Categoria: Approfondimenti

Il messaggio di Emma Bonino ai giovani: «Fate politica con la testa e con il cuore, non con la pancia»

Emma Bonino inaugura la prima summer school della Scuola di Politiche: suo è il primo intervento “in plenaria”. Del resto, con un tema come "Dove vai, Europa?", chi meglio di un ex commissario europeo convintamente europeista può dare alla platea di giovani partecipanti alla summer school 2016 uno sguardo largo e approfondito?«Dove va l'Europa» esordisce Bonino: «Il progetto europeo è il grande incompiuto. Dobbiamo capire cosa vogliamo fare per completarlo. Parto dall'intervento di ieri di Juncker che ho ascoltato grazie a Radio Radicale, lo cito direttamente: “Mai prima d'ora ho visto un terreno comune tanto piccolo tra gli stati membri…”». Terreno comune piccolo e architettura istituzionale debole: «L'Europa così com'è non ha una governance adeguata. E allora che si fa? C'è la strada, spinta da giornali come Libero, di “andarcene” - non s'é capito dove, ma: “andiamocene”. E poi c'è la strada di “che facciamo per renderla più adeguata”». Dopo la batosta di Brexit, la congiuntura politica dei prossimi mesi è complessa: «Abbiamo di fronte un anno pieno di scadenze elettorali: il 2 ottobre il referendum ungherese, poi c'è l'Austria – sempre ammesso che risolvano il problema della colla per i voti per corrispondenza. Poi votano gli olandesi, i francesi, noi, poi i tedeschi». E dunque più che prevedibilmente «ogni governo e ogni capo di stato e di governo avrà più attenzione alle sue vicende nazionali che a immaginare una visione per il futuro dell'Europa».Naturalmente Emma Bonino giudica «la tentazione dell' “ognuno fa per sé” totalmente inadeguata, perfino per la grande Germania, che nemmeno con la sua forza può sedersi sul serio al tavolo da sola con Cina o Stati Uniti». Senza con ciò negare le enormi difficoltà di questo momento storico: «Viviamo una situazione da interregno: un ordine vecchio che non c'è più e uno nuovo che stenta a nascere. Abbiamo una serie di crisi, interne nostre o esterne nel nostro vicinato, che non sappiamo come affrontare. Si delinea una biforcazione: o la fine del progetto europeo, e il ritorno agli Stati nazionali e nazionalisti molto spesso populisti, oppure la scelta di andare avanti». In che modo? «Se ne può discutere, c'è il dibattito sull'Europa a due velocità, con una serie di problematiche da affrontare come per esempio cosa succederebbe in questo caso alla legittimità del parlamento europeo. O si va avanti o si va indietro. Ma non discuterò sulla parte del “si va indietro”, perché vi ho già detto come la penso».E come la pensa è chiaro: l'Italia e tutti gli altri Paesi europei senza Unione europea non vanno da nessuna parte. Ma l'Unione si deve risollevare, e adeguarsi alle nuove sfide trovando politiche e strategie comuni: «Noi dal 2008 viviamo una situazione di crisi, nata finanziaria e poi divenuta politica, economica e sociale. Proprio in assenza di una governance adeguata tutte le misure, messe come “pecette” per salvare il salvabile, sono state misure nazionali».Sono sopratutto due le tematiche che Emma Bonino sceglie di sottolineare: «Non è mai esistita una moneta comune senza politica economica comune, senza un Tesoro e senza una banca di ultima istanza, con la capacità del governo federale di poter salvare o lasciar fallire uno stato, prendendo decisioni politiche». L'euro implementato così, senza un solido quadro di sostegno, è insufficiente: «L'introduzione dell'euro è stata per 10 anni un tale successo – compreso nel nostro paese – che nessuno ha pensato a quello che mancava: avevamo una governance adatta al bel tempo, e al primo temporale ci siamo accorti che non avevamo l'ombrello. Invece ci vuole un Tesoro. Noi manco l'unione bancaria riusciamo a fare!».E mentre l'Unione europea ha nascosto la testa sotto la sabbia, guardandosi bene dall'affrontare contraddizioni e deficienze nel suo sistema (non solo monetario), il mondo è andato avanti: «Nel frattempo molte parti del mondo hanno cominciato a correre. Un mio amico cinese dice: “Ci avete insegnato per tanto tempo che il mercato è bello e che l'economia di Stato non va bene: adesso che lo abbiamo imparato, non vi piace più perché vi facciamo concorrenza”. Sono nate molte potenze regionali di cui vent'anni fa non avevamo neanche il sentore. Per esempio, il Qatar: chi avrebbe mai detto che sarebbe diventato così centrale, diventando un “soft power”? Oppure l'Arabia Saudita. Ma anche la Turchia 20 anni fa non era una grande potenza regionale. Mentre il mondo correva e cambiava sotto i nostri occhi, l'Occidente si limitava ai convegni sul mondo “che non è più monopolare, poi non è più bipolare, poi adesso è multipolare”…».Da esperta del mondo musulmano – ha vissuto diversi anni in Egitto, studiando l'arabo e impegnandosi a supporto delle organizzazioni di donne musulmane – Emma Bonino ha anche tracciato a favore degli studenti della summer school un piccolo riassunto della situazione: «Il nucleo dello scontro non è Stati Uniti - Russia, ma uno scontro terribile tutto all'interno della famiglia sunnita, tra la parte wahabita e la parte dei fratelli musulmani. Una guerra geostrategica per obiettivi di primazia. Per il momento lo scontro sciiti-sunniti é sullo sfondo. Se non capiamo questo è difficile trovare il nostro posto, il nostro ruolo e la cura adeguata. Intanto abbiamo centinaia di migliaia di morti e genocidi sconosciuti, come quello dei caldei. Un filone di questo scontro continua anche in Libia, dove si scontrano Tobruk e Tripoli: eppure anche qui non c'è una politica estera europea comune, la Francia sostiene Tobruk, una decina di Paesi sono totalmente indifferenti, gli altri stanno con Tripoli».A fronte di una situazione di tale complessità, la posizione dell'Unione europea è stata finora caratterizzata da un misto di pusillanimità e disinteresse: «In tutto questo rivolgimento l'Europa è stata ferma: anzi l'Europa è come una bicicletta – se non va avanti non sta ferma, bensì cade». Fuor di metafora: «Non abbiamo nemmeno visto arrivare i problemi, non abbiamo capito che milioni di profughi in Libano, Giordania, Turchia non sarebbero stati lì per sempre, eppure non ci voleva la palla di vetro: la storia insegna che chi fugge dal suo paese all'inizio tende a voler rimanere lì accanto, nella speranza di poter tornare, ma dopo un certo periodo di tempo si sposta, si allontana. Ma quando ciò si è verificato, in Europa non c'era niente di pronto o di preparato». Insomma, sarebbe bastato studiare un po' per capire che cosa sarebbe successo, e attrezzare di conseguenza una politica europea efficace: invece «le politiche di accoglienza e di integrazione sono di competenza degli Stati membri, così c'è scritto nei trattati. Conclusione: si tenta di far fronte a una “sorpresa”, noi passiamo sempre da una sorpresa all'altra». Da questa incapacità di prevedere e agire per tempo derivano conseguenze negative, come nel caso della Turchia: «Abbiamo appaltato la sicurezza esterna e la gestione degli immigrati alla Turchia, con un accordo molto criticato – secondo me a ragione – per mille motivi, ma che è riuscito a frenare i flussi» ha spiegato Bonino, concludendo realisticamente «dunque ha raggiunto il suo obiettivo». Ma naturalmente «é una illusione, perché in questo modo noi siamo in qualche modo nelle mani di Erdogan. Non stupisca dunque che siamo così timidi, a parte il colpo di Stato, quando si tratta di parlare di diritti civili, libertà di stampa. Ci siamo messi in una posizione di tale dipendenza che poi è difficile essere più rigorosi su temi che invece ci dovrebbero stare a cuore». E comunque la situazione migranti è tutt'altro che risolta: «Molti si stanno muovendo dalla Turchia verso la Libia. Arriveremo quest'anno a un po' di più di 150mila sbarchi, ma all'interno del territorio libico sono imbottigliati 5-600mila disperati in arrivo sopratutto da Eritrea, Etiopia e in fuga da Boko Aram, per guerre e persecuzioni, ma anche da Senegal e Niger. Eppure consideriamo che solo un profugo su dieci tenta la strada dell'Europa, gli altri nove restano su territorio africano».Ma già quei “pochi”, quegli uno-su-dieci, che arrivano in Europa bastano a seminare il panico. «Su questa Europa piovono tutti i giorni segnali negativi, sono molto preoccupata: siamo arrivati “sul bordo della disintegrazione”. Non avrei mai immaginato che saremmo arrivati al muro a Calais: le due più grandi democrazie europee» dice Bonino con un tono a metà tra sconsolatezza e indignazione «di fronte a 10mila disperati pensano bene di alzare un muro. Perché? Perché quei migranti sono disperati. Se fossero 10mila sceicchi, a Londra troverebbero i tappeti rossi».E il muro di Calais non è un'eccezione: «Ora il Messico, che subisce un muro a nord lato Stati Uniti, ha fatto un muro a sud per frenare chi dal centro-sud America vuole usarlo come corridoio. L'Asia è colpita dalla stessa mobilità, sia per ragioni climatiche sia per difficoltà delle persone. Ci sono sempre più fili spinati, muri che sorgono in Europa e altrove, il problema è globale. Su questa questione si gioca la credibilità dei valori dell'Unione europea».E anche, da un altro punto di vista, una prova di pragmatismo: «Noi di questi non europei abbiamo bisogno. Perché il declino demografico del nostro paese, di una popolazione che invecchia – l'anno scorso in Italia ci sono stati più morti che nati – porta alla conseguenza che il nostro welfare non è più sostenibile senza una iniezione di forza giovane, lo stesso capita peraltro per Portogallo, Germania, Norvegia e molti altri Paesi. Parlavo con un amico norvegese complimentandomi per il giacimento di petrolio avviato, lui mi ha risposto “se avessimo trovato 50mila infermieri già formati sarebbe stato meglio”».Invece la gestione del tema immigrazione continua ad essere approssimativa, in Italia in primis: «Noi siamo