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Reddito di cittadinanza, è compatibile con un tirocinio?

Così come per l'indennità di disoccupazione – la Naspi – possono sorgere dubbi anche riguardo la compatibilità dei redditi derivanti da tirocinio con altre misure a favore di soggetti svantaggiati. Tra queste il reddito di cittadinanza, percepito – i dati sono di febbraio – da 1 milione e 370mila nuclei familiari, per un totale di 3 milioni e 138mila persone coinvolte. E per cui il quesito da porsi è se sia compatibile o meno con il tirocinio, qualora quest'ultimo fosse corredato da rimborso spese. La risposta è sì: «Il reddito di cittadinanza è compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa, quindi anche con i tirocini» conferma alla Repubblica degli Stagisti Donato Lorusso dell'ufficio stampa Inps. Se si può lavorare, giocoforza sarà ammesso anche lo stage in concomitanza con l'erogazione della misura, «e la prestazione quindi continuerà a essere corrisposta nel medesimo ammontare», prosegue Lorusso, a prescindere dalla presenza di un eventuale rimborso spese e dalla sua entità (per i tirocini curriculari il rimborso d'altronde non è obbligatorio). Nessun intoppo dunque per la lettrice Alessandra, che alla redazione della RdS chiede: «Percepisco il reddito di cittadinanza da un mese e inizierò uno stage curriculare: devo comunicarlo?». No, non è necessario perché «non esiste alcun obbligo di comunicazione verso l’Inps» fanno sapere dall'istituto. E «i redditi derivanti da tirocinio non sono soggetti agli obblighi di comunicazione previsti dalla legge 26/2019». Lo stesso afferma la circolare Inps del 23 marzo 2019: «Si precisa che non devono essere comunicati i redditi derivanti da attività socialmente utili, tirocini, servizio civile, nonché da contratto di prestazione occasionale e libretto di famiglia». Né tantomeno avrà rilevanza la durata dello stage (nel caso della lettrice, sei mesi). Solo qualora «il tirocinio dovesse trasformarsi in un contratto di lavoro soggetto agli obblighi di comunicazione, sarà onere del beneficiario comunicare i redditi derivanti dal rapporto sorto, a pena di decadenza dal beneficio» prosegue Lorusso.Stesso discorso per l'entità del rimborso. Scrive la lettrice che «il rimborso spese ammonterà a 500 mensili», dunque 3mila euro totali che entreranno a far parte del suo reddito annuale. Un importo che non incide sulla corresponsione del reddito di cittadinanza, almeno sul momento. «Come tutti i redditi da lavoro» chiarisce l'ufficio stampa, «gli introiti derivanti da tirocinio andranno successivamente valorizzati in sede Isee». Sono gli indicatori economici di ciascun nucleo familiare a determinare infatti il diritto al sussidio. Ma un eventuale aumento dei propri redditi non avrà una conseguenza immediata: «Gli eventuali effetti si produrranno sul RdC tra due anni, in ottemperanza di quanto disposto dal regolamento Isee, per cui il calcolo è sui redditi del secondo anno precedente la dichiarazione». L'Isee è infatti un complesso meccanismo che prende in considerazione diversi elementi, patrimoniali e reddituali, riferiti però alle annualità precedenti, non quelle in corso. La stessa circolare già menzionata chiarisce che «il Rdc è compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa da parte di uno o più componenti il nucleo familiare, fatto salvo il mantenimento dei requisiti previsti». Solo se si superassero i requisiti economici si decadrebbe insomma dal beneficio. Vale a dire, non rientrare più nello schema di paletti che determinano l'Isee. Per il reddito di cittadinanza, non bisogna superare un valore Isee pari a 9360 euro riferito al nucleo familiare di appartenenza e contemporaneamente bisogna avere un patrimonio immobiliare inferiore ai 30mila euro; un patrimonio mobiliare al di sotto dei 6mila euro; un reddito del nucleo sotto la soglia dei 6mila euro annui. Tutti parametri da tarare a seconda poi delle particolarità della famiglia, inclusi aspetti quali il numero di componenti, la presenza di disabili o il mutuo da pagare. In particolare, per un giovane tirocinante che percepisce il reddito di cittadinanza, le circostanze possono essere due. La prima è che viva a casa dei genitori, e faccia parte dunque dello stesso nucleo familiare: in quel caso il reddito derivante da tirocinio concorrerà alla composizione del reddito familiare e dunque al diritto della famiglia a percepire il sussidio. Se invece il giovane vivesse da solo e fosse affrancato dai genitori, allora sarà solo la sua indennità di stage a essere calcolata ai fini Isee, e a determinare dunque l'accesso alla misura. Utile ricordare poi che, a differenza che per i tirocini, per il lavoro vero e proprio la presenza di reddito va invece comunicata all'Inps «entro trenta giorni dall’inizio dell’attività stessa» chiarisce la circolare Inps del 2019. Nel caso del lavoro dipendente, il reddito «è desunto dalle comunicazioni obbligatorie, di cui all'articolo 9 bis del decreto legge 510/1996». Per quello autonomo invece «il reddito è individuato secondo il principio di cassa, come differenza tra i ricavi e i compensi percepiti e le spese sostenute nell'esercizio dell'attività» e va comunicato – pena la decadenza dal beneficio – «entro quindici giorni dalla fine di ogni trimestre». Ilaria Mariotti

Calo degli stage, sorpresa: il Covid ha fatto più danni al Centro-Nord che al Sud

