendano associazioni non profit, fondazioni di tipo artistico-culturale e così via, e infine un 1,2% non ha dato indicazioni sul luogo in cui ha svolto lo stage.Questi dati mettono di fronte all’assoluta urgenza di censire gli stagisti negli enti pubblici italiani – tutti gli stagisti, non solo gli studenti universitari – e di assicurarsi che la pubblica amministrazione sia in grado di offrire percorsi formativi seri e tutor competenti, e di assicurare che gli stagisti non lasciati a scaldare la sedia o, all’estremo opposto, utilizzati come dei dipendenti aggiuntivi.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Almalaurea fotografa i laureati del 2010 e lancia l'allarme: in Italia ce ne sono troppo pochi in confronto al resto d'Europa- Almalaurea, crollano occupazione e stipendi dei laureati. E chi fa uno stage ha solo il 6% in più di opportunità di lavoro

Lo Youth Forum: «Gli stage gratuiti e senza prospettive ci sono in tutta Europa, e spesso sono sacrifici inutili»

Quando un grazie non basta - ammesso e non concesso che lo si riceva. Il sito dell'Oecd, l'organizzazione internazionale per la promozione del benessere economico e sociale dei 34 Stati membri, ha recentemente ospitato un articolo dal titolo «Thanks, but no thanks!» a cura dell'European Youth Forum, la piattaforma transnazionale costituita da un centinaio di ong e associazioni giovanili che lotta per i diritti delle nuove generazioni. Lavoro in primis. Il Forum ha lanciato da poco un sondaggio per monitorare la qualità dei tirocini in Europa, sulla falsariga dell'«Identikit degli stagisti italiani» promosso dalla Repubblica degli Stagisti e dall'ente pubblico Isfol nel 2009. La survey è ancora aperta: finora hanno risposto in 1400 e a guidare la classifica dei più partecipi c'è proprio l'Italia, da cui arriva quasi il 15% dei questionari (seguono Germania e Romania con rispettivamente 12 e 9,5%), anche grazie all'articolo apparso su questo sito qualche giorno fa. L'Eyf approfitta di una vetrina importante come il portale dell'Oecd per ribadire la sua posizione, che in sintesi è: ricevere solo un "arrivederci e grazie" alla fine dello stage non è più una condizione sostenibile e si deve cambiare. «Quando si vuole davvero qualcosa, si è pronti e anzi ben disposti a fare sacrifici, sperando che alla fine si verrà ricompensati», si legge nell'articolo. «Questo approccio è generalmente ben visto dalla società: devi lavorare sodo per raggiungere un obiettivo. Ma quanto dovrebbero essere disposti a sacrificare i giovani per guadagnarsi da vivere?». Spesso si inizia uno tirocinio,  anche poco convincente - non in linea con i propri studi, o in un'altra città, gratuito - con la convinzione che da cosa nasce cosa, o perché non si ha di meglio da fare e l'inattività spaventa, perché la gavetta tocca a tutti. E via di stage «precari», a zero soldi e zero prospettive. Ma l'European Youth Forum non ci gira intorno: «Dopo uno, ce ne sarà un altro, e poi un altro. E per molti saranno sacrifici inutili: non serviranno da trampolino di lancio, nessuno vi offrirà il lavoro dei vostri sogni. Stage di questo tipo aggiungono una riga o due al curriculum, ma non sono la soluzione». Possono sembrarla nell'immediato, ma in realtà non fanno che aggravare la situazione.Per trovare una via d'uscita bisogna innanzitutto conoscere con precisione il problema. «Lo stage viene per lo più escluso dalle statistiche sul lavoro perché gli stagisti spesso non sono più studenti, ma non sono nemmeno considerati lavoratori». Insomma non interessa a nessuno sapere cosa fanno e se sono soddisfatti. Ecco quindi il sondaggio del Forum, preceduto nel 2009 dalla Youth Employment Action, un programma che "mappa" le best practice nazionali ed europee in fatto di stage, raccoglie informazioni e le mette a disposizione di ragazzi e datori di lavoro. L'obiettivo finale, stabilito nel 2008 dalla Commissione europea e condiviso dal Forum - e naturalmente anche dalla Repubblica degli Stagisti - è invece quello di elaborare una European Quality Charter on Internship, una griglia di valutazione europea che fissi dei parametri minimi del "buon stage", al di sotto dei quali enti ed aziende verrebbero ostacolate nel ricevere interns e gli aspiranti stagisti farebbero bene a guardare altrove per la loro esperienza sul campo.  «Quando si è giovani e ci si sente frustrati si vorrebbe cambiare il mondo da soli in un giorno, ma questa è una battaglia sociale, che va combattuta insieme, e la speranza è quella di arrivare a soluzioni vere nel giro di qualche anno», dice uno dei ragazzi intervistati dall'Eyf in occasione della Eu Youth Conference che si è tenuta l'anno scorso in Belgio [guarda il filmato]. L'invito è quindi quello di fare rete, condividere esperienze e informazioni, ed essere attivi. Il sondaggio promosso dallo Youth Forum è solo uno dei molti spunti possibili da cui cominciare ma, parlando sempre di piazze virtuali, c'è a disposizione anche il forum della Repubblica degli Stagisti, che con la nuova iniziativa Milledodici allunga anche la lista degli strumenti a disposizione dei giovani per entrare (dignitosamente) nel mondo del lavoro e non farsi sfruttare.  Annalisa Di Palo Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Lo Youth Forum lancia il sondaggio «Internship experience in Europe» per tracciare un identikit degli stagisti europei- Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no»- Il video di Europarl TV sul problema degli stage gratuiti e dell'occupazione giovanile in Europa