bravissimi nell'accoglienza, ma dopo? Li lasciamo bighellonare, non abbiamo una politica di integrazione, perché questa politica costa soldi. L'unico paese ad aver fatto una legge in questo senso è la Germania, dicono “devi imparare il tedesco in 6 mesi” ma poi attrezzano corsi di lingua serali e nel weekend».Emma Bonino si lascia perfino andare a un consiglio di lettura: «Ho appena finito di leggere “C'était le XXe siècle: La course à l'abîme” di Alain Decaux, che racconta il periodo tra le due guerre mondiali, evidenziando tutti i segnali dell'abisso che nessuno volle vedere. Io voglio parlare a voi generazioni future - del resto, il futuro è più vostro che mio - e dirvi: riflettete bene su cosa pensate di volere. Imparate a riconoscere le malattie drammatiche e molto pericolose che sono i razzismi e i nazionalismi. Secondo Hannah Arendt anche episodi piccoli e banali dovrebbero fare da spia di cosa non va; e Mitterand diceva “ricordatevi sempre che il nazionalismo è la guerra”».Giova, su questo punto, fare un piccolo riassunto delle puntate precedenti: «Neanche 70 anni fa – nella storia, niente  – questo nostro continente era distrutto, anzi autodistrutto. Raso a zero. È stato grazie alla visione federalista degli Stati Uniti d'Europa, di ripartire mettendo insieme con la visione di dove volevamo andare – e con l'aiuto finanziario americano legato a questo processo di integrazione – che siamo diventati il continente più ricco al mondo». Dice proprio così, Bonino: “il più ricco al mondo”. «Non ci piacerà, vorremmo di più: ma lo siamo. Non solo in termini di Pil ma anche di alfabetizzazione, di welfare, di speranza di vita, di assistenza sanitaria».Un sistema che dunque, pur con tutti i suoi limiti, ha dimostrato di portare benessere e prosperità: «Proprio per questo non ha senso tornare indietro, per difficile che sia andare avanti. Sono federalista non per ideologia ma perché non conosco un sistema al mondo che sia in grado di tenere insieme popoli diversi in democrazia che non sia il sistema federalista».Il problema adesso è convincere gli Stati membri a comportarsi di conseguenza: «L'ipotesi di una Europa formato Svizzera già sta dimostrando di non andar bene, perché ciascuno va dalla sua parte. Bisogna fare l'interesse di tutti gli europei, non solo dei singoli Stati». Che invece molto spesso attuano un gioco sporco, incolpando l'Europa per ogni problema o provvedimento impopolare: «La Commissione europea viene additata al pubblico ludibrio per responsabilità che sono a mio avviso ascrivibili tutte agli Stati nazionali, diventa capro espiatorio di tutte le inefficienze». E affonda: «A volte essere leader non vuol dire essere “follower”, seguire cioè l'opinione pubblica. È un concetto impopolare in questo momento: è più popolare Salvini. Ma una classe politica deve anche avere il coraggio di essere a volte impopolare - per non avere la certezza di diventare a medio termine anti popolare».Esempio macroscopico, la questione migranti che occupa in questo periodo le prime pagine dei giornali: «Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Nel 1999 al vertice di Tampere gli Stati si resero conto che serviva una politica di integrazione comune. Si fece preparare una proposta dal commissario Vitorino che la preparò e... venne cacciato: non se ne fece niente». Eppure, ricorda Bonino, «dal 2008 al 2014 l'Europa ha integrato due milioni e mezzo di cittadini non europei ogni anno»; e la sola Inghilterra, «che fa i muri per 10mila disperati, ne ha integrati 500mila nel solo 2014».Con un messaggio forte e chiaro ai ragazzi: «Fate politica con la testa, con il cuore - che non fa male - e non con la pancia».Poi partono le domande dal pubblico. Stefano, bolognese in procinto di iniziare la Scuola di politiche 2017, si chiede se «Brexit insegnerà cosa vuol dire essere sbattuti fuori dall'Europa». Bonino puntualizza: «L'Inghilterra non è stata affatto “sbattuta fuori”. Cameron ha chiesto il referendum per ragioni interne di potere nel suo partito, poi ha fatto campagna per il no, ha vinto il sì – e tutti i vincitori si sono dimessi uno dopo l'altro. Infatti non sono certo tutti assatanati a chiedere l'applicazione dell'articolo 50. Prosciugheranno per i prossimi anni le energie della Commissione, ci sono 600 trattati da cui devono uscire, e loro non vogliono certo affrettarsi. L'articolo 50 fu elaborato dopo una crisi per una svolta a destra dell'Austria; fu inserito nel trattato di Lisbona, scrivendolo nella certezza di non doverlo mai applicare. Esso dice che fino ad esaurimento del negoziato tutto rimane come prima, gli europarlamentari inglesi dunque votano anche su materie su cui pensano di uscire, discutono dei nuovi commissari, il che non ha molto senso. E il processo non sarà neanche così veloce. Nel 1986 quando ero ragazza» - all'epoca aveva 38 anni, ed era già alla sua seconda esperienza da eurodeputata - «avevo seguito il distacco della Groenlandia che si era separata dalla Danimarca: fu un incubo, durò più di tre anni. La tecnica negoziale, tipica degli inglesi da sempre, sta avendo luogo anche adesso: gli inglesi non si siedono mai al negoziato se non hanno già negoziato in via informale il quadro generale».Un metodo che piace poco a Emma Bonino: «Io invece penso che si debba arrivare subito a una chiarezza, il punto di scontro è la libertà delle persone. Con tutto il rispetto degli inglesi, esistono pure gli altri: perché su Brexit hanno votato solo gli inglesi? Questa cosa impatta anche su di noi. Non a caso la nostra Costituzione ha escluso la amnistia, le materie fiscali e i trattati internazionali dalle tematiche che si possono decidere attraverso referendum: nella loro chiaroveggenza i padri costituenti hanno voluto così». Invece Brexit rischia di scatenare un effetto domino: «Sono in preparazione in Europa una trentina di referendum su qualsiasi cosa, dall'uscire dalla Nato a tutto il resto! Ci sono valori che invece non sono contendibili, che non sono a disposizione neanche dalla maggioranza. Sulle materie comunitarie penso che non sia possibile che ognuno faccia un referendum per sé».E quali saranno le conseguenze della Brexit? «Io non credo che gli inglesi abbiano così fretta di uscire» ribadisce Bonino: «Loro hanno anche 5 milioni di concittadini in giro per il mondo, la maggior parte dei quali in Europa. Credo che sarà un periodo lunghissimo che spero apra anche a qualche riflessione tra chi vuole restare e chi vuole uscire, e le relative conseguenze».Alessandro chiede se «abbiamo davvero “integrato” 2,5 milioni di non europei ogni anno: la parola integrazione ha un forte significato». Bonino risponde che «l'integrazione non è mai stata facile in nessun momento della storia, in nessuna parte del mondo. Visitando qualsiasi museo della emigrazione italiana ce ne si rende conto. Spesso la integrazione vera inizia con la seconda generazione, quella dei figli che sono andati a scuola. La legge tedesca mi sembra una cosa da esaminare con attenzione».Anche perché «interi settori dell'economia italiana chiuderebbero senza immigrati: penso all'agricoltura, alle costruzioni, ai servizi alla persona. Che ne abbiamo bisogno dunque non ci piove. Gli italiani non sono più razzisti di altri, ma quello che non sopportano è il disordine su questo tema. Le cifre e le statistiche ci raccontano la realtà, partiamo da lì: a sud del mediterraneo c'è una esplosione demografica senza pari, da 70 milioni che erano pochi decenni fa si stanno avvicinando ai 600 milioni; la Nigeria nel 2070 avrà più abitanti dell'Eurozona. Facciamo funzionare il cervello, e con un po' di cuore che non guasta mai, invece di ripetere con la pancia cose non sostenibili».La giornalista Letizia Magnani rompe il protocollo – che vuole lo spazio delle domande ai relatori riservato agli studenti della scuola – ponendo una domanda sulla «necessità di laicità: dobbiamo sostenere lo sviluppo di un Islam laico?».«Sulla laicità sfondi una porta aperta» ribatte Bonino: «ma bisogna capire come li sosteniamo. Credo che i diritti civili, la laicità, la separazione tra politica e religione siano un processo: noi ci abbiamo messo molti anni… e qualche guerra. I musulmani laici esistono, io li conosco tutti quanti. Il modo migliore per sostenerli è non dimenticarli. Pensiamo alla Tunisia: se non si ammazzano li dimentichiamo, se si ammazzano troppo li dimentichiamo. In sostegno alla Tunisia credo che varrebbe la pena mettere qualche risorsa. Bisogna poi sostenere le donne che hanno aperto un dibattito nel proprio Paese: esistono alcune realtà in cui il dibattito su Islam e politica è molto avanzato. Una volta andava molto di moda il dialogo interreligioso, a me sarebbe piaciuto promuovere un dialogo interlaico. Il mondo femminile in tutto il mondo arabo e musulmano è la parte più vivace sulla richiesta di diritti. Già farlo conoscere non è male, sostenerlo è ancora meglio. Purtroppo la svolta di Ennahda» – sancita dalle recenti dichiarazioni del leader tunisino Rached Ghannouchi, in sostanza un “archiviamento dell'Islam politico” – «è passata completamente sotto silenzio: forse perché mancava l'elemento clou della notizia».Qualche altra breve domanda e risposta, e arriva il momento per Emma Bonino di chiudere l'incontro e correre a prendere il treno. «Ma fatemi dire un'ultima cosa sulla laicità» chiude: «La polemica tra burka e burkini mi fa vomitare. Il limite vero è che la gente deve andare in giro riconoscibile. Quel che non dobbiamo consentire è il velo integrale, quello per cui la persona non è identificabile, anche perché limita l'integrazione. La nostra società è basata sulla responsabilità individuale, ed è ciò che va tutelato. Mi farebbe orrore uno stato che manda dei poliziotti in spiaggia a dirmi che ho il bikini e mi devo rivestire o a quella che ha il burkini che si deve spogliare». Eleonora Voltolinatutte le foto sono di Francesco Pierantoni