I numeri ufficiali relativi alla situazione dello stage in Italia – secondo i dati inediti del ministero del Lavoro pubblicati qui sulla Repubblica degli Stagisti sono stati 234.513 i tirocini extracurricolari attivati in Italia nel 2020, un terzo in meno dei quasi 356mila che erano partiti nel 2019 – sono interessanti da analizzare anche secondo la variabile geografica, per scoprire in quali Regioni si è verificato un calo maggiore o minore.Il Covid ha avuto chiaramente un impatto importante sul mondo dello stage; facendo un confronto tra il 2019, ultimo anno Covid-free, e il 2020, si scopre che le opportunità si sono ridotte del 34%. Ma questo è un dato medio; non dappertutto le cose sono andate proprio così.E se è vero che nessun posto è rimasto immune dalla bastosta del Covid, guardando i dati spacchettati Regione per Regione si trovano delle sorprese. La più macroscopica è che il Covid ha impattato molto di più sulle Regioni “ricche” d’Italia, quelle con mercati del lavoro più vivaci, dove le opportunità sono calate molto più della media. Mentre le Regioni del Mezzogiorno – quelle dove di solito il lavoro è più difficile da trovare e i tassi di disoccupazione giovanile e femminile sono molto alti e tanti giovani fuggono… – sono state quelle che hanno registrato l’impatto minore.L’esempio più eclatante è la Calabria. La Regione più povera d’Italia è anche quella dove i tirocini sono calati di meno in assoluto: si sono ridotti solo del 20%, con poco meno di 10mila tirocini extracurricolari attivati nel 2020 contro i quasi 12.500 che erano partiti nel 2019. Un impatto quindi di ben quattordici punti percentuali più “tenue” di quello registrato in media in tutta Italia.E poi, a seguire, Sicilia con -23% (poco più di 10.500 nel 2020 contro i 13.681 dell'anno precedente) e Basilicata con -26% (appena al di sotto dei 2.500, nel 2019 erano stati 3.286). L’unico territorio del Nord Italia in cui si ritrovano risultati simili è la Provincia autonoma di Bolzano, in Trentino Alto Adige, con un calo pari al 26% comparando i poco più di 2mila tirocini partiti nel 2020 con i quasi 3mila del 2019. L’Abruzzo chiude il 2020 con un -27% (poco meno di 5mila stage nel 2020, nel 2019 il numero aveva sfiorato i 7mila); la Campania con un -28: qui le attivazioni di tirocini sono state appena sopra 17mila nel 2020 quando l’anno prima erano state 23.736.Sono entrambe al centro Italia le due Regioni che invece hanno patito di più in assoluto l’impatto del Covid sul mondo dello stage registrando un -42%, ben otto punti percentuali più della media nazionale. Si tratta della Toscana, dove nel 2020 sono partiti solo poco meno di 9mila tirocini extracurricolari rispetto ai quasi 15.500 che erano stati avviati nel 2020, e l’Umbria con numeri un po’ più contenuti – 3.278 contro 5.670 – ma il medesimo risultato percentuale.Vi sono poi altri tre territori, tutti al Nord, che hanno registrato cali significativamente più importanti della media; si tratta della Valle D’Aosta, della Provincia autonoma di Trento e del Friuli Venezia Giulia. In particolare, pur con numeri microscopici, nella piccola Regione a statuto speciale posta all’estremo nord ovest dell’Italia, al confine con Francia e Svizzera, il calo del numero di tirocini extracurricolari attivati è stato del 41%; 277 stage avviati nel 2020 contro i poco meno di 500 che avevano preso il via nel 2019. Poi la Provincia autonoma di Trento, in Trentino Alto Adige, con un -40%; un risultato ben diverso rispetto alla “sorella” Bolzano, dato che a Trento gli stage sono passati dai 2.228 del 2019 ai 1.343 del 2020. E poi il Friuli Venezia Giulia con -39%: 2.701 stage nel 2020 contro i circa 4.500 del 2019.Lazio e Puglia si attestano su un calo del 38%, dunque quattro punti percentuali più della media: in Lazio sono stati attivati nel 2020 21.299 tirocini, quando nel 2019 erano stati un po’ al di sopra dei di 34.500; in Puglia poco più di 14mila contro 22.721.Due punti percentuali in più della media (-36%) anche per altre due Regioni del Nord, Piemonte e Lombardia. In Piemonte sono partiti circa 21.500 quando ne erano stati avviati quasi 33.500 nel 2019. E in Lombardia, da sempre la “capitale” degli stagisti italiani – sul suo territorio si svolge mediamente un quinto degli stage di tutta Italia – i percorsi extracurricolari attivati sono stati circa 47.500 nel 2020, quando l’anno prima erano stati 74.380.L’unica regione che che si pone perfettamente nella media è il Veneto – altro territorio numericamente importantissimo nell’ “universo stage” italiano – dove nel 2020 gli stage attivati sono stati 25.245 contro i circa 38.500 del 2019. Ma qui si possono citare anche il Molise con un punto percentuale in più (-35%, poco più di mille contro oltre 1.500) e Marche e Sardegna con un punto percentuale in meno, dunque -33%. In particolare nelle Marche i tirocini avviati nel 2020 sono stati 6.809, mentre erano stati un po’ più di 10mila nel 2019; in Sardegna appena sopra 5mila contro i circa 7.500 del 2019.Liguria ed Emilia Romagna restano invece un poco sotto la media, entrambe con un -32% (in Liguria 7.588 stage nel 2020 contro i poco più di 11mila del 2019, in Emilia-Romagna 20.705 contro 30.665).A questo punto la domanda chiave è una: com’è possibile che “l’effetto Covid” sui tirocini, con conseguente calo delle opportunità, si senta più nelle Regioni che economicamente stanno meglio? Dove sono stati mandati gli stagisti in Calabria, Sicilia, Basilicata? C’erano davvero aziende che stavano così bene da aprire le braccia agli stagisti, come se il Covid non avesse creato problemi o quasi? O forse sono stati inseriti, come spesso è accaduto in passato, in maxi-programmi di stage negli enti pubblici, pagati dallo Stato e con scarse prospettive di inserimento lavorativo successivo? Come si spiegano questi dati?

«Si può essere felici lavorando in smartworking: una nuova sfida anche per il sindacato», parola di un ex sindacalista

Nel giro di poco più di un anno è passato da oggetto semi-misterioso a modalità di lavoro entrata prepotentemente nella quotidianità di molti di noi. Stiamo parlando dello smartworking, uno dei temi più dibattuti da un po’ di tempo a questa parte, a ragione. Se infatti prima del Covid 570mila lavoratori in Italia erano in regime di smartworking oggi si parla di oltre cinque milioni di persone (dati Osservatorio smartworking Politecnico).Lo racconta Marco Bentivogli, ex segretario generale della FIM CISL protagonista di alcune tra le vertenze sindacali più complicate e note in ambito industriale, da Ilva a Whirlpool, attuale coordinatore di Base Italia, associazione finalizzata alla promozione e la realizzazione di iniziative di ricerca su temi economici, giuridici, sociali e ambientali a livello nazionale, nel suo libro Indipendenti. «Guida allo smartworking» (Rubbettino, 2020), raccontato nel corso di una conversazione con La Repubblica degli Stagisti.La scelta del titolo è subito spiegata: «Lo smartworking è un percorso di innovazione che incentiva l’autonomia del lavoratore. Va distinto dal telelavoro, che è quello che abbiamo visto più spesso in questi mesi mentre le aziende che avevano adottato il vero smartworking già prima della pandemia hanno retto molto meglio la crisi. Già in condizioni normali, infatti, è proprio la mancanza di autonomia a soffocare produttività e benessere delle persone al lavoro, da qui il titolo del libro. Nonostante nel lavoro agile sia ancora più decisiva la relazione, il lavoro di gruppo, la capacità di coordinamento, con gli altri. Urge quindi un salto di qualità dei processi di apprendimento: le organizzazioni e le imprese che creano dipendenze sono nocive, ingabbiano le energie migliori degli esseri umani. Per questo avere lavoratori indipendenti, responsabili e felici deve diventare un obiettivo generale».La pandemia ha senz’altro fatto da «acceleratore» per lo smartworking in molte aziende, segno che probabilmente in passato qualcosa era mancato: «è mancato sicuramente il coraggio anche se in ambito tecnologico la paura dell’innovazione è un sentimento ricorrente nel nostro Paese. Oggi dibattiamo sul fatto che i robot ruberanno o meno posti di lavoro in fabbrica ma nell’Italia del 1978 la produzione della Fiat Ritmo era completamente automatizzata. L’industria 4.0 è un’evoluzione di quegli automatismi: tutto è perennemente connesso, i robot possono dialogare fra loro e con l’uomo», continua Bentivogli.In un contesto di crescente importanza degli strumenti tecnologici si assiste però a una progressiva crescita dell’età media della popolazione residente, 45,7 anni al primo gennaio 2020 e a una parallela diminuzione delle nascite. Chi ha a che fare con lo smartworking non è quindi solo il giovane, padrone degli strumenti tecnologici, ma anche chi sta o deve pian piano imparare a conviverci tutti i giorni. Come fare allora? Per Bentivogli la chiave è «un grande piano di reskilling dei lavoratori over 50. Dall’autunno scorso in poi, credo che, in Italia, un’importante parte del mondo produttivo si trovi in grosse difficoltà, con il rischio di chiudere, mentre un’altra parte è nelle condizioni di correre e di crescere. Dovremo vedere come il nostro Paese sarà in grado di attivare strumenti per interpretare questo momento e mettere in atto politiche pubbliche di accompagnamento all’innovazione. Bisogna evitare la doppia sconfitta: quella di chi perderà il lavoro in aziende fuori dal gorgo dell’innovazione e quelle che invece accelereranno senza accompagnare le persone nella loro riqualificazione professionale».La completa affermazione dello smartworking deve quindi fare i conti da un lato con un importante lavoro di «alfabetizzazione digitale» di buona parte della popolazione, dall’altra con un cambiamento di approccio nel mondo aziendale, che privilegi l’autonomia del lavoratore sulla logica del controllo: «La mentalità di chi governa l’impresa va cambiata anche perché le nuove tecnologie rendono sempre più complesso misurare la produttività in termini di ore di presenza e di pezzi prodotti dalla singola persona. I vecchi modelli, quindi, si dimostrano superati».Insomma la logica del cartellino deve necessariamente lasciare il passo a una dimensione che fa leva sull’autonomia delle persone, superando un approccio molto radicato nel panorama lavorativo nazionale. Il confronto con l’estero, Europa e in generale mondo, che emerge dal libro, mostra che in Italia esiste forse un tema di cultura del lavoro, come spiega Bentivogli: «C’è un grande problema culturale a cui si può rispondere solo con la formazione. Spesso, a mo’ di provocazione, sostengo che bisognerebbe tassare l’ignoranza. Un paradosso con cui vorrei sottolineare come si debba forzare sul diritto soggettivo alla formazione, che deve essere inserito in tutti i contratti di lavoro, anche quelli più brevi, e deve assurgere al rango di diritto umano».Per permettere il «vero» cambiamento serve allora una svolta, partendo da quella che Bentivogli definisce «una nuova cultura di gestione delle imprese» : «per diffondere nuovi concetti ritengo essenziale la creazione di ecosistemi 4.0, che favoriscano l’incrocio e la crescita dei vari fattori abilitanti, compresa una nuova cultura di gestione delle imprese e di formazione dei lavoratori. Mi riferisco, per esempio, ai Competence Center del ministero dello Sviluppo economico, il cui sviluppo è in forte ritardo rispetto ai tempi previsti, oppure ai Digital Innovation Hub, che sono realtà scarsamente integrate nei territori in cui sono state create. Strutture di questo tipo dovrebbero favorire la sedimentazione delle competenze nel territorio e non essere soltanto interfacce propedeutiche all’innovazione. Se non ci riusciamo, la maggior parte del tessuto del lavoro in Italia, che è costituito dall’86% di persone attive in aziende con meno di 15 dipendenti, resterà escluso o, comunque, troppo lontano dall’accesso agli strumenti culturali necessari per entrare in percorsi innovativi di questo tipo».Un secondo aspetto da cui ripartire è il ripensamento del ruolo del sindacato: «Nella mia precedente vita da sindacalista ripetevo spesso che se anche nel sindacato qualcuno pensa che la fatica, la serialità, l’usura delle mansioni siano spazi da difendere con i denti, si perderà l’occasione di espandere la sfera dell’umano. Accettare la sfida significa ripensare il mondo del lavoro, ma non è detto che mettere in discussione vecchi totem e aprirsi alla tecnologia debba costare in termini di occupazione. Oggi possiamo tutelare l’occupazione solo se siamo capaci di diventare un soggetto che partecipa, insieme con gli altri attori del mondo produttivo, al grande progetto per definire in che cosa consisterà il lavoro del domani. Se la logica con cui verranno costruite le nuove architetture industriali sarà soltanto tecnologica ed economicista, andremo incontro a soluzioni inefficaci, perché escluderemo la parte più profonda dell’uomo, che consiste nella sua umanità».Chiara Del Priore