Tutti geni i neolaureati italiani? Nuovi dati Almalaurea: alla specialistica il voto medio è 108, con punte di 111 per le facoltà letterarie

Tutti geni gli studenti universitari italiani? La provocazione parte dal Forum della Repubblica degli Stagisti, dove qualche settimana fa il lettore Lucecco ha aperto una discussione dal titolo «28 politico? No grazie!». Puntando il dito contro gli esamifici che sfornano 30 e lode immeritati, col risultato che poi tutti si laureano con 110 e quindi anche i selezionatori del personale non trovano nel voto un valido sistema per scremare i curricula. Una sorta di doping del mercato dei laureati.Qualche giorno fa sono usciti i nuovi dati di Almalaurea relativi ai laureati del 2010 - 192mila sparsi nei 56 atenei che fanno parte del consorzio. Ne viene fuori che mediamente il voto di laurea è 103; più nello specifico, alla triennale si esce con 100,6; dai corsi di laurea a ciclo unico con 105,1 e dalla specialistica con 108,1. Niente di nuovo, comunque. Un elemento importante che il Rapporto Profilo dei laureati evidenzia infatti è che negli ultimi anni anni non c'è stato un innalzamento dei voti: nel 2001 il punteggio medio degli esami era poco più di 26 e il voto medio di laurea 102,5, sostanzialmente invariato rispetto ad oggi. E dov'è che ci si laurea più frequentemente con 110 e lode? In cima alla lista c'è la classe delle facoltà di Medicina e Odontoiatria: qui quasi la metà degli studenti ottiene il massimo del punteggio. Considerando anche il 29,6% di quelli che prendono da 105 a 110, si evince che tre su quattro di laureano con un voto alto; di converso, meno di uno su dieci prende meno di 100. Subito alle spalle dei futuri medici ci sono i letterati: nelle facoltà di lettere, filosofia, beni culturali o comunicazione a laurearsi con la lode sono quasi due studenti ogni cinque, più un altro terzo che prende da 105 a 110. Le due grandi fucine di voti alti sono dunque queste: a seguire, piuttosto distanziate, ci sono le facoltà geo-biologiche (33,7% di 110 e lode più 26,6% di voti superiori al 104), architettura (qui la lode è un po' più difficile, ci arriva solo uno su cinque, mentre la fascia che prende tra 105 e 110 è ben nutrita: 38,6%) e lingue (un quarto di 110 e lode, a cui si aggiunge un 31% di 105-110). In fondo alla lista stanno economia, ingegneria e giurisprudenza, che si confermano quelle dove è più duro strappare voti alti: gli ingegneri con la lode sono solamente 17,2 ogni cento (più un 23,2% che ottiene un punteggio maggiore di 104), più o meno quanto gli economisti e gli statistici. Tra gli aspiranti avvocati, sopra il 104 arriva solo uno studente su tre, e la lode la ottiene uno su sei. Fanalino di coda Educazione fisica dove i professori sono estremamente parchi coi voti: concedono infatti la lode solamente al 14,3% dei loro allievi.Inoltre Almalaurea realizza anche per i laureati di secondo livello un confronto fra il voto di laurea conseguito al termine del biennio conclusivo e il voto del titolo di accesso, cioè quasi sempre il voto della laurea di primo livello. Si scopre qui che nel gruppo disciplinare letterario la media di voto di laurea è 111,3 (al 110 infatti vanno aggiunti i tre  punti convenzionalmente assegnati a ciascuna lode). Nelle facoltà geobiologiche si diventa dottori alla specialistica con 110,5 (una media di quasi 6 punti superiore alla triennale). Medie sopra il 109 anche per le facoltà del settore agrario, chimico-farmaceutico, linguistico, scientifico, delle professioni medico-sanitarie e dell'insegnamento. Voti medi di questo tipo, considerando che il punteggio più alto previsto è 110 e l'unica onorificenza più alta di questo voto è la lode, confermano che il «tutti geni» non è una frase provocatoria, bensì la realtà dei fatti: la stragrande maggioranza degli studenti di fatto prende il massimo. In lieve controtendenza ci sono solo le solite ingegneria e giurisprudenza, dove si esce dalla specialistica in media "solo" con 106,8 e 104,7.«18 politico? Magari. Non ho problemi a parlare di 27 politico, forse anche 28» accusava Lucecco nel Forum, basandosi proprio sui precedenti dati di Almalaurea e sulle sue esperienze dirette. Mettendo in guardia i suoi coetanei dalle nefaste conseguenze che un sistema di manica tanto larga può produrre: «Quante volte abbiamo assistito a manifestazioni giovanili di protesta della serie: “ho due lauree con 110 e lode, due master e non trovo lavoro, vanno avanti solo i raccomandati, vergogna!”. La mia risposta è: vergogna, ma ci stavano illudendo e non ce ne siamo resi conto. Questo è il vero tema. Fa male, ma va detto. Stante il fatto che una società dovrebbe far tutto meno che “ingannare” ed illudere i propri studenti, io non posso però sottostimare la facilità con la quale noi studenti ci facciamo illudere. Se uno si attiene agli esami, al proprio piano di studi, lo sforzo per prendere quel pezzo di carta è un insulto all’intelligenza umana. Prendere un 30? Basta essere normali. Per il 18 lascio immaginare». Col rischio di creare un esercito di laureati magna cum laude con una preparazione reale nettamente più scarsa di quella ufficializzata dal voto di laurea, e di conseguenza con aspettative altissime e sproporzionate rispetto al proprio effettivo valore sul mercato del lavoro. Qualcuno insomma, anche tra gli studenti, comincia a chiedere che il 110 e lode torni ad essere l'eccezione e non la regola.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Almalaurea, crollano occupazione e stipendi dei laureati. E chi fa uno stage ha solo il 6% in più di opportunità di lavoro