Quattro giorni con duecento giovani appassionati di politica, appunti sparsi di una summer school speciale

Negli ultimi quattro giorni mi sono immersa nella prima summer school della Scuola di Politiche. Oltre duecento ragazzi riuniti a Cesenatico e assorbiti da un calendario ricchissimo fatto di dibattiti, incontri, focus group. Politica a 360 gradi su un grande tema principale, “Dove vai Europa?”. Una idea che, come avevo già scritto qualche tempo fa, a me pare straordinaria e che dà a moltissimi ragazzi svegli e bravi la possibilità di costruirsi una formazione politica parallela e diversa a quella universitaria, incontrare personalità eccezionali, avviare un networking che legherà alcuni di loro anche negli anni futuri – e magari li porterà a lavorare insieme, realizzare progetti, chissà.Fatto salvo il mio intervento, focalizzato su giovani e lavoro, mi sono in questi quattro giorni mescolata agli studenti; seduta con loro, ho ascoltato con loro, imparato con loro. Ho preso anche – deformazione professionale – moltissimi appunti; e ora ho deciso di riordinarli e pubblicarli. Per chi non c'era: perché quello che hanno detto Emma Bonino, Ferruccio de Bortoli, Nando Pagnoncelli e i molti altri partecipanti – a cominciare dal padrone di casa Enrico Letta, ideatore della scuola, che ha aperto e chiuso con i suoi interventi la summer school – è stato spesso davvero interessante, talvolta addirittura illuminante. È bello poter dare la possibilità anche a chi non è riuscito a far parte di questa avventura di scoprire i contenuti, le lezioni, le risposte emerse a Cesenatico. E anche per chi c'era: perché la parola scritta aiuta la memoria e la riflessione; e tra qualche giorno, o mese, o anno, magari a qualcuno sarà utile tornare a ricercare questi interventi, queste parole. Non sono certo riuscita a seguire tutto – del resto con cinquanta relatori e una quindicina di eventi, farlo sarebbe stato quasi impossibile! – ma quel che sono riuscita a tracciare nel mio smartphone è (o sarà: wip sta per work in progress!) qui di seguito.Buona lettura.→ intervento di Emma Bonino “Dove vai, Europa?”→ intervento di Nando Pagnoncelli “Sondaggi di opinione: maneggiare con cura” wip→ intervento di Ferruccio de Bortoli wip→ tavola rotonda “Quale (dis)integrazione? L’Europa tra migrazioni, demografia, estremismi” - con C. Kyenge, A. Rosina, N. Bouzekri, P. Annicchino e l'introduzione di A.Aresu wip→ tavola rotonda  “L’Italia divisa” - con E. Felice, G. Provenzano, M. Cesare wip→ talk con gli HR: Antonio Migliardi e Alessandro Bernardini – Esperienze a tutto tondo nel settore pubblico e privato wip→ intervento di chiusura di Enrico Letta “Le 5 grandi domande per il 2017” wiptutte le foto sono di Francesco Pierantoni

Badanti e braccianti agricoli laureati, l'Italia non valorizza gli immigrati con alto grado di istruzione: eppure «hanno una marcia in più»

L’Italia non è un paese per laureati, tantomeno per quelli stranieri. Il nostro Paese non è in grado di attrarre immigrati qualificati e, quando lo fa, offre loro impieghi al di sotto del loro grado di istruzione. È quanto emerge dai dati del nuovo Rapporto annuale “I migranti nel mercato del lavoro in Italia”, realizzato dal Ministero del Lavoro. L’8,4% dei laureati extracomunitari residenti in Italia svolge la mansione di operaio non specializzato. Una percentuale decisamente superiore a quella degli italiani, pari all’1,3%. Ci troviamo, quindi, di fronte ad un vero spreco di capitale umano che potenzialmente potrebbe dare nuova linfa al mercato del lavoro e nuova vitalità all’economia.Pochi laureati e mal impiegati. Se da una parte il sistema Italia non riesce a trattenere le sue “menti migliori” come i ricercatori, dall’altra non è nemmeno in grado di attrarre laureati dall’estero né di valorizzare quel capitale umano che entra nei confini nazionali. Così, persone che hanno conseguito una laurea in ingegneria, economia o diritto si ritrovano in fabbrica o a servire tra i tavoli di un ristorante. E l’Italia diviene “terra di conquista” di chi ha un basso livello di istruzione: solo il 11,8% della forza lavoro extra Ue è laureato, mentre più del 53% raggiunge al massimo un livello di istruzione equiparabile alla nostra scuola media. Un dato significativo se paragonato a quello dei laureati italiani nel mercato del lavoro nazionale, pari al 22,1%, già tra i più bassi dell’Europa occidentale. «Attiriamo pochi laureati dall'estero perché costringiamo tanti laureati italiani ad andare all'estero», spiega alla Repubblica degli Stagisti Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana. «Non abbiamo un mercato del lavoro in grado di assorbire delle competenze né a livello interno, né tanto meno a livello internazionale. Gli immigrati si posizionano nei segmenti medio-bassi del mercato del lavoro. È una tipicità tutta italiana e degli altri paesi del “modello mediterraneo”, come Spagna, Portogallo, Grecia». Ma il problema riguarda anche il riconoscimento dei titoli di studio: «Attiriamo pochi laureati stranieri perché c’è un problema di equiparazione» aggiunge Rodolfo Giorgetti, responsabile area immigrazione di Italia Lavoro, che ha contribuito alla realizzazione del Rapporto: «È necessario che si ricerchi una più forte connessione tra le università italiane con quelle straniere, con la realizzazione di partnership». Ma il problema del riconoscimento dei titoli di studio è un aspetto piuttosto complesso che «investe anche la necessità di rispettare gli standard richiesti dall’Unione europea», puntualizza Forti.Ingegneri e medici, le uniche eccezioni. A tutto questo si somma una questione economica: per gli immigrati il titolo di studio – nei fatti –  influisce in maniera quasi impercettibile nella determinazione del tipo di impiego e di reddito, diversamente da ciò che accade per gli italiani. Anzi, gli stranieri si collocano, in ogni caso, nelle fasce più basse della società: solo lo 0,9% di questi percepisce un reddito superiore ai 2mila euro mensili, mentre quasi l’80% percepisce meno di 1.200 euro. Di contro solo poco più del 40% dei lavoratori italiani guadagna meno di 1.200 euro al mese, e quasi il 9% più di 2mila. Tra gli stranieri extra Ue solo il 4% dei laureati percepisce più di 2mila euro, contro il 22,3% degli italiani. «In genere gli immigrati svolgono lavori per mansioni di livello diverso rispetto a quello previsto dal titolo di studio» conferma Forti: «Così, tra chi svolge lavori agricoli, troviamo persone con titolo di studio assimilabile alla laurea o donne laureate, in genere dell'Est Europa, impiegate come collaboratrici domestiche, spesso con situazioni contrattuali precarie o in nero». I laureati stranieri in Italia che riescono a svolgere un lavoro confacente al titolo di studio «sono essenzialmente medici e ingegneri meccanici, in genere persone che hanno svolto un tirocinio formativo in Italia prima di scegliere il nostro Paese come destinazione» specifica Giorgetti. «Dal punto di vista delle nazionalità, prevalgono marocchini e cinesi, mentre in alcune attività specialistiche di nicchia attiriamo laureati da Stati Uniti e Canada».Il titolo di studio non conta nella scelta di rimanere in Italia. Ma tra gli immigrati laureati provenienti dall’area mediorientale o dall’Africa la scelta di rimanere in Italia o proseguire verso il nord d’Europa raramente dipende dal titolo di studio. «L'Italia è un paese di transito per quelle nazionalità che hanno forti comunità all'estero, per esempio in Germania, Austria, Belgio, Francia e Norvegia, che forniscono loro appoggio e orientamento», spiega Oliviero Forti. «Diversamente, chi non dispone di queste reti o di risorse per continuare il viaggio. I siriani dispongono di risorse e di reti, in particolar modo in Germania, i subsahariani no. Questi ultimi, volenti o nolenti, tendono a rimanere in Italia». Più assunzioni, ma anche più donne inattive. Nel 2015 c’è stata una complessiva inversione di tendenza dei livelli occupazionali degli extracomunitari, in base ai dati Istat elaborati nel Rapporto. Lo scorso anno sono stati assunti 2 milioni di cittadini extra Ue, pari a circa il 20% delle assunzioni totali. Ciò equivale ad una crescita rispetto al 2014 di +4,7%, superiore – anche se non di molto – a quella degli impieghi che hanno riguardato i cittadini italiani (+4,1%). Al contempo, però, cresce anche il numero degli inattivi, soprattutto tra le donne extracomunitarie, con una crescita di 20mila unità, pari a +2,2%. I dati 2015 confermano un trend che prosegue da alcuni anni in merito alla tendenza imprenditoriale degli immigrati extracomunitari: circa il 10% di questi svolge un’attività per proprio conto, prevalentemente attività commerciali piccole o medio-piccole.I giovani stranieri con una marcia in più. Interessante rilevare le sensibili differenze che stanno emergendo tra italiani e stranieri per il diverso peso che le nuove generazioni hanno sul mercato del lavoro. Tra i dirigenti italiani, per esempio, solo il 3,3% ha meno di 34 anni, contro il 18,8% dei dirigenti stranieri in Italia. Discorso simile anche tra i quadri, dove tra gli italiani gli under 34 sono il 7,6%, mentre tra gli stranieri il 15,5%. Medesimo rapporto anche nel mondo del lavoro autonomo: gli imprenditori italiani con meno di 34 anni sono quasi l’8%, mentre i giovani stranieri sono il 25,5%. Si tratta di dati che indicano quale contributo potrebbe dare una maggiore presenza di giovani, soprattutto se laureati e specializzati, al mercato del lavoro italiano. «Il 90% dei laureati mondiali si forma lontano da casa. In Italia questo rapporto è essenzialmente invertito», spiega Giorgetti. «Attrarre stranieri significa quindi avere persone più flessibili di fronte ai cambiamenti nei processi di lavoro. Un ragazzo laureato che ha attraversato il deserto per raggiungere l’Europa, si conquisterà la propria posizione lavorativa con le unghie e con i denti. La sua determinazione è un valore aggiunto». Senza dimenticare però che «la vera emergenza non è tanto il riconoscimento delle competenze e dei titoli di studio» conclude Forti «quanto il corretto inquadramento contrattuale degli immigrati, laureati o meno. Già questa sarebbe una grande conquista».Paolo Ribichini

Scuola di Politiche, a settembre la summer school con 250 giovani dà il via alla seconda edizione