Dieci anni di dati sugli stage in ottica di genere, ecco come il Covid sta penalizzando le donne

Le opportunità di tirocinio sono diminuite da quando è scoppiata la pandemia: nel dettaglio, confrontando il 2020 con il 2019, il Covid ha cancellato circa un terzo delle attivazioni. Ma per le donne va un po’ peggio che per gli uomini. Il Covid ha infatti modificato la distribuzione delle opportunità di tirocinio per genere, invertendo una tendenza che nel corso degli anni era sempre stata molto paritaria. Ecco una panoramica: dei 210.209 tirocini attivati nel 2011, primo anno per cui esistono dati ufficiali, 111.080 – pari al 52,8% – avevano riguardato stagiste e 99.129 – pari al restante 47,2% – stagisti. Le donne avevano dunque avuto accesso, quell'anno, a quasi il 6% di opportunità di stage in più rispetto agli uomini. Nel 2012 donne erano ancora in vantaggio di oltre quattro punti percentuali: rappresentavano il 52,3% dei beneficiari di percorsi di tirocinio extracurricolare (90.031 su un totale di 172.249) con gli uomini fermi a 47,7% (82.218 su 172.249). Nel 2013 la situazione si era fatta più equilibrata, con le donne comunque sempre in leggero vantaggio: 50,7% a 49,3%. 103.451 stagiste su 204.081, mentre gli stagisti quell’anno erano stati 100.630. 2014, ancora sostanziale parità e ancora donne sopra di un punto percentuale, 50,5% contro 49,5%: nel dettaglio, 105.614 stagiste e 103.632 stagisti sul totale di 209.246. Idem nel 2015: donne 50,7%, uomini 49,3%; in numeri assoluti, 329.192 stagisti in totale – il balzo in avanti dovuto all’avvio, nel maggio dell'anno precedente, di Garanzia Giovani – di cui 166.791 donne e 162.401 uomini. Il 2016 è l’anno della parità perfetta “fifty-fifty”: 159.093 stagiste e 159.580 stagisti (il totale era 318.673). Nel 2017 ancora parità quasi perfetta, anche se per la prima volta le donne passano in “minoranza”: 49,8% donne (in valori assoluti, 184.412 su un totale di 370.495, il numero più alto mai registrato di tirocini in un decennio) e 50,2% uomini (186.083). Nel 2018 le donne scendono ancora di uno 0,2 percentuale: le stagiste sono infatti 172.619 e rappresentano il 49,6% dei 347.889 tirocini extracurricolari attivati quell’anno, mentre gli stagisti quell’anno sono il 50,4% (175.270). Il dato viene ribaltato l’anno successivo: nel 2019 infatti le stagiste donne nel 50,4% dei casi (179.223 su 355.863) e uomini nel restante 49,6% (176.640). I dati sono tratti dai Rapporti sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro pubblicati nel corso degli anni (che talvolta, peraltro, riportano anche numeri differenti da un anno all’altro – anche se di poco per fortuna).Fino ad arrivare ai dati inediti che la Repubblica degli Stagisti ha appena ottenuto dal ministero del Lavoro e che riguardano le attivazioni di tirocini extracurricolari nel 2020. 2020, anno del Covid. 2020, anno in cui le donne hanno rappresentato solo il 48,7% dei beneficiari di stage, sulla totalità dei 234.513 percorsi attivati: gli stagisti maschi sono stati invece 120.209, pari al 51,3%.È il differenziale più alto mai registrato dal 2012, con la differenza che allora era un differenziale di quattro punti percentuali a favore delle donne; mentre ora è un differenziale di due punti e mezzo (per la precisione 2,6%) a favore degli uomini.Insomma, da quando è scoppiata la pandemia le donne hanno patito un po’ più degli uomini il calo delle opportunità di tirocinio. Per esempio, la variazione del numero delle opportunità di tirocinio extracurricolare causata dal Covid confrontando i dati del 2020 con quelli del 2019 è pari a -34%, ma in realtà a ben guardare le attivazioni a favore di donne sono scese del 36% (114.304 nel 2020 contro le 179.223 registrate nel 2019) mentre quelle a favore di uomini sono scese soltanto del 32% (120.209 nel 2020, erano state 176.640 nel 2019). L’andamento si comprende ancor meglio considerando i dati trimestre per trimestre. Se il calo generale nel primo periodo dopo lo scoppio della pandemia, e cioè il secondo trimestre 2020, è stato pari a -73% (contando la riduzione del numero di attivazioni di stage in tutta Italia, tra il 1° aprile e il 30 giugno 2020, e confrontando questo numero con lo stesso periodo dell'anno precedente), per le donne è stato -75% mentre per gli uomini “solo” -71%. Similmente, nel terzo trimestre – quello della piccola “ripresa” estiva – la riduzione generale è stata del 12%: ma per le donne è stata -14%, per gli uomini -10%. E infine l’ultimo dato, ben più preoccupante: nel quarto trimestre del 2020 le attivazioni si sono ridotte del 26%. Ma per le donne questa riduzione è stata pari a -30%. Quattro punti percentuali in più del dato generale, e ben nove punti in più del dato riguardante i soli maschi: per loro il calo di opportunità tra ottobre e dicembre 2020 è stato soltanto del -21%.Cosa significa questa panoramica? Significa che nell’ultimo decennio –  il 2011 è il primo anno per il quale si dispone di dati certi del ministero del Lavoro – i tirocini extracurricolari sono stati, per molte ragioni, un’oasi di parità di genere. Ma nei momenti di crisi questa parità vacilla: come se fosse necessario assicurare le opportunità prima di tutto ai maschi e solo in seconda battuta, se ce ne sono abbastanza, anche alle donne.