La mappatura degli stage indecenti: un sito invita i lettori a segnalare gli annunci a zero euro

Una mappa che indica gli annunci di stage indecenti pubblicati in Italia e in Europa: è l’iniziativa partita dai promotori dal movimento di opinione Manifesto dello Stagista. Nato come costola di Scambieuropei, un sito che pubblica bandi e comunicati stampa relativi a stage all’estero, il Manifesto è una pagina web che per molti versi riprende la stessa campagna contro gli stage gratuiti lanciata nella primavera del 2009 dalla Carta dei diritti dello stagista. «I nostri stessi lettori a un certo punto ci hanno comunicato la loro contrarietà alla pubblicazione di annunci che non prevedessero retribuzione» raccontano gli ideatori alla Repubblica degli Stagisti «si è creata la volontà di muoversi contro questa pratica ormai diffusissima. Allora, su ispirazione di una giornalista britannica che l’aveva già fatto per degli stage al parlamento inglese, si è pensato di dar voce alle segnalazioni dei tanti utenti che avvistassero ‘proposte indecenti’ di tirocinio». La mappa le suddivide in tre colori: blu per le aziende private, giallo per gli enti pubblici, viola in caso di rimborso spese inferiore ai 200 euro mensili o con la sola copertura delle spese di viaggio e buoni pasto. Cliccando sulle bandierine sparse per lo più in Italia (ma ce ne sono anche in Francia, Belgio, Polonia, Finlandia e Usa), si ha un assaggio di quello che è il pane quotidiano dei giovani che ogni giorno cercano lavoro barcamenandosi tra le innumerevoli bacheche di annunci su internet: gli esempi del settore pubblico sono i più eclatanti. É il Comune di Roma, tanto per citarne uno, a promettere un attestato di frequenza a laureati in ingegneria e architettura che si immolino per uno stage di ben 12 mesi, a 25 ore settimanali, senza vedere il becco di un quattrino. Sempre a proprie spese è possibile poi espatriare negli Stati Uniti, a Washington, dove la Delegazione europea presso gli States offre una posizione come intern per quattro mesi, naturalmente full time. Ma passiamo al privato: si va dalla richiesta dell’agenzia interinale Obiettivo Lavoro per un non meglio specificato ‘manutentore delle aree verdi’ (giardiniere?), disponibile a passare l’estate a Courmayeur ad apprendere questo mestiere full time, all’annuncio per uno stagista da inserire nella Aim Travel per l’organizzazione di congressi medici a zero facilitazioni per 3/6 mesi. E dire che una volta era proprio con questi 'lavoretti' che si raccoglieva qualche soldo durante il periodo degli studi. Adesso non si usa più: la spirale degli stage gratuiti ha risucchiato anche le mansioni di manovalanza o quelle più semplici da imparare.La lista purtroppo è molto lunga, e si moltiplica per i casi di stage in giornalismo, grafico pubblicitario, web marketing, e tutte quelle professioni molto ambite per cui in tanti sono ancora disposti a lavorare gratis. Gli annunci vengono segnalati liberamente dagli utenti, che mandano il link e talvolta uno screenshot della schermata (per tenere traccia dell’inserzione indecente anche in caso la pagina venga rimossa). Il sito Scambieuropei non ha in realtà smesso di pubblicare annunci di stage gratuiti: da quando è partita l’iniziativa Manifesto, circa sei mesi fa, ha cominciato però a inserire come «cappello» di ogni post relativo a questo tipo di offerte la frase: «Il seguente stage non è retribuito. Nel caso in cui siate contrari a questa pratica, aiutateci a portare avanti la nostra campagna contro gli stage non retribuiti. Leggete il nostro manifesto dello stagista, informatevi, collaborate». Nelle ultime settimane però pare si stia attuando una piccola inversione di tendenza: il sito ha promesso che limiterà drasticamente la pubblicazione di informazioni su stage non pagati, inserendoli solo se «veramente di rilevanza europea». E tornando alla mappatura, è in programma un nuovo step, partito di nuovo da un'idea di un utente: ogni volta che uno stage verrà inserito nella cartina «stagegrafica» si avvertirà via mail chi propone quello stage indecente. Per creare più dibattito e più rumore su una questione ancora troppo sottaciuta dai media. Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - La lista dei tirchi: la "black list" degli organismi internazionali che non pagano gli stagisti- La Carta dei diritti dello stagista ispira Regioni, associazioni politiche e siti web a tutelare gli stagisti. A cominciare dal rimborso speseE anche:- Mae-Crui, la vergogna degli stage gratuiti presso il ministero degli Esteri: ministro Frattini, davvero non riesce a trovare 3 milioni e mezzo di euro per i rimborsi spese?- Urgono nuove regole per proteggere tirocinanti e praticanti: tante idee della Repubblica degli Stagisti nel disegno di legge di Cesare Damiano  

In Inghilterra un'impresa su cinque usa gli stagisti come lavoratori a basso costo