“Dove vai, Europa?”. Questo il titolo, più che mai attuale, della prima summer school della Scuola di Politiche dell’Arel, la scuola di formazione fondata a Roma da Enrico Letta e diretta da Marco Meloni, che si terrà dal 15 al 18 settembre a Cesenatico, in Emilia Romagna. La Summer School sarà l’occasione per approfondire temi legati alla cittadinanza, alle migrazioni, all’austerity e, soprattutto, dibattere sulle sfide dell’Unione. Un’occasione altamente formativa per i 250 ragazzi che prenderanno parte all’evento. Di questi ci saranno i 100 ex studenti, cioè i primi cento giovani partecipanti che hanno appena concluso il percorso, i 100 nuovi ammessi che si sono classificati nella nuova selezione e che cominceranno a ottobre, più 50 giovani “esterni”. Per questo motivo la summer school rappresenta anche un momento di incontro tra vecchi e nuovi studenti, che si troveranno ad ascoltare personalità di spicco: tra questi Emma Bonino, Cecile Kyenge, Enrico Letta, Ferruccio De Bortoli e molti altri. L’appuntamento di Cesenatico permetterà ai relatori, che in buona parte sono anche i docenti della Scuola, di conoscere i nuovi ammessi. Alcuni dati e statistiche sono già disponibili: sono 52 ragazzi e 49 ragazze esattamente come lo scorso anno e, inoltre, i partecipanti di questa edizione sono più giovani. Sono 59 infatti i ragazzi che hanno un’età compresa tra i 19 e i 22 anni, mentre lo scorso anno erano 51. Per quanto riguarda la distribuzione geografica i dati non si discostano più di tanto da quelli della scorsa edizione: 44 ragazzi vengono dal Nord, 32 dal Centro e 26 dal Sud e dalle isole. Una composizione che sembra così rappresentare i dati relativi alla popolazione giovanile nelle tre zone del Paese. Il dato più interessante riguarda invece la provenienza dai corsi di laurea perché, sia per lo scorso anno che per questa edizione, a frequentare la Scuola di Politiche saranno studenti con competenze nei campi più disparati. Lo scorso anno la maggior parte degli ammessi proveniva da Scienze Politiche o Relazioni Internazionali (29), mentre per il 2017 sono i giuristi i più numerosi (27). Seguono gli studenti di Economia (23) che lo scorso anno erano 17 e gli studenti di Scienze Politiche che si fermano a 18. Ci sono poi gli studenti di Medicina, Architettura, Fisica, Discipline umanistiche, Scienze forestali e Tecniche alimentari ed enogastronomiche. Tra i partecipanti ci sono anche 3 ragazzi dell’ultimo anno di scuole superiori (l'anno scorso erano 10). La grande eterogeneità è un dato che colpisce, ma che non deve stupire. Lo spiega il direttore Marco Meloni: «Noi non vogliamo necessariamente formare solo alla politica praticata, ma vogliamo far sì che dei giovani meritevoli, che in futuro si occuperanno di qualsiasi settore, risultino arricchiti da questa esperienza e possano diventare cittadini autonomi. Non è molto importante quale percorso sia più indicato per essere buoni politici, per noi conta fornire loro degli strumenti e migliorare i loro profili».«Siamo sempre abituati a pensare al politico di carriera che rimane attaccato alla sua carica, visti i tanti esempi negativi è innegabile che spesso prevalga un’idea distorta delle politica» aggiunge Valerio Martinelli, classe 1993, uno degli allievi della prima edizione proveniente dalla provincia di Pisa: «La scuola che ha immaginato Enrico Letta vuol lanciare un messaggio diverso, non vuol formare politici di professione. Personalmente la consiglierei a tutti perché aiuta a rendere i cittadini più consapevoli». Per Martinelli la Scuola di Politiche è stata un’esperienza positiva: «Una delle cose che rimane dentro dopo aver frequentato i corsi, è la percezione della dimensione europea. Se prima ero un europeista adesso lo sono ancor di più e voglio impegnarmi per attivare maggiormente il dibattito sull’Unione a livello locale. La Scuola ti permette di confrontarti con relatori di caratura politica e amministrativa che non capita tutti i giorni di poter incontrare». Anche i docenti e lo stesso direttore sono rimasti colpiti dal livello dei ragazzi della scorsa edizione. Un livello raggiunto in seguito a un duro processo di selezione operato su numerosissimi candidati. Lo scorso anno arrivarono quasi 700 domande, mentre i posti erano solo 25, per questo motivo la direzione decise di alzare il numero a 100 e formare tre classi. La dimostrazione che i giovani sono interessati alla politica. Eccome se lo sono. «Abbiamo avuto un ottimo riscontro in termini di crescita del gruppo e impressioni positive sul livello dei ragazzi. Il processo di selezione per cui siamo partiti da 670 domande circa per arrivare poi a 100 ha fatto sì che la qualità fosse molto alta. Inoltre a noi ha colpito molto la motivazione di questi giovani» spiega Meloni «perché la scuola non offre apparentemente niente in cambio, non ci sono crediti formativi spendibili a livello universitario». I progetti per il futuro non mancano e per i ragazzi ci sarà modo di conoscere ancor più da vicino il mondo delle istituzioni: «Porteremo nuovi docenti autorevoli» afferma Meloni «e riprodurremo gli stessi corsi visto che hanno funzionato bene, ma con alcune differenze. Inizieremo da subito i lavori di gruppo e coinvolgeremo i ragazzi in laboratori perché vogliamo che siano sempre più protagonisti. Per questo motivo li inseriremo più stabilmente nelle attività di progettazione delle politiche e renderemo più sistematizzato il contatto con le istituzioni».  Johara Camilletti