Stage, il Covid cancella nel 2020 60mila opportunità per gli under 25: tutti i dati del calo per classe di età

Gli stage sono calati di un terzo a causa del Covid. Sono i numeri inediti che il ministero del Lavoro ha fornito alla Repubblica degli Stagisti: una diminuzione del 34% del numero di attivazioni di tirocini extracurricolari confrontando quelli avviati tra il 1° gennaio e il 31 dicembre del 2020 e quelli avviati nello stesso periodo dell’anno precedente.     Ma il calo è uniforme per tutte le età? La risposta è no. I giovani sono molto più colpiti, in proporzione, rispetto agli adulti. Si vede proprio una tendenza lineare: più si sale di età, più l’effetto del Covid sembra meno forte. Dunque i più penalizzati, quelli per cui le opportunità sono calate maggiormente, sono proprio quelli per cui lo stage è più importante: i giovani, che hanno meno esperienza nel mercato del lavoro e più bisogno di arricchire il proprio cv. In termini assoluti, la classe di età degli under 25 ha visto cancellarsi di botto oltre 60mila opportunità di tirocinio.Mentre al contrario il dato in un certo senso clamoroso è che gli “anziani”, cioè gli stagisti ultra 55enni, hanno visto ridursi solamente del 20% le opportunità di stage. Ben quattordici punti percentuali meno della media.In particolare, se si guarda il calo delle attivazioni considerando singolarmente le quattro classi anagrafiche in cui il ministero del Lavoro suddivide tutte le persone che fanno stage, si scopre che per gli under 25 il calo è stato del 36%. In numeri assoluti nel 2020 sono stati perse oltre 60mila opportunità per questa fascia di età: risultano infatti essere stati attivati poco più di 107.500 tirocini a favore di persone al di sotto dei 25 anni, quando nel 2019 questo numero aveva rasentato 169mila. La classe immediatamente successiva, che comprende le persone che hanno tra 25 e 34 anni, ha patito un calo del 33%: nel 2019 erano stati circa 128.500, a causa del Covid il numero è sceso un po’ al di sotto degli 86mila.Per gli stagisti (o aspiranti tali) tra i 35 e i 54 anni l’impatto è stato del -32%: i dati 2020 parlano di po’ più di 33mila tirocini extracurricolari partiti per persone in questa classe di età, circa 16mila meno che l’anno precedente.Ma il risultato più inaspettato, come anticipato, è quello degli stagisti attempati: le persone di più di 55 anni che sono state avviate in stage, pur poche dal punto di vista numerico, in termini percentuali hanno visto una riduzione delle opportunità molto contenuta: solamente un -20%. Per la precisione, sono stati circa 8mila i tirocini per over 55 che hanno preso avvio nel 2020, mentre nel 2019 erano stati un po’ meno di 10mila.Dal punto di vista della parità di genere, dei 234.513 percorsi formativi extracurricolari partiti nel 2020 il 48,7% ha riguardato donne e il 51,3% ha riguardato uomini, con una leggera diminuzione delle opportunità per le donne se si considera che nel 2019 la proporzione era stata praticamente perfetta 50-50, anzi con un leggero vantaggio – 50,4% – per le donne.Guardando i dati con la lente incrociata del genere e delle classi di età emerge che nel 2020 gli stagisti under 25 sono stati nel 55,5% maschi e solo nel 44,5% femmine: i ragazzi in effetti erano di più anche nel 2019, ma il dato si era fermato a 53,5% contro 46,5%. La situazione si ribalta nella classe di età successiva: gli stagisti tra i 25 e i 34 anni sono in prevalenza – 54% dei casi – femmine (nel 2019 erano state il 55%). Prevalenza di donne anche nel cluster di stagisti 35-54enni: nel 2020 hanno rappresentato il 52,6% del totale (nel 2019 erano state il 55%), mentre gli uomini si sono fermati a 47,4% (45% nel 2019). Nel segmento di stagisti più “attempati” invece, gli over 55, la netta prevalenza è di uomini: 66,4% del totale, e solo il 33,6% donne; quindi oltre due stagisti anziani su tre sono uomini (nel 2019 il dato registrato era stato: 64% uomini, 36% donne).Dunque accanto al dato eclatante che gli stage per persone avanti con gli anni sono calati, a causa della pandemia, molto meno degli stage per persone giovani, vi è anche da registrare la tendenza a privilegiare i maschi per le opportunità di stage in giovane età (cioè quando lo stage sarebbe più “appropriato”).Cosa significano questi dati? Perché, in una situazione di contrazione delle opportunità di stage, esse calano per i giovani in maniera più marcata rispetto a quanto calino per adulti? La spiegazione probabilmente sta nel fatto che gli stage per over 55enni sono, salvo rari casi, “non fisiologici”. Cioè non sono il frutto “naturale” del mercato del lavoro – giovani che devono aumentare le proprie competenze professionali per rendersi appetibili per i datori di lavoro, aziende che cercano giovani da formare e utilizzano il conveniente inquadramento dello stage per avere meno vincoli rispetto a un contratto di lavoro – bensì il frutto di specifici programmi di “riconversione professionale”, spesso pagati con soldi pubblici, altrettanto spesso svolti in strutture della pubblica amministrazione. Questi stage per persone adulte-quasi-anziane assomigliano sovente, purtroppo, a dei “depositi” dove scaricare persone scarsamente occupabili in attesa che raggiungano l’età per la pensione, quando sono scadute tutte le altre possibilità di ammortizzatori sociali. E dunque qui non sorprende che ci sia una netta prevalenza di uomini: le donne, si sa, incontrano molto spesso ostacoli che le espellono in anticipo dal mondo del lavoro, primo fra tutti la difficoltà di conciliare maternità e lavoro.Certo, ci potrebbero essere anche altre spiegazioni: ma quali?L'immagine a corredo dell'articolo è di David Ingram [da Flickr in modalità Creative Commons]

Stage e Covid, nel terzo trimestre più di attivazioni per gli adulti e meno per i giovani