Gli imprenditori inglesi lo ammettono senza troppi problemi: spesso gli stagisti sono dipendenti a basso costo. A fare outing è quasi un'impresa su cinque, il 17% per la precisione, secondo i dati raccolti dalla società di ricerche YouGov per Internocracy, impresa sociale gestita da  giovani che lotta per «cambiare in meglio la cultura dello stage nel Regno unito». Insomma, una sorta di Repubblica degli Stagisti d'oltremanica. I risultati dell'indagine sono apparsi sul sito del britannico Guardian in un articolo firmato da Shiv Malik, trentenne giornalista d'inchiesta e co-autore di Jilted Generation, How Britain has bunkrupted its youth, ovvero "Una generazione scaricata: come la Gran Bretagna ha mandato in bancarotta i suoi giovani", per ora disponibile solo in inglese [a fianco, la copertina del libro; sotto, uno screenshot dell'articolo]. Oltre ad ammettere lo sfruttamento, il 95% delle 218 aziende intervistate ritiene poi che gli interns siano effettivamente utili sul posto di lavoro, continua Malik, sfatando il mito dello studentello spaesato e sfaccendato. Non si sa il numero preciso degli stagisti inglesi, ma si può tentare una stima: ell'estate 2010 il Chartered Institute of Personnell and Development nelle sole aziende ne ha stimati 250mila, in gran parte non retribuiti - mentre in Italia, con due milioni di abitanti in meno, nelle imprese ci sono stati quasi 100mila stagisti in più (senza contare quegli negli enti pubblici, che fanno lievitare il totale a circa mezzo milione). «È scoraggiante che non si apprezzi il loro talento, l'energia e l'entusiasmo che portano in azienda», dice Becky Heath,  trentenne co-fondatrice e capo di Internocracy nonché ex stagista. «Ed è un vero peccato che i ragazzi non conoscano i loro diritti». Solo uno su dieci sa ad esempio che periodi di work experience non retribuiti «potrebbero essere illegali», riporta l'autore dell'articolo. In Gran Bretagna vige il national minimum wage, la retribuzione lavorativa minima garantita per legge, e «chiunque abbia più di 21 anni ed esercita una qualsiasi forma di lavoro ha diritto a un compenso di almeno 6,08 sterline all'ora» - poco meno di sette euro - continua Malik. Ma molti sostengono che lo stage non sia lavoro; e comunque la legge prevede delle eccezioni (ad esempio uno studente che frequenta un tirocinio curriculare inferiore ad un anno non ha diritto ad una retribuzione). «La maggior parte dei ragazzi in stage, soprattutto in un mercato del lavoro così difficile, cercano solo una buona esperienza formativa. Non si aspettano certo di essere pagati», afferma un portavoce della Confederation of British Industry - corrispettivo inglese di Confindustria - ma solo il 9% dell'opinione pubblica è d'accordo. E, sul versante politico il deputato conservatore Nick Clegg sfidala linea del partito e insieme alla Low Pay Commission invita l'autorità fiscale inglese, la Hmrc, ad usare più polso con le aziende. «Molti manager continuano a fingere di star offrendo opportunità ai ragazzi, per bontà d'animo, affinché possano fare esperienza» afferma Tanya de Grunwald, direttrice del sito Graduate Fog, altro "cugino" inglese della Repubblica degli Stagisti. «Dobbiamo mettere da parte questa falsità. Quello che fanno le aziende è accaparrarsi lavoro senza pagarlo. Gli stagisti non sono lì a fare il thè e a distribuire la posta - lavorano sul serio e hanno diritto a essere pagati». La pensa così anche la maggior parte dei lettori che hanno commentato l'articolo («Gratis? Se mi dicessero che non mi pagano li manderei al diavolo»), ma c'è anche chi invita a essere più flessibili: «Io ho iniziato lavorando per due soldi, ma ho imparato cose che non hanno prezzo». D'altra parte, nota qualcuno, non tutti possono permettersi di lavorare gratis o quasi, che si impari qualcosa o meno, e gli stage gratuiti necessariamente diventano una forma di discriminazione sociale. Tra i commenti emerge però anche una certa confusione in materia legislativa: quando un tirocinio è fuori legge? Chi ha diritto al salario garantito per legge, chi no? Sono previste sanzioni per le aziende? Domande comuni a tanti stagisti inglesi come italiani.Annalisa Di Palo Per saperne di più, leggi anche:- La denuncia del Financial Times: «Le aziende smettano di prendere stagisti per coprire i loro buchi di organico, e comincino a pagarli»- Stagisti inglesi, il Guardian svela: un ente vigilerà affinché le aziende non li sfruttino- Gli stagisti inglesi visti dal Guardian: «carne da macello». E non è solo una metafora - Il Daily Telegraph mette il naso nella vita degli stagisti inglesi. Conclusione: non se la passano bene neanche loro