Cercare lavoro su LinkedIn, rischi e vantaggi

I social network stanno prendendo sempre più piede come strumento per la ricerca di lavoro, e LinkedIn è una delle risorse principali in questo senso. Nato nel 2003, oggi è la rete professionale più grande al mondo con oltre 433 milioni di membri in 200 Paesi. In Italia è usato da 9 milioni di utenti, conta 4 milioni di aziende attive e più di 40mila lo usano per fare recruitment. Acquisito da Microsoft lo scorso giugno, ha confermato il trend di crescita anche nel primo trimestre 2016 e punta a espandere il network oltre ai colletti bianchi, che attualmente rappresentano la quota maggiore di iscritti. Soprattutto fra i giovani, l’utilizzo della piattaforma è legato all’ambito mobile e ha registrato un aumento dal 3 al 54% grazie all’app dedicata: il vantaggio significativo dell'istantaneità di accesso dello smartphone è dato dal fatto che, secondo LinkedIn, il 44% dei membri ha difficoltà a tenere d'occhio gli annunci con assiduità, ma chi invia la candidatura il primo giorno ha il 10% di chance in più di ottenere il lavoro. Da semplice piattaforma per curriculum digitale che era, oggi LinkedIn offre ai propri utenti non solo di crearsi una rete di contatti professionali, ma anche di seguire i settori di interesse e condividere notizie rilevanti nel proprio ambito. Sulla piattaforma, il vantaggio da parte di chi cerca lavoro è quello di rendere disponibili informazioni sulle proprie esperienze lavorative e di studio, in modo da poter essere contattato direttamente dalle aziende alla ricerca di un profilo che corrisponda alle loro esigenze. Le imprese, d’altra parte, avendo accesso ad un numero di potenziali candidati molto maggiore, possono massimizzare la ricerca di personale. Se non si basa su un certo grado di apertura e adattabilità, però,  la ricerca può talvolta essere difficile per entrambe le parti. «Pur  con milioni di impieghi disponibili nel mondo oggi, c'è  un'incompatibilità di fondo tra ciò che i lavoratori offrono in termini di capacità personali e quello che i datori di lavoro chiedono»  ha sottolineato David Cohen [nella foto sopra], direttore commerciale del Nord Europa e area EMEA di LinkedIn, commentando lo studio Adapt to Survive, commissionato da LinkedIn a PwC, che indaga l'adattabilità di Paesi e imprese nel mondo: «Oggi, per la prima volta, la tecnologia consente ai lavoratori di capire davvero che cosa si richiede loro per ottenere quegli impieghi, e di comprendere quali capacità e conoscenze serviranno loro per conseguire il lavoro e la carriera che desiderano». LinkedIn offre il vantaggio di fare incontrare domanda e offerta di lavoro più facilmente, ma si porta dietro anche dei rischi non indifferenti: la possibilità di essere ingannati esiste, e in diverse forme. E la questione è delicata soprattutto perché riguarda informazioni strettamente personali, quali quelle contenute nel proprio curriculum.Il rischio di incappare in una frode su LinkedIn esiste per qualsiasi utente, sia egli un singolo alla ricerca di lavoro, un impiegato o un’azienda stessa. Uno degli attacchi più diffusi, peraltro comune anche ad altre piattaforme, è quello di cercare di ottenere le password degli account estraendole da strumenti automatizzati che gestiscono grandi moli di indirizzi di posta elettronica e password in varie combinazioni, come suggerisce lo stesso LinkedIn. Come misure generali, LinkedIn consiglia di attivare la verifica a due passaggi (al login, oltre alla password, si deve inserire un codice numerico di sicurezza, inviato per sms) e monitorare regolarmente l'attività del proprio account. Esistono poi truffe elaborate e di lunga durata che si basano sulla costruzione di un rapporto di fiducia con il malcapitato: è il caso delle internet romance scam, che colpiscono soprattutto donne di una certa età e le inducono a prestare grosse somme a finti corteggiatori, o quello della classica truffa alla nigeriana, volta a estorcere denaro attraverso richieste di aiuto per trasferimenti tra banche e simili. La maggior parte dei profili fasulli, comunque, si limita ad azioni automatizzate che puntano a diffondere pubblicità o spam, oppure a rivendere informazioni a terzi.Per quanto riguarda le offerte di lavoro, le truffe più ricorrenti riguardano i contatti da parte di falsi recruiter che offrono impieghi molto remunerativi a fronte di un impegno minimo, come mystery shopper, lavoro da casa o come assistente personale, e le richieste di contatto provenienti da sconosciuti. Posto che il social network si basa sulla creazione di contatti nuovi, è irrealistico pensare di ignorare sistematicamente le richieste di chi non conosciamo. Ma si possono adottare alcuni accorgimenti per evitare di cadere nelle trappole virtuali. Nel caso di e-mail di “phishing” che fingono di essere richieste di contatto, per esempio, un primo consiglio è quello di non accettare automaticamente. Meglio controllare prima l’indirizzo del sito, accertandosi che il protocollo sia https://, oppure accedere direttamente alla piattaforma per confermare il contatto. Si può anche considerare di inviare un messaggio (la funzione InMail consente di farlo con chi non è fra i propri contatti) chiedendo la ragione della richiesta: questo rappresenta un buon deterrente per infastiditori online di vario genere. Inoltre, è possibile sistemare le impostazioni della privacy selezionando chi può inviare inviti, anche se poi si deve fare i conti con il limite di avere fra i contatti solo quelli importati o di persone che possiedono già il proprio indirizzo e-mail. In compenso, si può selezionare il tipo di messaggi che si vuole ricevere (eliminando, per esempio, le opzioni “opportunità di carriera” e “nuove imprese”) e nascondere i propri collegamenti, limitando così l’accesso ad una fonte di informazione preziosa per gli account falsi. Una buona abitudine è anche quella di selezionare quali richieste accettare e quali no, in seguito ad un’esplorazione dell’account del mittente. I segnali di un possibile account fasullo sono: un profilo professionale completamente diverso dal proprio, un numero di contatti esiguo, carriere troppo brillanti e veloci per essere vere, errori grammaticali, assenza di una foto personale o di riferimenti di contatto, posizioni lavorative descritte da manuale.In generale, meglio preferire la qualità rispetto alla quantità, perché un gran numero di contatti non è necessariamente sinonimo di maggiore successo. Infine, mai dare seguito a messaggi con richieste di avventure sentimentali o anche di semplice amicizia, proposte di guadagno assicurato e segnalazioni di vincite di grandi somme di denaro.Una volta prese le dovute precauzioni per evitare situazioni spiacevoli, LinkedIn può rappresentare un importante strumento di visibilità, soprattutto se si adottano alcune strategie per migliorare il proprio profilo. Innanzitutto, va curata con attenzione la costruzione della propria pagina, cercando di inserire le informazioni nel modo più accurato e completo possibile, dalle esperienze di studio a quelle di volontariato: un profilo dettagliato veicola bene un'idea di serietà e precisione. Inserire almeno cinque competenze principali (così facendo, si ha il 31% in più di probabilità di essere contattati secondo LinkedIn) e la città in cui si vive (il 30% dei recruiter seleziona i candidati in base alla posizione geografica).Vanno scelte bene anche le parole chiave per il riepilogo che si trova a inizio pagina, quello che salta prima all'occhio di chi legge: LinkedIn ha stilato una lista dei dieci aggettivi più utilizzati nel gergo professionale, parole che è meglio evitare, perché talmente usate da apparire ormai vuote e insignificanti. Bando dunque alla “vasta esperienza” e ai “motivato”, “intraprendente”, “creativo” e “versatile”. Occorre cercare di individuare i propri veri punti di forza e, se proprio si ritiene di dover includere le descrizioni classiche, è meglio trovare dei sinonimi efficaci. Assicurarsi anche che il riepilogo sia almeno di 40 parole, altrimenti si rischia di non comparire nella ricerca.Un altro punto focale è la foto: secondo LinkedIn, gli utenti con un “volto” ricevono il 21% in più di visite sul profilo. Requisiti fondamentali del ritratto sono una buona risoluzione, professionalità (un buon suggerimento è quello di scattare la foto sullo sfondo del proprio contesto lavorativo, che sia un ufficio o l'università) e il sorriso. Collegare applicazioni esterne a LinkedIn, come TripIt per chi viaggia o SlideShare per le presentazioni, inoltre, aumenta la visibilità. Infine, cercare di mantenersi attivi sulla piattaforma, partecipando alle discussioni nei gruppi e condividendo articoli interessanti. E durante la ricerca di opportunità di lavoro, tenere a mente il principio dell'adattabilità: «I governi influenzano la capacità di adattamento dei lavoratori principalmente attraverso il sistema scolastico, e le competenze che le persone acquisiscono attraverso l'istruzione le rendono più o meno capaci di adattarsi. La tecnologia è certamente una delle cose di cui le persone devono fare tesoro, ma non è l'unica: l'adattabilità è un tipo di mentalità, significa essere pronti ad accogliere e intraprendere cose diverse» ha scritto Michael Rendell [nella foto a sinistra], consulente a capo delle risorse umane del network di PwC, nel commento allo studio Adapt to Survive. Una forma mentis che dovrebbe guidare lo sviluppo non solo individuale, ma di aziende e Paesi: «Una parte di questo è la ricerca di talenti fuori dai confini nazionali: i governi hanno un ruolo importante nell'incoraggiare le imprese a farlo e nell'attrarre i talenti di cui un Paese ha bisogno a venire in quel Paese». Il che non esclude, dunque, di considerare di spostarsi all'estero per lavoro, un'opzione sempre più frequente per tanti e un'opportunità che, se presa con lo spirito giusto, può insegnare molto, oltre alle competenze professionali.Irene Dominioni

Tirocini curriculari, c'è chi li fa anche all'interno dell'università

Forse non tutti sanno che gli stage curriculari, quelli svolti dagli studenti durante un percorso di studi, possono essere effettuati anche all'interno delle università. Non di tutte, a dir la verità: ma la maggior parte degli atenei italiani prevede questa formula, e permette dunque a molti suoi studenti di fare stage negli uffici amministrativi, nei laboratori, ovunque vi sia attività lavorativa. Non esistono dati precisi sul numero di tirocini curriculari attivati ogni anno, perché il ministero dell'Istruzione non li monitora; però per esempio il consorzio Almalaurea stima che tra coloro che si sono laureati nel 2015 siano 131mila coloro che hanno svolto almeno un tirocinio durante il loro corso di studi. Di essi, il 21,7% ha svolto la propria attività curricolare all’interno degli atenei. Significa che 28mila giovani tra quelli che si sono laureati nel 2015 (Almalaurea indaga qualsiasi ciclo di studi: dunque chi ha preso la laurea triennale, chi la specialistica, chi una laurea a ciclo unico...) hanno svolto almeno un tirocinio all'interno della propria università. In ambito letterario, il 29,2% dei tirocini curricolari si sono svolti all'interno degli atenei, stessa percentuale dell'ambito agrario. Nelle facoltà scientifiche, mediche e bio-geologiche, invece, si arriva, rispettivamente al 42,3%, 53,5% e 54,1%. Questo tipo di tirocini “interni” è meno frequente di quelli “esterni” anche per stessa scelta delle università. Per esempio, l'articolo 2 del “Regolamento in tema di tirocini” di quella di Palermo recita: «I tirocini sono di norma svolti presso soggetti ospitanti esterni convenzionati con l’università. I tirocini destinati ad essere svolti all'interno dell'università hanno carattere eccezionale e devono essere adeguatamente motivati».Addirittura la Statale di Milano nemmeno prevede nella documentazione la terminologia “tirocinio interno”. «Certo, ci sono delle facoltà che organizzano attività curricolare all’interno dei laboratori dei dipartimenti» spiega Barbara Rosina, responsabile del Cosp, il Centro per l'Orientamento allo Studio e alle Professioni della Statale: «Ma non sono degli stage, sulla base della normativa nazionale e regionale. Soggetto ospitante e promotore sono soggetti diversi, e sono soggetti diversi in quanto il soggetto promotore, l’università deve fare da garante tra le parti. Che garanzie può offrire un soggetto che è sia garante che soggetto ospitante?»Il punto è che «in Statale a un’attività di laboratorio vengono riconosciuti crediti, per esempio, se uno studente di agraria fa la tesi presso i nostri laboratori o se, come nell’ambito delle biotecnologie, gli studenti hanno bisogno di strumentazioni e tecnologie che non sono presenti nelle aziende del settore privato. Per quanto ci riguarda, la legge 142/1998 è scritta così». La Rosina fa riferimento al decreto legge di attuazione del Pacchetto Treu: l'unico che fa ancora fede per i tirocini curriculari, malgrado sia ormai obsoleto e in alcuni punti addirittura in contrasto con le nuove normative in materia di tirocini extracurriculari – motivo per cui la Repubblica degli Stagisti da anni chiede al Miur una revisione del quadro normativo degli stage curriculari.Altri atenei interpretano la normativa in modo diverso. L’università di Verona per esempio sulla sua pagina “stage” ha predisposto un tutorial in pdf per spiegare come possono essere attivati stage interni e conseguire i crediti conseguenti. Come spiega la sezione “informazioni generali” della pagina web dell’ufficio stage e tirocini, il soggetto ospitante è la struttura universitaria dove si svolge il tirocinio (non l’università nel suo complesso), mentre l’ateneo, in quanto tale, svolge la funzione di garante, come soggetto promotore.Anche l’università di Bologna permette la possibilità che di effettuare tirocini interni, anche se le procedure per attivarli non sono state ancora digitalizzate, a differenza di quelle degli altri tirocini. Il dipartimento di informatica dell’ateneo è molto organizzato in questo senso. Lo studente può scegliere quale area tematica gli interessa di più e, alla fine, seguire il gruppo di ricerca che più interessante. «Nel mio laboratorio gli stagisti non fanno certo gli amministrativi» specifica alla Repubblica degli Stagisti Danilo Montesi, ordinario dell’Alma Mater.«I tirocinanti ci sono molto utili» ammette Francesco Olmastroni, Field manager del Laps, il Laboratorio di Analisi politica e sociale dell’università di Siena – struttura che si occupa di condurre indagini demoscopiche per conto di soggetti pubblici e privati avendo lavorato, nel corso degli anni, per numerose istituzioni: «Nel laboratorio svolgono molte attività, come condurre interviste telefoniche e raccogliere dati. Alcuni stagisti arrivano a intervistare anche appartenenti alle élites politiche per i nostri progetti di ricerca più importanti.» continua «Quelli più bravi vengono coinvolti anche nell’analisi dei dati». Il lavoro presso il Laps può essere l’inizio di una carriera di ricerca: «Io stesso ho cominciato qui» ricorda Olmastroni «prima di trasferirmi per un periodo di studio negli Stati Uniti».I tirocini curricolari presso gli atenei si svolgono pressochè sempre a titolo gratuito. Anche perché nessun ente ospitante è obbligato a offrire un rimborso spese in caso di stage curricolari, neanche le università. Il compenso per il lavoro fatto, in pratica, sono i crediti formativi universitari (cfu) che vengono conseguiti durante il tirocinio. Eppure, in Toscana esiste un bando interno al programma “GiovaniSì”, finanziato dal Fondo sociale europeo, che dovrebbe fornire un aiuto economico a tutti i tirocinanti. Anche a quelli curriculari, quindi. Il problema, però, è che i tirocini curricolari non sono, in genere, abbastanza lunghi per rientrare nei limiti del bando che prevede un minimo di 300 ore (che equivalgono a circa 2 mesi) o almeno 12 cfu.«Non è mai capitato che siano atenei a richiedere ammissioni al contributo del Fondo sociale» racconta Mirko Carli dell'ente Diritto allo studio universitario toscano alla Repubblica degli Stagisti: «Gli atenei sono i soggetti che promuovono i tirocini con aziende e non ho mai avuto notizia, dall’attivazione del programma, che siano state delle università a richiedere rimborsi per gli stagisti che operano al loro interno».Il meccanismo del programma “GiovaniSì” prevede che siano le aziende ospitanti a offrire quelli che la documentazione regionale definisce “tirocini retribuiti” – anche se la terminologia non è proprio correttissima, dato che gli stage non sono contratti di lavoro e dunque non possono generare “retribuzione” – con 500 euro mensili. In caso siano convenzionate con l’università e il progetto formativo sia in regola con il bando, la Regione rimborsa 300 euro per ogni mensilità di stage alle aziende (o altri enti) che ospitano studenti senza disabilità, una volta che lo stage è concluso. Il rimborso sale a 500 euro in caso lo studente sia disabile.Gli stage interni non sono mai stati particolarmente presi in considerazione dalla normativa, e di conseguenza dagli incentivi. Anche il fondo per i tirocini curricolari, costituito con il decreto ministeriale 1044/2013, non era concepito per sostenere gli stage interni. Non solo, quei decreto era solo un una-tantum che, ricordano dal ministero dell’Istruzione, dopo il 2014 non è stato più rinnovato.Eppure ci sono studenti che scelgono espressamente di effettuare il loro tirocinio all’interno delle università. «Il più grande rimpianto che ho è quello di non aver potuto fare la fase di analisi dei dati» dice Giusuè Cerciosimo, stagista del Laps di Siena: «Ma rifarei il mio tirocinio all’interno dell’ateneo: farne uno in azienda non mi è mai neanche passato per la testa!».Francesco Piccinelli Casagrande foto di copertina da Wikipedia, Laboratorio del campus Santa Marta dell'università Ca' Foscari di Venezia