Nel terzo trimestre del 2020 sono partiti 68.514 tirocini (si intendono qui solo degli extracurricolari, quelli svolti al di fuori dei percorsi di studio: gli unici che vengono contati e monitorati a livello ufficiale): il 12% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Un calo molto contenuto, anche in ragione del fatto che in quei mesi – tra luglio e settembre – sono state recuperate tutte le attivazioni che erano state congelate nel trimestre precedente, in pieno primo lockdown. Ma le opportunità favoriscono tutte le fasce di età? Analizzando i dati inediti che la Repubblica degli Stagisti ha ricevuto dal ministero del Lavoro dal punto di vista anagrafico, facendo un confronto col III° trim 2019 l’età media delle persone avviate in stage nel 2020 è un po’ aumentata. Per la fascia di età degli under 25 il numero di attivazioni tra luglio e settembre è diminuito del 17%, e  per quella immediatamente successiva – 25-34 anni – del 10%; per i 35-54enni le attivazioni sono rimaste praticamente identiche, mentre per la classe over 55 i tirocini sono addirittura saliti del 20%.In particolare, meno di 35mila – per la precisione 34.801 – dei 68.514 tirocini attivati nel terzo trimestre 2020 in Italia hanno riguardato persone al di sotto dei 25 anni: il 51% del totale. L’anno prima, nello stesso periodo, gli under 25 avevano rappresentato il 54% del totale. Peraltro queste opportunità per i giovanissimi non sono distribuite affatto equamente a livello di genere: a fronte di poco più di 20mila stage attivati a favore di ragazzi, infatti, sono stati solo  14.750 gli stage attivati a favore di ragazze. Insomma 42% di opportunità per giovani donne, contro 58% di opportunità per giovani uomini. Curiosamente, anche nel terzo trimestre dell’anno precedente si era verificata una situazione molto simile: sui  42.208 tirocini attivati a favore di under 25, ben il 57% aveva riguardato ragazzi e solo il 43% ragazze.Proseguendo nella disamina anagrafica: 22.546 sono stati i tirocini attivati a favore di persone tra i 25 e i 34 anni, il che rappresenta un altro 33% della torta. Le stagiste femmine qui sono un po' più numerose, 12.055 contro 10.491: vale a dire 53,5% di opportunità per le donne, 46,5% per gli uomini. In questo caso i dati sono praticamente identici, confrontando i numeri di questo trimestre con quelli dello stesso trimestre dell’anno precedente, sia per quanto riguarda la proporzione di questa fascia di età sul totale, sia per quanto riguarda la percentuale di donne tra i 25 e i 34 anni coinvolte in percorsi di stage.Infine, nel terzo trimestre 2020 sono stati attivati oltre 11mila stage per persone adulte o addirittura quasi anziane: si tratta di un dato non entusiasmante se si pensa che nello stesso periodo dell’anno precedente questi “casi” di stagisti anziani erano stati un numero simile, 10.773, ma su un totale più numeroso, rappresentando quindi solo il 14% del totale, mentre nel terzo trimestre 2020, quindi in epoca Covid, sono aumentati di due punti percentuali raggiungendo il 16%.In particolare nel terzo trimestre 2020 un po’ più di 9mila attivazioni di tirocinio hanno coinvolto cittadini tra i 35 e i 54 anni, e 2.154 sono stati gli stagisti (sic) over 55. Nella fascia di età 35-54 si rileva una parità di genere quasi perfetta (50,5% donne, 49,5% uomini), mentre i 2.154 stagisti anziani sono uomini in oltre due casi su tre (64,5%). Il dato è praticamente identico all’andamento dei tirocini per persone senior avviati nel terzo trimestre 2019: in quel caso c’erano stati 1.796 stage per over 55, e il 62% aveva riguardato uomini.In linea generale, dunque, anche dal punto di vista anagrafico l’analisi delle attivazioni di stage del terzo trimestre del 2020 in Italia conferma il tentativo di “rientro alla normalità” dopo il tonfo del secondo trimestre, in pieno lockdown. Ma per avere ben chiaro il quadro di come il Covid abbia impattato sull’occupazione giovanile e sull’universo stage bisognerà aspettare di avere i dati anche del quarto trimestre 2020, e poter fare dunque un bilancio complessivo di tutto l’anno 2020, comparandolo con il 2019.[La foto a corredo di questo articolo è di ThisisEngineering RAEng, tratta da Unsplash][La foto di apertura di questo articolo è di Annie Spratt, tratta da Unsplash]

Contratto di apprendistato usato un po' più che in passato, ora il Recovery Plan potrebbe rilanciarlo

L'apprendistato non è più la pecora nera del mercato del lavoro italiano, e negli ultimi anni sembra aver conosciuto un certo miglioramento. Stando ai dati più recenti «l’occupazione in apprendistato si attesta sui 429mila rapporti di lavoro in essere, facendo registrare un aumento del 12,1 per cento rispetto all’anno precedente», come rileva l'ultimo monitoraggio disponibile dell'Istituto per le analisi delle politiche pubbliche Inapp, risalente al 2019 e riferito però a due anni prima, il 2017 quindi. Per il prossimo studio si dovrà attendere la primavera. Allo stato si tratta di un «andamento positivo» si legge ancora, «confermato dalle quasi 325mila assunzioni nello stesso anno, che segnano un aumento del 22 per cento sul 2016».Un trend «in controtendenza con la decrescita verificatasi tra il 2010 e il 2015, quando le assunzioni erano passate da 285.378 a 203.570», ovvero quasi 30 punti percentuali sotto. Numeri appena sopra la sufficienza: perché se è vero che nel 2013 l'Isfol (antenato dell'Inapp) registrava 300mila apprendisti all'anno, per di più in calo rispetto al passato, nel 2012 gli apprendistati in essere erano oltre mezzo milione. Quanto invece alla distribuzione sul territorio, la crescita più sostenuta degli apprendisti, che nella maggioranza dei casi sono maschi (57,7 per cento) e con un'età media di 24 anni, si è verificata al Sud (più 18 per cento), contro il più dieci per cento di Centro e Nord. La risalita dell'apprendistato ha una spiegazione pratica, e cioè che in precedenza questo strumento «aveva sofferto la concorrenza delle misure di decontribuzione previste per le assunzioni con contratto a tempo indeterminato inserite nella legge di bilancio 2015» spiega alla Repubblica degli Stagisti Marco Granelli, presidente di Confartigianato [nella foto a destra]. Sgravi poi esauriti a partire dal 2017, e di lì la corsa all'apprendista. Che potrebbe però intensificarsi ancora, considerando come per gli imprenditori che applicano l'apprendistato «i vantaggi sono duplici» come illustra alla Repubblica degli Stagisti Vincenzo Silvestri, presidente della Fondazione consulenti del lavoro, [nella foto a sinistra]: «Si paga un’aliquota fissa del 10 per cento per i contributi Inps, molto inferiore rispetto a quella ordinaria» e in più «il lavoratore può essere sotto inquadrato fino a due livelli inferiori rispetto alla qualifica da conseguire». Esiste anche uno sconto sul piano fiscale «perché l’apprendistato non si computa ai fini dell’Irap».Il sospetto è però che l'apprendistato possa aver subito, negli anni, la concorrenza di un inquadramento ancora più vantaggioso per chi deve assumere, perché di fatto meno costoso, ovvero il tirocinio. Silvestri lo esclude: «Si tratta di modelli che rispondono a esigenze diverse» sottolinea, «tanto è vero che la naturale finalizzazione di un tirocinio è proprio l’apprendistato, e se non si sfrutta l’apprendistato la colpa non è da attribuire al tirocinio, ma all’azienda che non ha interesse a proseguire il rapporto». Della stessa opinione Granelli, secondo cui «i tirocini sono un momento di formazione e di orientamento a stretto contatto con le aziende, al fine di facilitare la transizione dalla scuola al lavoro». L'apprendistato viene dopo «e la concorrenza sleale si verifica solo quando il tirocinio viene utilizzato in maniera distorta». Sarà, ma nel 2017 si contavano in Italia 368mila attivazioni di stage extracurriculari (al netto dei curriculari, che non rientrano nei monitoraggi), raddoppiate rispetto alle 185mila del 2012. La direzione che andrebbe presa «affinché l'apprendistato venisse più considerato dalle imprese è quella di sburocratizzarlo» sintetizza Silvestri, «soprattutto nelle versioni del primo e terzo tipo». Vale a dire quella per la qualifica e il diploma professionale e quella per l'alta formazione e la ricerca, le tipologie che prevedono l'alternanza tra i banchi di scuola o dell'università e il lavoro in azienda. Utilizzate poco o nulla, perché – evidenzia il rapporto Inapp – «oltre il 97 per cento dei rapporti di lavoro in apprendistato è di tipo professionalizzante», il secondo tipo, quello che non prevede nessun laccio con il mondo della scuola o accademico. Non a caso il rapporto indica anche che ben un quarto degli apprendisti risulta occupato nell'industria, il 21 per cento nel commercio al dettaglio e all'ingrosso e nell'autoriparazione, e infine il 17 per cento nell'alloggio e ristorazione.  «Il professionalizzante di fatto è un contratto di inserimento con la maggior parte della formazione on the job e, quindi» continua Silvestri, «più semplice da attuare e con molti meno vincoli». Dello stesso parere Granelli, per cui «l’apprendistato di primo livello sconta la presenza di un quadro regolatorio frammentato, oltre a oneri burocratici e economici tali da renderlo poco appetibile». Quello di alta formazione, «di nicchia per i suoi piccoli numeri», andrebbe comunque mantenuto «per il valore in termini di innovazione e competitività». E se si passasse a una unica tipologia? Per Granelli sarebbe «un errore perché le tre classi rispondono ognuna a finalità che concorrono a rafforzare la competitività e la produttività del sistema economico e, nel contempo, a sostenere l'occupazione». Ciò su cui si deve puntare è invece a «affiancare le imprese nell'investimento, con un contributo a copertura del costo dell'apprendista per l'apprendistato di primo livello, e con una decontribuzione totale per i primi tre anni di contratto per il professionalizzante». Non serve, a detta del presidente di Confartigianato, neppure un'altra riforma: si può semplificare la gestione del rapporto di lavoro nell'apprendistato di primo livello «partendo dall’impianto già esistente del Jobs Act». Se una riforma serve è quella «del sistema di orientamento, che guidi verso percorsi formativi che tengano conto delle prospettive occupazionali». La formazione professionale, prosegue Granelli, «rappresenta ancora una scelta residuale, per cui opta soltanto l’11,9 per cento degli studenti, a fronte del 57,8 per cento dei licei e del 30,3 per cento degli Istituti tecnici».C'è però da ben sperare. Il neopremier Mario Draghi parlando al Senato ha detto che «è stato stimato in circa 3 milioni, per il quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell'area digitale e ambientale». In più, fa presente Silvestri, «è scritto sui progetti di riforma legati al Recovery Plan che si potenzieranno gli Its e il sistema dell’alta formazione legata alle università». Allora sì che «l’apprendistato potrà trovare la sua giusta collocazione e rinascita».Ilaria Mariotti 