Contratti di apprendistato in calo, nasce un sito per rilanciarli

La crisi economica colpisce ancora. I dati sull’utilizzo dell'apprendistato pubblicati nell’ultimo Rapporto Isfol, l'undicesimo, riferito al 2009, testimoniano un declino nella diffusione di questo tipo di contratto: meno 8,4% rispetto al 2008, l'annus horribilis in cui è partita la crisi finanziaria internazionale. Nel 2007 gli apprendisti erano poco meno di 639mila, nel 2008 quasi 646mila. Nel 2009 di colpo sono diminuiti fino a quota 591.800, scendendo per la prima volta - dopo un decennio che aveva segnato un lentissimo ma costante trend positivo nell’applicazione di questa tipologia contrattuale - sotto la soglia dei 600mila. I tipi di apprendistato esistenti sono tre: il diritto-dovere che consente il raggiungimento di una qualifica professionale a chi abbia compiuto 15 anni, il professionalizzante che mira all’acquisizione di un titolo mediante formazione sul lavoro e l'apprendimento tecnico-professionale, e l'alta formazione, per il conseguimento di un diploma o per percorsi di alta formazione che cerchino di integrare studio ed esperienza. I dati Isfol parlano soprattutto della seconda tipologia dei tre modelli: gli altri due sono infatti ancora lacunosi sotto il profilo della regolamentazione regionale. Ne emerge come sia il terziario il comparto con il più alto numero di apprendisti occupati (sono quasi la metà nel 2009), in particolare impiegati nel commercio in quasi un caso su quattro, a fronte di una complessiva erosione di impiego in tutti gli altri settori. Eccezion fatta per gli studi professionali, il turismo e il credito, dove gli apprendisti si attestano attorno al 10% segnando un trend positivo rispetto al passato. In quanto al titolo di studio, il gruppo più numeroso è quello con la licenza media (più della metà), seguito dai diplomati (33%). Maglia nera ai laureati che rappresentano solo il 5,5%. Di pari passo è anche cresciuta l’età media degli utenti: quelli che hanno dai 25 anni in su sono un terzo, mentre in parallelo decresce il numero dei minorenni inquadrati come apprendisti nell'ambito della seconda tipologia, il diritto-dovere: i 15-17enni sono meno di 18mila. Nel complesso poi solo il 17% degli occupati tra i 15 e i 29 anni ha un contratto di apprendistato. Numeri non incoraggianti soprattutto alla luce dell’intesa del 27 ottobre 2010 tra governo, regioni, province autonome e parti sociali con l’intento – si legge sul sito del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali – «di rilanciare lo strumento fondamentale dei contratti di apprendistato per l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, con un contenuto formativo garantito dalle regioni o in sussidiarietà dalle parti sociali e dagli enti bilaterali». L’idea di fondo è quella di promuovere l'istituto riformato con la legge Biagi, introducendo un nuovo strumento occupazionale per i giovani, che sia focalizzato sulla formazione e che guardi al lungo termine. Un mezzo che, in buona sostanza, farebbe da contraltare alle forme contrattuali oggi più in voga ma quasi sempre prive di garanzie per i lavoratori. E spesso è proprio lo stage a entrare in gioco come principale surrogato dell'apprendistato.Uno dei problemi persistenti è poi il vuoto normativo regionale, che in molti casi blocca sul nascere l’avvio di questo tipo di contratto. Proprio a tali mancanze e all'esigenza di incentivare l'uso del contratto di apprendistato risponde il sito Fareapprendistato.it, online da poche settimane su iniziativa dell'Adapt, associazione di studi internazionali di diritto del lavoro fondata dal giuslavorista Marco Biagi. Circa un migliaio di contatti giornalieri è il primo dato sugli accessi: il sito «non riceve alcun finanziamento né pubblico né privato ma vive di fondi propri», come spiega alla Repubblica degli Stagisti Michele Tiraboschi, direttore dell'associazione: «È stato realizzato dai nostri tecnici informatici». La spinta nasce non solo dalla recente intesa governativa, ma anche dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha posto dei limiti rispetto all'articolo 49 del d.lgs. 276/2003: la norma prevedeva che la determinazione del percorso formativo fosse appannaggio esclusivo delle aziende, che lo avrebbero gestito attraverso un «canale autonomo». Con il pronunciamento della Corte invece, si è stabilito che ogni impresa è libera nel regolamentare la formazione al proprio interno, ma solo se la regione è intervenuta in una fase preliminare a indicare la cornice di riferimento, e successivamente decidendo sulla certificazione delle competenze e sui crediti formativi. Il portale, gestito da ricercatori della fondazione che a loro volta si appoggiano a progetti di ricerca universitari, si rivolge a imprese e sindacati interessati alla materia offrendo consulenza attraverso una «piattaforma normativa regionale, documentazione sulla contrattazione collettiva e un forum in cui interagiscono gli stessi ricercatori per rispondere ai quesiti o lanciare spunti di progettazione legislativa», riferisce alla Repubblica degli Stagisti la direttrice scientifica del sito Lisa Rustico, 26enne ricercatrice nella formazione per il mercato del lavoro. Si tratta di «un punto di incontro per avere certezze sullo stato dell’apprendistato, con l’obiettivo di fare rete tra gli operatori». Nel sito, in particolare, è disponibile una vera e propria mappa normativa nazionale che fornisce dati sulla regolamentazione disponibile, suddivisi per tipologia di apprendistato e per regione.Tuttavia resta un nodo da sciogliere, chiedendosi quanto l’uso distorto di stage e tirocini possa influenzare negativamente l’estensione dei contratti di apprendistato. «La loro diminuzione è legata alla crisi» nota la Rustico «ma subisce sempre di più la concorrenza sleale degli stage, privi di un sistema previdenziale». In un contesto lavorativo così discriminatorio per i giovani, «l’apprendistato rappresenta al contrario un buon contratto per chi voglia imparare un mestiere» di fronte a una disoccupazione giovanile che sfiora il 30%, al fenomeno dell’abbandono scolastico o dei giovani cosiddetti NEET (Not in Employment, Education and Training) che né studiano né lavorano, o della mancanza di incontro tra offerta e domanda di lavoro. Come lo definisce la ricercatrice, «una leva per il placement»: che però stenta a decollare, nonostante il fatto che potrebbe rappresentare un ulteriore strumento nella lotta alla disoccupazione e al precariato.Ilaria MariottiPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Apprendistato questo sconosciuto – Tiraboschi: «No allo stage come "contratto di inserimento": per quello ci sono oggi altri strumenti»- Basta davvero un clic per trovare lavoro? Il Ministero del lavoro investe 400mila euro in un nuovo portale per l'impiego   E anche:- Disoccupazione giovanile, la vera emergenza nazionale: l'SOS di Italia Futura e le interviste a Irene Tinagli e Marco Simoni