Nella giungla degli uffici stampa tra contrattini, abusivismo e partite Iva

A metterci un piede dentro sembra di essere finiti in una vera e propria giungla. Ognuno fa quel che vuole nel libero (e nemmeno tanto) mercato degli uffici stampa. In realtà una legge di riferimento c’è: è la 150 del 2000; ma nella pubblica amministrazione resta per lo più inapplicata. La legge parla chiaro: l'addetto stampa negli enti pubblici deve essere un giornalista iscritto all'albo – e come tale i suoi contributi devono essere versati all'Inpgi e non all'Inpdap. Ma non è sempre così. Spesso i giornalisti dell'ufficio stampa hanno i contratti più disparati e succede pure che il loro posto sia occupato da un dipendente pubblico che non è giornalista, non lo ha mai fatto e non sa nemmeno cosa voglia dire farlo. Eppure qualcosa si muove. Una buona notizia è arrivata lo scorso 6 luglio, quando la Consulta ha stabilito che «è legittimo applicare la retribuzione prevista dal contratto di lavoro di categoria ai giornalisti impiegati negli uffici stampa della Regione». In questo caso ci si riferisce alle Marche, perché lì i 14 giornalisti dell'ufficio stampa regionale hanno optato per il contratto giornalistico, ma l'ente non voleva concederlo. Si è finiti in tribunale e alla fine la Consulta ha stabilito che «il personale regionale di ruolo iscritto all'ordine dei giornalisti e che svolge mansioni giornalistiche negli uffici stampa della Regione può optare per il trattamento economico previsto dal contratto collettivo di lavoro giornalistico. In tal caso il rapporto di lavoro è trasformato in rapporto a tempo indeterminato non di ruolo». Dunque i giornalisti dell’ufficio stampa regionale possono scegliere per il contratto giornalistico. Una bella notizia, vista la penuria attuale di posti di lavoro nell’editoria. Ma nelle Marche i giornalisti hanno dovuto lottare per tre anni davanti ai giudici per farsi riconoscere i loro diritti. E non è dappertutto così. Esistono oltre 22 mila enti di natura pubblica in Italia. Per fare qualche esempio, 15 tra Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministeri e Avvocatura dello Stato; 81 università e istituti di istruzione universitaria pubblici; 45 enti e istituzioni di ricerca pubblici; 148 parchi nazionali; 13 fondazioni lirico-sinfoniche più 16 teatri stabili a iniziativa pubblica; 3 agenzie fiscali; 49 agenzie ed enti per il turismo; senza contare gli oltre 8 mila Comuni, le 12 città metropolitane, le 51 regioni e province autonome e loro consorzi e associazioni. L'elenco continua, il totale è appunto 22 mila: anche ammesso che ognuno di questi enti dovesse avere anche un solo addetto stampa (una stima per difetto, ovviamente, ma in grado di bilanciare tutti gli enti privi di ufficio stampa con quelli dotati di veri e propri staff), vorrebbe dire almeno 20 mila posti di lavoro.Ma il comparto è completamente, disperatamente nell'ombra. E di questi 20 mila ipotetici addetti stampa, l'Ordine dei giornalisti riesce a tracciarne solo un numero infinitesimale: poco più di 800. La punta dell'iceberg.  Per cercare di fare il quadro della situazione, proprio l’Ordine sta infatti raccogliendo i dati di riferimento del settore. Ed ecco alcune anticipazioni. Complessivamente, in Italia negli enti pubblici risultano oggi contrattualizzati con il contratto nazionale di lavoro giornalistico Fnsi-Fieg solo 212 giornalisti: di questi, appena 37 sono assunti a tempo indeterminato. In particolare, 38 lavorano nell’ambito parlamentare e ministeriale, 13 in società e organismi ministeriali, 27 in seno agli organismi dell’Unione europea, ben 69 nel comparto Regioni, 21 negli ex enti provinciali tuttora in attesa di ricollocazione (dopo la chiusura delle Province), 44 nei Comuni e negli enti o società a partecipazione comunale. Vanno poi aggiunti 329 giornalisti che lavorano nei Comuni, assunti a tempo indeterminato con contratto degli enti locali, ai quali sono specificatamente assegnati ruoli e compiti di ufficio stampa riconosciuti in apposite delibere sulle funzioni attribuite al personale dipendente e inseriti nella pianta organica dell’ente. A livello provinciale e territoriale risultano lavorare negli uffici stampa altri 18 giornalisti con contratto Frt (Federazione radio televisioni), tutti a tempo determinato. Da ultimo, l’Anci (Associazione nazionale Comuni italiani) stima che ci siano approssimativamente altri 280 giornalisti che prestano la propria consulenza professionale come addetti stampa nei Comuni italiani e negli enti locali di riferimento, con contratti di collaborazione coordinata continuativa oppure a partita Iva, tra i quali circa una trentina assunti a tempo determinato con contratto degli enti locali e validità temporale strettamente legata alla durata della legislatura. Insomma, la situazione non è per niente rosea e ci sono moltissimi giornalisti che con la chiusura delle Province aspettano di essere ricollocati in altri enti.Nella giungla degli uffici stampa c'è pure chi si alza la mattina e pensa che questo più che un lavoro sia volontariato. E non stiamo parlando di associazioni o enti no profit. Uo dei tanti è stato il ministro dell'Interno che ha pubblicato un bando per addetto stampa a titolo gratuito. La selezione porta la data del 9 marzo scorso e riguarda la ricerca di un professionista giornalista incaricato di svolgere attività di comunicazione. Al candidato prescelto verrà però offerta una collaborazione a titolo gratuito. La notizia della mancata previsione di una retribuzione ha suscitato l'ira degli internauti. Il ministero dell'Interno non è certo il solo. Ha fatto scalpore la notizia del bando pubblicato il 5 luglio scorso dal Comune di Gravina di Puglia. La ricerca è per un addetto stampa a partita Iva e che presenti la migliore offerta al ribasso. Base d'asta: 10.200 euro l'anno. Chi offre di meno vince. Per non parlare del caso portato alla luce da ordine e sindacato dei giornalisti del Veneto di fronte alla delibera del direttore generale dell'azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona con la quale l’ente ha conferito a un giornalista pensionato l’incarico di addetto stampa. Incarico da svolgersi, manco a dirlo, a titolo gratuito.Ma quando un ente decide di dotarsi di un giornalista per l’ufficio stampa, spesso si trova di fronte a tante variabili e non sa da che parte iniziare. Allora l’Ordine dei giornalisti, insieme all’Anci, ha pensato bene di stilare un “bando virtuoso” per gli uffici stampa. Una sorta di vademecum per orientarsi nella giungla di contratti, contrattini e partite Iva. Il documento, redatto dal gruppo di lavoro Uffici stampa del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, prende come punto di riferimento proprio la legge 150 del 2000. «Troppo spesso - dice Aurelio Biassoni, coordinatore del gruppo - ci troviamo in presenza di bandi con requisiti disparati e spesso non rispettosi delle normative vigenti. Ora, tutti, giornalisti e amministratori pubblici, potranno contare su un documento condiviso che potrà servire loro da utile riferimento» e aggiunge «ma dobbiamo anche essere consapevoli che oggi l'addetto stampa deve essere una figura professionale completa, capace di gestire anche i nuovi strumenti di comunicazione e informazione social e le varie piattaforme multimediali non solo in termini contenutistici ma anche operativi». In particolare, tra i requisiti richiesti per gli addetti stampa comunali, viene sancita come obbligatoria l’iscrizione all’albo dei giornalisti in uno qualunque dei due elenchi (professionisti e pubblicisti) e il possesso del diploma di scuola media superiore (laurea per il capo ufficio stampa) nel rispetto delle normative che regolano il pubblico impiego. Vengono inoltre indicati funzioni e compiti dell’addetto stampa e le modalità per il programma d’esame e la valutazione dei titoli professionali. L’Anci trasmetterà a tutti i Comuni italiani il “bando virtuoso” come utile vademecum a cui attenersi nell'indizione di bandi e concorsi e nell'assegnazione degli incarichi di addetto stampa. Cambia il ruolo del giornalista e cambia anche quello dell’addetto stampa. Non più semplice redattore di comunicati e organizzatore di conferenze stampa, ma anche video maker e social media manager. E’ per questo che la legge 150 è in fase di revisione. Il gruppo uffici stampa del Consiglio nazionale dell’ordine ci sta lavorando e ha già incontrato al Quirinale lo staff del presidente Mattarella, che ha condiviso la proposta presentata. Prima di tutto si richiede che anche il portavoce sia un giornalista iscritto all'albo. E poi per l’addetto stampa si richiede che «accanto agli strumenti tradizionali (comunicati stampa, conferenze stampa, cartelle stampa, mailing list, newsletter e rassegne stampa), il giornalista che lavora in ufficio stampa dovrà essere in grado di produrre contenuti multimediali per il web, per gli strumenti di connessione in mobilità e per i social network». Le proposte di modifica in autunno saranno portare all’attenzione parlamentare.Ma non finisce qui. Il gruppo sta prendendo in mano anche la situazione degli uffici stampa nelle aziende con l’obiettivo di estendere i principi della legge 150/2000 anche al settore privato. Purtroppo per questo settore non esistono normative specifiche: il consiglio nazionale dell’Odg ha comunque approvato un ordine del giorno che prevede negli uffici stampa privati l’obbligo di presenza di almeno un giornalista iscritto all’albo. Questo ordine del giorno è già stato sottoscritto da alcune associazioni di categoria come Confindustria, Unioncamere e Unione artigiani. La strada da fare è ancora lunga, ma le linee guida già ci sono, basterebbe cominciare ad applicarle. Magari prima nel pubblico, in modo che poi pure il privato si adegui.Leila Ben Salah