Uno stage da mille euro al mese al ministero, senza possibilità di assunzione: buona opportunità o trappola?

Un avviso di selezione del Ministero dei beni culturali per cercare quaranta tirocinanti sotto i trent'anni interessati al lavoro di archivio e digitalizzazione – la finestra per le candidature si è chiusa l'altroieri – ha evidenziato luci e ombre di un settore che la grave crisi ha messo in ginocchio, ma che tanto bene non stava neanche prima.«Nei fatti nulla di nuovo»: è netta Rosanna Carrieri, venticinque anni, portavoce dell’associazione Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali che già a dicembre aveva pubblicato sul proprio sito un duro commento contro questa selezione. «È da anni che il Mibact continua a utilizzare selezioni di questo tipo chiedendo lavoratori specializzati e mascherando questo con bandi temporanei per giovani. Quest’ultimo, poi, è quasi inaccessibile perché si richiedono requisiti altissimi, una laurea di base in archivistica e poi punteggi aggiuntivi per contratti di ricerca, collaborazioni con il ministero, pubblicazioni. Un bando limitante perché è difficile, purtroppo, avere questa esperienza al di sotto dei ventinove anni. Nel piano di rilancio del ministero, poi, è prevista una forte digitalizzazione del sistema, ma nei fatti la si vuole fare sfruttando i 40 giovani che risponderanno all’avviso». Anche l’Associazione nazionale archeologi intravede luci e ombre su questa selezione: «Se da un lato è una formidabile occasione di formazione, con un rimborso spese non scandaloso per uno stage, e qui siamo nel campo delle luci, ci sono poi elementi che destano perplessità: perché il titolo di specializzazione, che è teoricamente più professionalizzante del dottorato, viene valutato meno di quest’ultimo che è un titolo accademico puro?» chiede Oriana Cerbone, quarant'anni, vice presidente nazionale dell'Ana con delega al lavoro e all'ufficio stampa. Sul fatto che si affidi il compito importante della digitalizzazione a uno stagista Carrieri precisa: «Più che un tirocinante sono richieste figure specializzate. Il ministero non lo dice, ma sta cercando dei lavoratori e si gioca a tappare i buchi con stagisti, lavoratori occasionali, senza assumere ma riempiendo i vuoti con impieghi per periodi limitati. Sul piano della digitalizzazione c’è molta confusione forse perché negli anni sono stati fatti dei piani poi rimasti nel cassetto». «Un tirocinante già pienamente formato dall’accademia – e questa è la figura richiesta – è sicuramente in grado di svolgere il compito della digitalizzazione, purché sia realmente supervisionato da personale esperto» pensa invece Cerbone. L’Associazione nazionale archeologi non vede necessariamente in questo bando l’offerta di un lavoro mascherato da stage: «Non riteniamo scandalosa la pratica del tirocinio formativo, purché non si esaurisca in questo la strategia del ministero per procedere nella digitalizzazione del patrimonio culturale». E sul perché il ministero riproponga un bando su cui la Corte dei Conti aveva già espresso forti perplessità nel 2016, ipotizza che ciò sia frutto di una “distrazione”: «Diversamente dovremmo pensare che qualcuno si sia convinto di poter agire in contrasto con l’indicazione degli organismi di controllo dello Stato».C'è anche chi giudica questo bando di tirocini positivamente. «Questo è un momento di grandissima difficoltà, in cui l’organico del ministero è sottodimensionato soprattutto in uffici che hanno una grandissima rilevanza per tutti noi qual è quello degli archivi. Fare i bandi è purtroppo lunghissimo, e il rischio è tenere chiusi gli archivi o non cominciare mai il lavoro di digitalizzazione: abbiamo tentato di adottare graduatorie di altre realtà, di fare delle proroghe per trovare degli archivisti, ma non ci siamo riusciti perché devono avere delle qualifiche molto alte» spiega Flavia Nardelli, deputata 74enne che oggi siede in Commissione Cultura alla Camera, già presidente di quella stessa Commissione e per oltre vent'anni segretaria generale dell’Istituto Luigi Sturzo. Nardelli precisa che non si tratta semplicemente di riprodurre in digitale un documento, ma di «metadatare: quindi il documento va studiato, vanno indicate le parole chiave, contestualizzate, un lavoro molto importante che rende gli archivi una straordinaria ricchezza, ecco perché si cercano persone con una qualifica molto alta. Ed ecco perché non mi scandalizzo» che per queste attività siano previsti degli stage: «Sono convinta che sono comunque delle esperienze straordinarie che si troverà poi il modo di utilizzare. Se fossi un giovane con quei requisiti confesso che parteciperei, perché sarebbero dentro una realtà che sta cambiando, un mondo importantissimo, perché gli archivi oggi hanno bisogno di personale ed è evidente che ora non riusciamo ad assumerli ma che un’esperienza del genere consentirà poi di essere avvantaggiati».Il riferimento è alle conoscenze che si apprendono direttamente sul campo, mettendo in pratica i compiti su cui in tanti hanno studiato o si sono specializzati, ma anche alla possibilità di riconoscere poi questa esperienza nei fatti «con un impegno da parte nostra a cercare di riconoscere dei crediti nei concorsi pubblici». Una prospettiva interessante, ma che non mette d'accordo tutti. L'Ana per esempio la giudica molto pericolosa: «Che la partecipazione allo stage di oggi costituisca titolo preferenziale in altri concorsi domani è un rischio. Dato che l'accesso al bando prevede una soglia a ventinove anni, se ciò avvenisse sfocerebbe in una discriminazione verso i professionisti ben formati già over trenta. Su questo le associazioni di categoria dovranno fare buona guardia».Rimane il nodo che il ministero stia ripetendo un bando che ha molte similitudini con un progetto già sviluppato nel 2013 e 2015 su cui addirittura la Corte dei Conti aveva espresso forti perplessità: «Abbiamo una domanda di lavoro pazzesca negli archivi e un’offerta di ragazzi preparatissimi, di grande competenza che non riescono a occupare quei posti di lavoro. Domanda e offerta di lavoro non si incontrano» commenta Nardelli: «O troviamo altre formule, magari facendo dei corsi concorsi, ma i bandi così come sono previsti dalla pubblica amministrazione sono lunghissimi, costano tanto, hanno dei contenziosi che si trascinano per anni, diventano un problema oggettivo», e aggiunge: «Siamo molto attenti alle carenze di organico in un settore delicatissimo come quello degli archivi. La storia è qualcosa che non possiamo eliminare dalle nostre vite, ma di fronte a questa carenza di personale, alle difficoltà per i tempi lunghi di bandire dei concorsi e all’urgenza di preparare persone che sappiano affrontare questi temi molto complessi di una metadatazione degli archivi, non mi sento di rimproverare questa procedura».In ogni caso questo tirocinio avrà la funzione di «insegnare un mestiere» e consentirà l’avvio di un percorso di digitalizzazione altrimenti rimandato. Flavia Nardelli sottolinea l’importanza che uno stage del genere può avere nella in una carriera lavorativa e quanto al fatto di reclutare stagisti mettendo nero su bianco di non avere intenzione – né possibilità – di assumerli risponde pragmaticamente: «Ho visto giovani fare stage di questo tipo con dei privati con condizioni meno limpide e meno trasparenti. Se il ministero in un momento di crisi del settore fa una cosa di questo tipo in modo trasparente lo trovo positivo e non negativo».Insomma il tirocinio da mille euro al mese è il massimo che il settore pubblico possa offrire, in questo momento. Perché alla fine, come spesso capita, il problema principale – specie nel settore culturale – è la mancanza di investimenti e finanziamenti. Per questo Rosanna Carrieri dell’associazione Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali ricorda la loro proposta lanciata un anno fa: la costituzione di un sistema culturale nazionale che comporti una rivoluzione del settore. «Le istituzioni culturali sono essenziali perché generano benessere – perciò non andrebbero considerate come un costo ma come un aspetto fondamentale per la collettività. Ci dovrebbe essere maggiore apertura alla ricerca, alla valorizzazione del patrimonio culturale e tornare a internalizzare i lavoratori».Anche l’Associazione nazionale archeologi sottolinea la necessità di una sufficiente dotazione economica. «C’è bisogno di innovazione sia nella dotazione digitale che nei processi di messa a disposizione del pubblico degli strumenti cognitivi per godere del diritto alla fruizione del patrimonio culturale» indica Oriana Cerbone. «E del coinvolgimento di forze nuove e fresche, sia attraverso una più corposa dotazione di personale dipendente a tempo indeterminato, essenziale per programmare, sia attraverso il coinvolgimento intelligente delle forze del libero mercato».Un problema, quello della carenza di organico, che ricorre più volte nei ragionamenti di Flavia Nardelli: «Abbiamo bisogno di personale preparato e giovane che integri i dipendenti ormai ridotti con il tempo. Una carenza trasversale per tutto il ministero: musei, archivi, biblioteche: è un problema molto grande». Gli stagisti possono tamponarlo, per qualche tempo: ma non possono, verosimilmente, essere la soluzione.Marianna Lepore