Stage all'estero con la Fondazione CRT, nuovo record: quasi mille candidati per i 79 posti del Master dei Talenti 2011

Più posti a disposizione, più candidature. Il 2011 segna un nuovo record per  il Master dei Talenti, con cui ogni anno la Fondazione Cassa di Risparmio di Torino offre ai migliori neolaureati di Piemonte e Valle d'Aosta tirocini in aziende, enti, organizzazione internazionali e istituti di ricerca di tutto il mondo, finanziati con rimborsi "top". Per i 79 posti disponibili nell'ultimo bando la commissione CRT coordinata da Luigi Somenzari  e Chiara Ventura ha passato al vaglio 943 domande, una trentina in più rispetto all'anno scorso, quando già si registrava un incremento del 26% rispetto al 2009 e di oltre il 50% rispetto al 2008. A raccogliere la maggior parte delle candidature - i due terzi - è l'università di Torino, cui segue a grande distanza il Politecnico; nessuno dei circa 130 laureati dell'università valdostana invece ha manifestato interesse. Una settantina gli organismi ospitanti convenzionati con la Fondazione, ciascuno con specifici programmi di stage e criteri di selezione diversi; ma quali sono quelle più desiderate? La palma d'oro spetta all'ong Education for employment foundation, che si adopera per migliorare le condizioni lavorative dei giovani in Medio oriente e Nord africa: 207 le candidature pervenute per i due posti disponibili nell'area marketing degli uffici madrileni, con un rimborso lordo di 1800 euro mensili - al netto circa 1300 euro. Ma tutto il settore no profit riscuote successo. Tra i primi posti della "classifica" con più di 100 domande a testa ci sono anche la californiana Mind the bridge foundation, creata dall'italiano Marco Marinucci per incentivare il mercato imprenditoriale nel nostro Paese (uno stage di un anno a San Francisco retribuito ben 3330 euro lordi mensili, più o meno  2700 netti - soldi che comunque servono a coprire anche le spese di viaggio) e No peace without justice, l'ong fondata da Emma Bonino per promuovere i diritti umani e la democrazia, che nella sua sede belga accoglierà due tirocinanti per un anno con 1800 euro mensili (è venuta meno la formula mista dell'edizione precedente, che prevedeva sei mesi di stage a Bruxelles e sei a New York). Rimangono alte anche le richieste per gli organismi Onu: un'ottima occasione per accaparrarsi uno stage di prestigio - ma senza doverselo pagare di tasca propria come di solito avviene. In 75 si contenderanno l'unico posto a disposizione per uno stage all'Institute for training and research (un anno a Ginevra che la Fondazione CRT finanzia con 2200 euro lordi al mese), mentre sono più di sessanta le domande per uno stage annuale all'Unicri - United nations Interregional crime and justice research (il vincitore vola a Maputo, in Mozambico, con 2800 euro mensili; leggi la testimonianza di chi l'ha già fatto) e uno all'Ilo - International labour organization (tra Torino e Accra, Ghana). Sul fronte delle agenzie europee - che invece retribuiscono quasi sempre i loro stagisti, e anche bene - la più gettonata è l'Eurofound di Dublino, che lavora per promuovere le condizioni di vita e lavoro nell'Ue: un solo posto per un'esperienza di cinque mesi retribuita 2200 euro. In quanti ci hanno provato? Un'ottantina. Complice forse il difficile momento economico, cala invece l'interesse per il settore bancario: 25% di domande in meno per  i sei mesi londinesi in Mediobanca, nonostante l'ottimo rimborso di 3100 euro lordi mensili, e lo stesso trend si rileva per Nomura, secondo tra i gruppi finanziari più ambiti, per il quale le domande passano dalle 154  del 2010 alle 110 di quest'anno. E le aziende del Bollino "OK Stage"? Ferrero si conferma un'azienda di grande appeal: 69 domande per uno stage di sei mesi, prorogabili per altri sei, negli uffici marketing di Findel, in Lussemburgo, retribuiti con 1700 euro. In 14 hanno invece puntato su Everis (un posto in Belgio con 1800 euro), un'azienda che in fatto di stagisti può vantare una percentuale di assunti - a tempo indeterminato - del 90% nel 2010.   In queste settimane molti dei ragazzi preselezionati dalla commissione CRT (da cinque a dieci per ogni progetto a seconda dei posti e delle preferenze espresse dalle strutture ospitanti) stanno ricevendo mail e chiamate da parte dei responsabili all'estero, ai quali va il compito di scandagliare ulteriormente i curriculum e se necessario mettere alla prova gli aspiranti stagisti "a cinque stelle" - con uno o più colloqui telefonici in lingua ad esempio - per capire chi tra tanti talenti è quello che più fa al proprio caso. A tutti loro va l'in bocca al lupo della Repubblica degli Stagisti, che vinca il migliore, e naturalmente per i 79 talentuosi che partiranno l'invito è quello di  condividere su queste pagine il bilancio della loro esperienza.Annalisa Di Palo Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Il giro del mondo in ottanta stage: anteprima del nuovo bando Master dei Talenti della Fondazione CRT - Master dei Talenti della Fondazione CRT: quasi mille candidati per i 75 stage all'estero del bando 2010- Occupati e ben pagati: ecco l'identikit di chi ha partecipato al Master dei Talenti della Fondazione CRT