Treedom, la start-up che ha piantato 250mila alberi in cinque anni

In cinque anni la loro azienda ha permesso di mettere a dimora qualcosa come 250mila alberi. E ora Treedom punta sulla gamification per tornare lì dove tutto è partito: Farmville, il gioco che ha fatto nascere l'idea per dar vita alla start-up, trasferito però nel mondo reale. I due fondatori Federico Garcea (34 anni) e Tommaso Speroni (29), entrambi laureati in Scienze politiche, si sono conosciuti a Firenze in un'azienda che si occupa di ambiente, dove il primo era assunto e il secondo svolgeva un tirocinio.Ad unirli, oltre all'attività quotidiana, la passione per Farmville, gioco che sfidava i partecipanti a realizzare una fattoria. «Ci siamo detti: se ci sono sette milioni di persone disposte a pagare per coltivare alberi virtuali, perché non dovrebbero farlo per piantare degli alberi veri?», ricorda Garcea. All'epoca – era il 2010 – i due stavano lavorando ad un progetto in Camerun «e ci siamo resi conto che in alcune zone del mondo c'è la necessità di lavorare alla riforestazione perché molti alberi vengono abbattuti».Così l'anno successivo hanno dato fondo ai loro risparmi ed hanno investito 30mila euro per dar vita a Treedom, azienda il cui nome è la crasi di tree, albero in inglese, e freedom, ovvero libertà. «Siamo nati come srl, siamo stati una delle prime a diventare start-up innovativa e oggi, visto che abbiamo appena superato i cinque anni di attività, siamo diventati una pmi innovativa». Ma a cosa sono serviti gli incentivi di legge introdotti con il decreto Passera? «Assolutamente a nulla», la risposta tranchant: «lo abbiamo fatto in un momento in cui avevamo un piccolo investitore interessato agli sgravi fiscali previsti dalla norma, ma poi ci ha finanziato prima che potessimo presentare la domanda. Diciamo che risparmiare 300 euro di iscrizione annuale alla Camera di Commercio non ti cambia la vita».Il vero punto di svolta per questa realtà è arrivato dal mercato. Meglio, è avvenuto quando Jovanotti ha deciso di appoggiarsi a loro per rendere la propria tournée a impatto zero. «È stato il nostro primo cliente e ha piantato con noi 12mila alberi. La nostra fortuna è che rispetto ad altre start-up noi un prodotto, anche se rudimentale, lo avevamo pronto da subito». Da lì la strada è stata abbastanza in discesa, costellata di altri successi come un finanziamento da mezzo milione di dollari concesso dalla Rockfeller foundation e della Bill and Melinda Gates foundation.Oggi Treedom opera su due campi. «Da un lato le aziende possono mettere a dimora una foresta. Molte lo fanno per questioni di responsabilità sociale, o per offrire un ecogadget ai propri clienti in occasione di un evento». E poi ci sono i privati: «Possono adottare un albero o regalarlo a una persona cara, magari in occasione di Natale, di San Valentino, di un matrimonio piuttosto che di una nascita». Il tutto con un costo che va dai 6 ai 50 euro a seconda dell'essenza scelta, somma sulla quale Garcea e Speroni trattengono una percentuale che rappresenta il guadagno della start-up. Un modello che funziona, visto che nel 2015 il fatturato ha superato il milione di euro. E da lavoro ad un team di una quindicina di persone: tre a partita Iva «perché svolgono anche altre attività», due assunte con contratto di apprendistato, le altre a tempo indeterminato.Al momento sono dieci i progetti attivi, ovvero le zone del mondo nelle quali si può piantare un albero attraverso Treedom. «Ne abbiamo cinque in Africa, uno in Argentina, uno ad Haiti e ne stiamo lanciando tre in Italia con le cooperative di Libera Terra in Campania e in Sicilia». In questo modo le piante sono “buone” due volte: assorbono CO2 e lo fanno su terreni confiscati alla criminalità organizzata. Il prossimo passo, oltre a quello di inserire un elemento di gamification sul portale, così da renderlo ancora più accattivante per gli utenti, è l'internazionalizzazione: «stiamo iniziando ad esplorare il mercato estero e stiamo raccogliendo dei fondi in questo senso». Così che anche nel resto del mondo sia possibile “regalare” un albero grazie al lavoro di questa start-up italiana.Riccardo Saporitistartupper@repubblicadeglistagisti.it 