Laurea abilitante non solo per i medici, ora vale anche per farmacisti, psicologi, veterinari: cosa vuol dire per i giovani

Dopo il corso di laurea in Medicina, il primo a essere stato riconosciuto come abilitante abbreviando i tempi di accesso alla professione – anche per far fronte all’emergenza da Coronavirus – ora arrivano anche la laurea magistrale in Psicologia e le lauree a ciclo unico in Farmacia e farmacia industriale, Medicina veterinaria, Odontoiatria e protesi dentaria. È stato infatti approvato dal Consiglio dei ministri il disegno di legge del ministero dell’Università in materia di titoli universitari abilitanti. Una decisione che ha un impatto estremamente significativo sul mondo delle professioni, se si considerano i numeri di queste categorie. In Italia, secondo gli ultimi aggiornamenti di ordini professionali e Anagrafe nazionale studenti, si contano infatti: 100mila psicologi totali e 6.800 laureati annui in Psicologia; 127mila farmacisti e 4.300 laureati in Farmacia e farmacia industriale; 33.300 medici veterinari e 783 laureati in Medicina veterinaria; 45mila odontoiatri e 790 laureati in Odontoiatria e protesi dentaria. A questi corsi si aggiungono quelli professionalizzanti in Professioni tecniche per l'edilizia e il territorio, Professioni tecniche agrarie, alimentari e forestali e Professioni tecniche industriali e dell'informazione, rispettivamente abilitanti per le figure di geometra laureato, agrotecnico laureato, perito agrario laureato e perito industriale laureato. In questi casi, è previsto un ulteriore step. ll testo stabilisce infatti che i corsi che consentono l'accesso agli esami di abilitazione all'esercizio delle professioni di tecnologo alimentare, di dottore agronomo e dottore forestale, di pianificatore paesaggista e conservatore, assistente sociale, attuario, biologo, chimico e geologo possano essere resi abilitanti, su richiesta dei consigli degli ordini, dei collegi professionali o delle relative federazioni nazionali, con uno o più regolamenti da adottare su proposta del ministro dell'università, di concerto con il ministro vigilante sull'ordine o sul collegio professionale competente.«La laurea abilitante è una notizia positiva che viene dopo mesi di mobilitazioni, in particolare da parte degli studenti dell’area sanitaria» commenta Enrico Gulluni, 25 anni, coordinatore dell’Unione degli universitari: «Un risultato atteso da molti anni come riconoscimento del valore legale del titolo di studio e che il Coronavirus ha accelerato». Ma si tratta solo di un primo passo. «Riguarda ancora poche lauree, tenendo fuori dei corsi che potrebbero a tutti gli effetti essere abilitanti come Ingegneria, Economia e Architettura» aggiunge Gulluni «e resta ancora da capire come verranno cambiati i percorsi di studio».  Al momento di certo c’è che la laurea abilitante si traduce nella cancellazione dell’esame di abilitazione professionale. Per iscriversi all’albo di riferimento diventa infatti sufficiente portare a termine il percorso formativo, da concludersi con tirocinio pratico-valutativo ed esame finale. Questa semplificazione delle modalità di accesso alle professioni porta ad anticipare l’ingresso nel mondo del lavoro, abbattendo i tempi di attesa delle sessioni d’esame, in genere fissate ogni sei mesi. «La laurea abilitante è sì la risposta a una esigenza contingente, ma potrebbe aprire lo scenario a un riordino del piano di studi, per renderlo più attuale e adattarlo a una professione che richiede sempre nuove competenze e ruoli» commenta Carolina Carosio, 33 anni, presidente della Federazione nazionale associazioni giovani farmacisti. L’emergenza sanitaria, in particolare, ha visto e sta vedendo i farmacisti in prima linea e alle prese con nuovi servizi: «Dal digitale all’integrazione con il territorio, la professione si è distinta per coraggio e abnegazione tangibile» aggiunge la presidente Fenagifar: «Ne sono usciti anche spunti interessanti, ad esempio l’implementazione dei servizi di vicinanza al cittadino come la consegna a domicilio dei farmaci e la dematerializzazione delle ricette».«La laurea abilitante rappresenta l’opportunità di suonare la sveglia dentro i percorsi formativi» dice Laura Parolin, 48 anni, vice presidente del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, presidente dell'ordine della Lombardia e docente di Psicologia dinamica alla Bicocca «per segnarle il bisogno di cambiamento al loro interno». A partire dalla ristrutturazione dei corsi di studio. «Se davvero si vuole equiparare quella in Psicologia alle lauree sanitarie è necessario, di concerto tra mondo accademico e ordini, un ripensamento del ciclo di studi, ad esempio valutando la proposta di una laurea magistrale “plus” o un ritorno al ciclo unico e di un ripensamento sulle numerosità degli iscritti, con riduzione delle classi di laurea» aggiunge la psicologa: «E ancora, l’implementazione della formazione professionale, che ad oggi ha dei limiti, ad esempio il fatto che molti dei docenti incardinati non possono esercitare attività professionale, creando una frattura tra chi forma e il mondo professionale».   Ancor più centrale, con l’eliminazione dell’esame di abilitazione, diventerà l’esperienza del tirocinio. «Dobbiamo avere la lungimiranza di sfruttarlo al meglio, perché rappresenta il primo confronto con la professione, e di comprendere l’importanza della responsabilità del tutor» ammonisce Carosio. Va ricordato che, già da prima della laurea abilitante, il tirocinio era una pratica obbligatoria ai fini del conseguimento del titolo di studio per tutti gli iscritti a Farmacia e farmacia industriale, da svolgersi per la durata di sei mesi, almeno al quarto anno di corso, presso farmacie aperte al pubblico o farmacie ospedaliere. Con il riconoscimento del titolo di studio come abilitante, questa esperienza assume ora una valenza ancor maggiore. «Il tirocinio dovrebbe essere gestito dall’università congiuntamente agli ordini» propone Gaetano Penocchio, 66 anni, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici veterinari italiani «i quali dovrebbero allestire un elenco di strutture accreditate in cui svolgere i tirocini, per un minimo di 20 cfu. Infine università e ordine dovrebbero valutare l’attività svolta dal laureando.»La Fnovi chiede inoltre, dopo la regolamentazione della laurea abilitante, di mettere sul tavolo altri aspetti della professione veterinaria. «Il confronto dovrà essere più ampio e riguardare l'omogeneizzazione del core curriculum del corso di laurea, la modifica dei criteri di accesso, la necessità di porre rimedio alla carenza di zooiatri ipotizzando modalità di accesso ad hoc» aggiunge il presidente: «E ancora, la fattibilità di programmare il corso di laurea in dodici semestri, o undici come in Spagna, sfruttando gli ultimi semestri per il tirocinio, e l’introduzione della retribuzione ai dottorandi e specializzandi con attività degli stessi nelle Asl e negli Istituti zooprofilattici».Le lauree abilitanti, insomma, sono percepite dalle categorie interessante come un buon risultato, anche se frutto della contingenza: diventeranno tuttavia davvero efficaci, al di là del risparmio di tempo, solo se si saprà sfruttare l’occasione per rivedere i percorsi formativi. Rossella Nocca