Normativa sugli stage e numero massimo di stagisti: che succede se il soggetto ospitante è la sede italiana di un ente straniero? Risponde l'avvocato degli stagisti

Prosegue «L'avvocato degli stagisti», rubrica della Repubblica degli Stagisti curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini, avvocati dello studio legale Ichino Brugnatelli che approfondiscono di volta in volta casi specifici sollevati dai lettori. La domanda stavolta viene posta dalla lettrice StellaStellina87 attraverso il Forum di questo sito e con una mail alla rubrica «Help» della redazione.«Ho fatto il colloquio in un ente del turismo straniero con una sede in Italia. L'ente è strutturato in questo modo: ci sono vari settori (tipo marketing, stampa ecc), in ognuno di essi ci sono in media due impiegati per un totale di circa 10-11 lavoratori a tempo indeterminato. Il problema sorge a questo proposito: su questi dieci lavorativi possiamo contare ben 7 stagisti! Quasi uno per ufficio, cosa veramente vergognosa! E ovviamente tutti senza prospettiva di assunzione. Ho anche scoperto che in realtà la  sede in Italia non è classificata come ente ma come impresa privata. Vorrei sapere  qualcosa sulla legislazione italiana rispetto al rapporto stagisti/lavoratori»La questione proposta dalla lettrice presenta diversi spunti di riflessione. In particolare ci sembra interessante raccogliere e approfondire quelli legati al “numero legale” di stagisti; alla natura (pubblica/privata) del soggetto ospitante e, infine, alla possibilità che quest’ultimo sia la sede in Italia di una società estera.  Il punto di riferimento per individuare il numero massimo di stagisti che possono essere contemporaneamente ospitati presso una realtà aziendale (c.d. contingentamento quantitativo) è costituito dalla dimensione occupazionale del soggetto ospitante e, in particolare, dal numero dei dipendenti a tempo indeterminato in esso impiegati. Infatti, secondo l’art. 1 co. 3 D. M. 142/1998 un’azienda può ospitare: - un tirocinante ove abbia non più di cinque dipendenti a tempo indeterminato. Pur non essendo richiesto alcun requisito occupazionale minimo, ciò non può significare, né dal punto di vista formale né da quello sostanziale, che sia possibile assimilare ai datori di lavoro chi non abbia lavoratori alle proprie dipendenze;- non più di due tirocinanti contemporaneamente qualora abbia un numero di dipendenti a tempo indeterminato compreso tra sei e diciannove;- un numero di tirocinanti non superiore al 10% dei suoi dipendenti a tempo indeterminato, ove questi siano più di venti.Soggetti ospitanti possono inoltre essere tutti i datori di lavoro privati e pubblici, imprenditori e non. Le ragioni dell’introduzione di tali limitazioni quantitative da parte del legislatore sono riconducibili al soddisfacimento di due concorrenti esigenze: da un lato quella di porre un argine ragionevole teso a rendere effettive le finalità istituzionali dello stage, altrimenti difficilmente perseguibili ove il numero dei tirocinanti fosse eccessivamente elevato. Dall’altro l’esigenza di evitare che lo stage si traduca nella realtà dei fatti in una forma di sfruttamento – a “costo zero” – del tirocinante per finalità produttive, disincentivando proprio l’obiettivo a cui lo stage stesso dovrebbe tende, vale a dire l’occupazione. Nulla è espressamente previsto dalla normativa di riferimento per la violazione dei criteri di contingentamento, tuttavia si può ipotizzare che questa possa comportare la nullità del tirocinio eccedente, il quale tuttavia potrà svolgersi successivamente quando e qualora vi sarà la consistenza occupazionale richiesta dalla legge. Non può peraltro escludersi che – stante l’obbligo dei soggetti promotori ex art. 5 D.M. 142/1998 di trasmettere copia della convenzione con il soggetto ospitante e di ciascun progetto formativo e di orientamento anche all’Ispettorato del lavoro – il superamento del tetto consentito possa indurre a contestare al datore di lavoro la ricorrenza di un rapporto di lavoro subordinato con lo stagista in eccesso, fermo restando l’accertamento in sede giudiziale di tale sussistenza ai sensi dell’art. 2094 c.c.. Più complessa è senza dubbio la questione se il soggetto ospitante è la sede in Italia di una società straniera o, ancor più di un ente pubblico estero. Ferme le peculiarità di ogni caso concreto e dunque la necessità di un maggior approfondimento, in linea generale, applicando in via analogica principi elaborati per altri istituti – e con un certo margine di approssimazione, vista anche la non univoca giurisprudenza in materia – si può affermare che in ipotesi di stage presso una società straniera operante in Italia l’accertamento delle dimensioni dell’impresa, ai fini dell’applicabilità della disciplina sopra esaminata del contingentamento quantitativo per i tirocini formativi e di orientamento, vada compiuto considerando la società nel suo complesso e non la sola sede operante in Italia, salvo che quest’ultima si configuri come una articolazione produttiva autonoma avente propria soggettività giuridica distinta. In quest’ultimo caso, infatti, l’articolazione italiana di questa impresa multinazionale rappresenta a tutti gli effetti, per il nostro ordinamento, una impresa autonoma, e di conseguenza il numero degli stagisti ospitabili sembra doversi calcolare tenendo conto delle dimensioni occupazionali della sola articolazione italiana della società multinazionale.  Sergio Passerini ed Evangelista BasilePer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- La Repubblica degli Stagisti ha una nuova rubrica: «L'avvocato degli stagisti» curata da Evangelista Basile e Sergio Passerini dello studio Ichino BrugnatelliE leggi anche le puntate precedenti della rubrica:- Le domande personali in sede di colloquio non sono lecite: lo dicono il Codice delle pari opportunità e la Costituzione- Una neolaureata chiede all'avvocato degli stagisti: «Prendo solo 400 euro di rimborso spese: posso pretendere almeno che mi vengano dati i buoni pasto?»- Posso fare uno stage se sono titolare di partita Iva? Risponde «l'avvocato degli stagisti», la nuova rubrica dedicata agli aspetti giuridici dello stage- Uno studente dell'alberghiero chiede: «È legale che io debba pagare 150 euro per fare uno stage?». Risponde l'avvocato degli stagisti