Controesodo a Sud, boom di immatricolazioni nelle università del Mezzogiorno

Le immatricolazioni universitarie nell’anno del Covid non solo non sono crollate (+7 per cento), ma hanno anche segnato una nuova tendenza: il ritorno a Sud. Secondo l’ultima rilevazione del ministero dell’Università, aggiornata al 15 novembre scorso, il Mezzogiorno ha registrato una crescita del 6,6 per cento, con ben 8mila matricole in più rispetto al 2019. A incidere sulla scelta di “studiare a casa” è stata senza dubbio la situazione di incertezza legata all’evolversi dell’emergenza sanitaria. Questo nonostante la possibilità di frequentare un ateneo del Nord o del Centro e allo stesso tempo rimanere nella propria località d’origine, usufruendo della didattica a distanza. Altro fattore che ha incoraggiato gli studenti del Sud e delle isole a restare è stata l’adozione, da parte di numerosi atenei, di misure di incentivo alle immatricolazioni, in aggiunta a quella ministeriale dell’innalzamento della no tax area a 20mila euro. Il fattore economico ha inciso sicuramente molto sulle scelte dei giovani italiani. Uno su cinque dei fuori sede che hanno risposto a un sondaggio di Skuola.net ha dichiarato di aver deciso di rientrare, soprattutto per problemi economici e necessità di risparmiare. E il 45 per cento di essere intenzionato a tornare a casa per restare. «Abbiamo approvato una misura per 880mila euro» spiega alla Repubblica degli Stagisti Francesco Priolo, rettore dell’università di Catania, che ha registrato un +17,4 per cento di immatricolazioni «comprensiva di buoni libro per l’acquisto dei manuali, di premi di merito per mezzo milione di euro e di incentivi per la mobilità sostenibile.» Dal 1° ottobre, prima delle ulteriori restrizioni anti Covid-19, era stata infatti introdotta la possibilità per gli studenti di acquistare un abbonamento annuale al trasporto pubblico al costo “simbolico” di 15 euro. «La metà degli studenti non pagherà le tasse quest’anno» aggiunge Priolo «e il nostro è già uno degli atenei d’Italia con la tassazione media più bassa: 600 euro». In alcuni casi le immatricolazioni sono cresciute anche in assenza di ulteriori misure di incentivo. Come capitato ad esempio all’università di Foggia, che ha registrato un +26,8 per cento. «Negli ultimi sei anni abbiamo avuto un trend di crescita sistemico» commenta il rettore Pierpaolo Limone «ma mai era stato così consistente, con 1.000 immatricolazioni in più rispetto al 2019. Lo attribuiamo alla situazione attuale, ma anche all’ampliamento dell’offerta di corsi e alla sua manutenzione, ad esempio con la cancellazione del numero chiuso per corsi come Biotecnologie e Scienze motorie».Fra gli altri atenei del Sud che hanno registrato un picco di immatricolazioni, sono da segnalare: L’Orientale di Napoli (+32 per cento), l’università di Messina (+27 per cento) e l’università del Sannio (+21,7 per cento). Quali i corsi di laurea più richiesti? «Nel nostro ateneo sono cresciute soprattutto le domande di iscrizione a Biotecnologie, Economia, Lettere, Scienze dell'educazione e della formazione e Psicologia», afferma il rettore catanese. «Medicina e professioni sanitarie, Dipartimento di studi umanistici ed Economia le aree preferite», gli fa eco Limone. Se pur per circostanze negative, le università meridionali hanno oggi l’occasione di intercettare una platea di studenti che probabilmente, avendo la possibilità di spostarsi, non avrebbe mai preso in considerazione l’offerta formativa del proprio territorio.  «Quella di Foggia non rappresenta una provincia particolarmente attrattiva, né per sbocchi occupazionali né per qualità della vita» ammette il rettore pugliese «ma abbiamo oggi l’opportunità di far entrare nelle nostre aule studenti che pregiudizialmente non ci sarebbero mai entrati prima dell’emergenza e persuaderli della qualità degli insegnamenti e della ricerca, convincendoli a restare».Sempre nell’ottica di supportare gli studenti del Sud (Campania, Molise, Abruzzo, Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia e Sardegna), sia laddove scelgano di spostarsi all’interno della propria regione che in Italia e all’estero, è stato stanziato il fondo StudioSì, finanziato dal Fondo sociale europeo attraverso la Banca europea per gli investimenti. Esso prevede prestiti a tasso zero per finanziare le tasse universitarie e il costo della vita. Fino al 25 per cento delle risorse saranno utilizzabili da studenti non residenti che scelgono di studiare in una regione del Mezzogiorno.   Secondo uno studio di Talents Venture sui dati dell’anno accademico 2017-2018, il 32 per cento degli universitari del Meridione studiava in un ateneo diverso da quello di origine. Le università del Sud hanno ora l’opportunità di trasformare l’inversione di tendenza in un fenomeno stabile, ma chiedono di essere supportate per poter offrire un servizio all’altezza degli atenei più quotati del Nord. «Sicuramente avremo bisogno di un più forte aiuto strutturale per l’edilizia universitaria: stiamo facendo un grande lavoro per rendere le nostre università più moderne. Altra priorità sarà l’investimento sui giovani per entrare nel mondo della ricerca e del lavoro. L’università sta affrontando la sfida più difficile, ma noi stiamo facendo di tutto perché i nostri giovani possano non perdere nemmeno un giorno per coronare i propri sogni» conclude Priolo.Saranno i prossimi anni a dirci se la tendenza al controesodo universitario, così come quella del cosiddetto “south working”, porterà a un effettivo ritorno nei luoghi d’origine e in particolare a Sud. Rossella Nocca