Giovani, riprendiamoci la scena: «Non siamo figli controfigure». La 27enne Benedetta Cosmi lancia la sfida in un libro

C'è differenza tra essere raccontati e raccontarsi. Quella dei giovani italiani di oggi è una generazione che si racconta poco: per fiacca, per sfiducia, forse per disgusto, o perché c'è chi - qualche vecchio - lo fa al posto suo. Magari con competenza, se va bene, ma senza vera cognizione di causa. Benedetta Cosmi, classe 1983, reclama il diritto al suo racconto - tumultuoso, propositivo e sostanzialmente elogiativo della sua generazione -  con «Non siamo figli controfigure. Docenti beat, studenti bit generation» (Sovera, 94 pagine) [a fianco, la copertina; sotto, l'autrice], muovendosi sul filo della rimarcata distinzione tra over e under, tra l'Italia «con la pensione alta» e quella con la «pressione bassa»,  tra chi negli anni Sessanta sfidava l'autorità e chi oggi a quegli stessi sfidanti si prostra. «Sembra che il prolungamento dell'età [...] abbia regalato ad una generazione la possibilità di tenere nell'armadio abiti rivoluzionari dimessi: ma se la scena è dei padri e le madri, ai figli non resta che far loro da controfigure?». Evidentemente no: è tempo di essere padroni della scena - nel lavoro, nell'istruzione, nell'uso del tempo libero; non si può essere definiti solo per differenza in quanto opposti ai protagonisti. E se i trentenni sono «disarmati di efficacia», per cambiare serve un intervento di polso. Insieme, dimenticando la logica dell' "Io speriamo che me la cavo".Da che parte cominciare? Dall'università, dove il libro nasce, ampliamento di una lettera pubblicata su Repubblica e della tesi di laurea specialistica in scienze della comunicazione alla Sapienza. Qui l'autrice è stata rappresentante di facoltà, presidente della Consulta provinciale degli studenti, collaboratrice ai gruppi di ricerca sulle riforme e con la stessa passione della militanza invita ad «abbandonarsi agli studi», a essere più concentrati, ma anche a mischiare competenze e saperi e a rimboccarsi le mani sfuggendo all'iperspecializzazione - specie quella di master fantasiosi. Attivismo su tutti i fronti, insomma. Il «pit-stop» del 3 più 2 certo non aiuta (c'è spazio anche per un breve confronto con l'Europa attraverso la voce di studenti Erasmus in Italia), e lo stesso vale per l'organizzazione della didattica, le necessarie pratiche burocratiche, la tempistica di alcuni bandi. La sensazione "Aspettando Godot" è diffusa tra quanti studiano sotto l'attuale riforma, ma spetta innanzitutto a chi l'università la vive - o la subisce - proporre un altro modo.Dopo la laurea poi «serve una introduzione nel mondo del lavoro di grinta», che comincia dal capitolo stage - a proposito anche di "contagio" tra sapere e saper fare. Stage gratis? «Cioè? Che lavoro ma non mi pagano, classico. O, ops, sì, che mi offrono la possibilità, pensate, di impiegare le mie ore per una prestazione di lavoro in cui non devo sborsare un euro. Non è grandioso?». Affacciandosi al mondo del lavoro bisogna saper dire no se necessario, ma anche pensare in grande e rompere qualche paradigma: perché ad esempio dopo le 18 tutto dovrebbe fermarsi, proprio quando finiscono gli impegni di studio e lavoro? Chiusi gli uffici, ma chiusi anche i luoghi della cultura e dello sport dove incontrarsi e far girare le idee. La proposta dell'autrice è interessante: innestare nell'economia lo stile dei giovani, istituendo ad esempio una terza fascia lavorativa che tenga aperte anche di notte le porte di mostre, biblioteche, centri di ricerca, palazzetti. Creando - punto cruciale - molti posti di lavoro in più e trasformando i giovani da consumatori a professionisti della notte. L'invito appassionato di un'esponente così atipica della «generazione Quiete» è quello a "svegliarsi", a pretendere il massimo da se stessi e non dagli altri, a sognare in grande e coltivare i sogni con impegno, stringere i pugni e sbatterli se necessario. Con la convinzione che ci sia una buona parte dell'Italia "in jeans" pronta ad accogliere questo invito. Annalisa Di PaloPer saperne di più su questo argomento, leggi anche: - «Non è un paese per giovani», fotografia di una generazione (e appello all'audacia)- Caro Celli, altro che emigrare all’estero: è ora che i giovani facciano invasione di campo e mandino a casa i grandi vecchi- L'Italia è un paese per vecchi che parlano di giovani- Stage gratuiti o malpagati, ciascuno può fare la rivoluzione: con un semplice «no»