La certificazione linguistica migliore da avere in curriculum? Si chiama Ielts

Se fino a qualche tempo fa era un “di più” nel curriculum, oggi la conoscenza della lingua inglese è quasi data per scontata dai selezionatori del personale. Così sul mercato cresce il numero delle certificazioni. Toefl, Ielts, Advanced, Proficiency, Trinity: sono tantissime, come fare a districarsi e capire qual è quella giusta da fare? La Repubblica degli Stagisti ha cercato di capirne qualcosa in più con Benedetta Manghi, proprietaria di English Corner, scuola milanese specializzata in corsi individuali di lingua inglese. Che non ha dubbi: la certificazione migliore è l’Ielts. «È quella più richiesta al momento, creata da Cambridge come corrispondente inglese dell'americano Toefl. In passato in pochi facevano l’Advanced o il Proficiency mentre tutti si buttavano sul Toefl. Così Cambridge ha pensato di aggiungere alla sua rosa di offerta questo test, che ha una validità di soli due anni [come il Toefl, ndr]. Va bene quindi quando si devono fare domande per borse di studio o per stage, o quando sono richieste certificazioni con un risultato recente. E poi, passati i due anni, si può mettere comunque il test nel curriculum tutta la vita», spiega Manghi.  Il vantaggio principale dell'Ielts è che non c’è una bocciatura, quindi si porta comunque a casa un risultato e in base alla griglia europea di livello linguistico si può capire qual è il proprio: se ad esempio un A2 o un B1. «Di solito le università chiedono un punteggio minimo che va dal 6,5 al 9 per l’Ielts. E teniamo presente che per 6,5 intendiamo un B2 forte, quasi un C1. Rispetto agli altri esami, l'Ielts lo si prende. Ed è un passaporto: tutte le persone che devono lavorare a un certo livello in Europa ce l’hanno».Per farlo, però, è necessario che le basi linguistiche siano buone, perché non vale la pena prenderlo con un punteggio basso. E bisogna affidarsi a delle buone scuole di lingua.  «Preparare esami di questo tipo per conto proprio è difficile» spiega Manghi. «Per quelli di Cambridge come l’Advanced e il Proficiency è addirittura impossibile, perché da soli non si ha la correzione dei temi e poi c’è la sezione dello use of English che è una cosa che ti massacra. Per l’Ielts c’è il nodo duro dello scritto, che qualcuno deve correggere, e la tempistica su cui esercitarsi oltre alla correzione sul parlato. Da noi con English Corner abbiamo la formula delle lezioni individuali, a domicilio, mentre in molte altre scuole ci sono i corsi di gruppo. Ma è importante avere una guida, perché i testi non raccontano come viene fatto l’esame». Se, quindi, un giovane per esempio milanese volesse fare il test Ielts con English Corner, «la nostra è un’offerta particolare rispetto alle altre: sono corsi individuali, da 10 ore a 390 euro. Oltre alle ore di lezione, comprese nel prezzo c’è la correzione dei temi che lo studente può mandare via mail all’insegnante durante il periodo del corso. Se poi ci sono ad esempio due amici che vogliono studiare insieme e risparmiare, allora possono mettersi d’accordo e in quel caso il costo è di 420 euro, quindi 210 a testa. Ed è anche un ottimo lavoro, perché c’è l’esercizio di conversazione. Compreso nel prezzo c’è una lezione gratuita per vedere il livello di partenza». Se, invece, un giovane volesse tentare la strada dello studio da autodidatta allora avrebbe «il costo del libro, intorno ai 40 euro, e i 210 euro di iscrizione all’esame». Altre scuole su cui orientarsi, sempre a Milano, sono il British council, la British school e International house. In tutti questi casi i corsi sono di minimo 10-12 persone, con corsi quindi non personalizzati. Nel caso del British Council i corsi di 30 ore di preparazione Ielts costano 790 euro e possono essere sia in modalità rapida, quindi condensati in lezioni giornaliere per due o quattro settimane, sia in modalità standard quindi distribuiti in due mesi. Diverso il costo nella sede di Napoli: per quello di 30 ore accademiche in modalità intensiva, dal lunedì al venerdì, si pagano 550 euro, mentre il corso di 45 ore con un appuntamento settimanale per quattro mesi costa 710 euro. Prezzi ancora differenti nella Capitale: i corsi romani in partenza da settembre vanno dai 395 euro per 15 ore, ai 965 per il corso intensivo di 45 ore in quindici giorni, ai 950 euro per quello sempre di 45 ore ma distribuito in quattro mesi. La British School, invece, offre a Milano corsi di dieci settimane di preparazione Ielts per un totale di 27 ore a 475 euro, a cui vanno aggiunti 95 euro di iscrizione e materiale didattico. La sede a Torino offre corsi di preparazione agli esami Cambridge di 60 ore a 790 euro, che possono variare in base al numero dei partecipanti. Mentre per i corsi in partenza a settembre la sede di Vicenza offre un corso standard di 13 incontri a 299 euro o un corso intensivo di sei incontri a 199 euro. International House offre nella sede di Milano un corso base di otto settimane per un totale di 24 ore frontali in classe a 499 euro, a cui va aggiunta la quota di iscrizione di 90 euro. La scuola offre anche un mini corso per apprendere l’essenziale per l’esame Ielts composto da 4 seminari di 2 ore e mezzo ciascuno a 215 euro. Sempre IH organizza a Roma un corso di otto settimane per l'esame Ielts al costo di 470 euro più 80 di iscrizione. Ma per chi si sente preparato è possibile anche fare un corso di sole quattro settimane a 175 euro.I prezzi insomma variano da città a città e da scuola a scuola, e per avere una idea chiara dell'esborso non bisogna dimenticare di aggiungere i circa 220 euro per l'iscrizione all'esame vero e proprio. Il consiglio è di verificare la serietà delle scuole e il rapporto tra prezzo e numero di ore, oltre a mettere in conto che quando il corso prevede un alto numero di iscritti il docente non potrà dedicare molto tempo ai singoli. Per questo i corsi individuali o con pochi studenti sono in generale da preferire a quelli con tante persone.«Importante è poi avere un placement test iniziale per organizzare la tabella di marcia, come facciamo noi di English corner». E se il risultato dovesse essere basso, il consiglio è «di imparare prima bene l’inglese. Perché solo quando si hanno le basi comunicative, grammaticali e sintattiche si può studiare per una certificazione. E se anche in questo caso il livello restasse basso allora suggerirei di fare il Pet di Cambridge». Anche se fino a qualche anno fa era un titolo da mostrare, mentre oggi, ci tiene a precisare Manghi «fa un po’ sorridere se lo si mette in un curriculum».L’Ielts è comodo anche perché è un certificato riconosciuto in tutta Europa, da qualsiasi università, e in due mesi si riesce a prepararlo. Mentre il suo corrispondente di Cambridge, l’Advanced, che è senza scadenza, richiede una lunga preparazione con il rischio di essere bocciati e non ottenere alcun titolo.Se invece si prevede di andare negli Stati Uniti allora «la certificazione più richiesta è il Toefl, a mio avviso l’esame meno raffinato. È molto veloce, si fa tutto online e sono molto severi. Ma l'Ielts vince comunque dal punto di vista didattico, perché è di livello superiore. E se hai questo riesci tranquillamente a fare anche il Toefl». Ci sono anche le altre certificazioni di Cambridge, come il Pet, il First, l’Advanced e il Proficiency. «Gli ultimi tre sono tutti molto buoni, mentre il primo non più, quantomeno per gli adulti. Anche il Trinity ha diversi punti negativi, e bisogna ricordare che gli esaminatori in tutte queste certificazioni sono diventati negli ultimi tempi molto più severi».Resta però un’importante differenza: «Quando si fa una ricerca del personale la parola “Ielts” è una di quelle che viene cercata automaticamente nei curricula e che non dovrebbe mai mancare per non essere esclusi a priori. Il consiglio è di non uscire mai sul campo del lavoro senza avere un certificato con un livello alto. E l’Ielts è perfetto perché è rapido, si rischia poco, ha una sessione tutti i mesi e non costa molto». Il segreto, comunque, è di allenarsi tanto. In particolare sullo scritto, dove gli italiani hanno più problemi perché non sono abituati ad essere concisi, e nello use of English, dove sbagliano perché abituati a una struttura mentale più complessa. Il suggerimento è di «rispondere la cosa più banale». Ma lo studio e la certificazione linguistica restano fondamentali: «La conoscenza buona dell’inglese unita a un’esperienza all’estero oggi in sede di selezione del personale fanno la differenza», spiega Benedetta Manghi. «La grande maggioranza degli iscritti ai nostri corsi l’ha fatto perché gli era stato richiesto in sede di colloquio. E lo capisco. Al giorno d’oggi c’è bisogno di grande plasticità e chi assume ha bisogno di sapere che la persona non è solo brava ma ha anche una personalità duttile. Per questo un giovane che non ha mai studiato le lingue, che non ha avuto un’esperienza all’estero e affrontato la difficoltà del vivere lontano da casa, perderà sempre il confronto con chi tutto questo l’ha sperimentato. Ed è importante sottolineare questo aspetto ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro».Marianna Lepore

“Tanto in pensione non ci andremo mai”? Bando ai disfattismi, guida pratica sulla pensione integrativa

Secondo un’indagine del Censis, nel 2014 gli under 35 italiani hanno avuto un reddito di 22.900 euro all’anno di media, circa 7mila in meno dei propri genitori, con un 60% di loro “a rischio povertà”. A complicare ulteriormente il quadro, l’allarme di Tito Boeri, presidente dell’Inps, che pochi mesi fa ha dichiarato che i «nati negli Anni ’80 rischiano di essere una generazione perduta» Dal suo osservatorio, il principale istituto di previdenza Italiano, Tito Boeri vede una generazione che difficilmente potrà andare in pensione e ricevere un assegno dignitoso. E allora cosa possono fare adesso i giovani che cominciano ad affacciarsi al mondo del lavoro?Una risposta, per quanto parziale, sta nei fondi pensione integrativa. «Si tratta di forme previdenziali nonstatali che si affiancano alla previdenza statale» spiega alla Repubblica degli Stagisti Michel Martone, ordinario di Diritto del Lavoro presso la Luiss di Roma e già viceministro del Lavoro nel Governo Monti «che possono essere aperti o chiusi». I fondi pensione chiusi, o negoziali, sono quelli che vengono costituiti da accordi tra società e sindacati. I fondi pensione aperti, invece, sono a disposizione di tutti e funzionano in due modi: con il versamento del tfr (il trattamento di fine rapporto) o con il versamento di una quota mensile che porterà, poi, a costituire la pensione integrativa.Nel caso si scelga di versare il tfr, bisogna sapere che i versamenti saranno graduali. Non è un caso che la documentazione della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensioni parli di “flusso di tfr”. Esso viene calcolato dividendo per 13,5 lo stipendio annuale, che viene così sommato fino a costituire la somma che corrisponde al trattamento di fine rapporto. Scegliendo di destinare il tfr a un fondo pensione si decide di versare annualmente la somma che sarebbe stata accantonata in vista della fine del rapporto di lavoro.C'è da dire che i fondi pensione non sono molto diffusi tra i giovani. Purtroppo, non esistono dati assoluti sulle posizioni di previdenza complementare aperte da under 35. Dagli ultimi dati, relativi al 2014, emergeva che i giovani tra 19 e 34 anni rappresentavano solo il 16,6% dei quasi 6 milioni e mezzo di aderenti ai fondi pensione, sia aperti che chiusi. L'ufficio stampa della Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione specifica che, nonostante i dati 2015 non siano ancora usciti – sono cambiati i metodi di rilevazione rispetto all’anno precedente – le cifre disponibili sono comunque affidabili, vista la stabilità del mercato della previdenza integrativa. Si parla comunque di oltre 1 milione di under 35 che si stranno costruendo questo tipo di pensione: non pochissimi.Come funziona il meccanismo di accantonamento e guadagno? I fondi pensione non sono delle casseforti chiuse dove si depositano dei soldi che rimangono lì: le banche li investono e, a seconda del fondo, possono investire in azioni, obbligazioni ed altri prodotti finanziari – derivati inclusi - in modo da ottenere una rendita. La rendita è la garanzia che i risparmi non si svalutino, in modo da mantenere intatto il potere d’acquisto del capitale nel tempo.Il vantaggio della previdenza integrativa è che è deducibile dalle tasse fino ai 5.164 euro, anche se questo vantaggio non si applica nel caso in cui sia un’altra persona a pagare le rate. Se per esempio un parente volesse regalare la previdenza integrativa a un altro membro della famiglia, potrebbe usufruire della deducibilità solo nel caso in cui il familiare beneficiario fosse fiscalmente a suo carico.Dal punto di vista della affidabilità dell'investimento, i fondi pensione sono separati dal patrimonio delle società che li promuovono, offrendo una garanzia in più visti i chiari di luna del sistema finanziario italiano. Il problema è che il rendimento dei fondi pensione, quando non sono garantiti, è deciso dalle performance dei titoli nel portfolio del fondo.La Commissione di Vigilanza obbliga a fornire dei simulatori che mostrino come funzionerà il fondo negli anni di sottoscrizione e il conseguente “Progetto semplificativo personalizzato”. Secondo uno di questi simulatori un ragazzo, lavoratore dipendente, nato nel 1987, che guadagna oggi 22.900 euro l’anno, versandone 1200 nei dodici mesi in un fondo al 50% azionario, al raggiungimento dei 66 anni – con uno stipendio aumentato, anno dopo anno, fino ad arrivare nel 2054 a circa 45mila euro annuali – otterrebbe una rendita di 2.800 euro all'anno, cioè 230 euro al mese. Questa cifra andrebbe a integrare una pensione di 28mila euro l’anno, ammesso che i requisiti per andare in pensione rimangano quelli attuali e che si lavori in continuità fino alla pensione. Ovviamente i 230 euro al mese arriveranno a patto che il mercato non crolli come fece nel 2008.In effetti un documento della Commissione di Vigilanza sui Fondi pensione del 2009 mette in evidenza come l’andamento dei mercati finanziari, al tempo, avesse duramente colpito i rendimenti della previdenza complementare italiana. Infatti, recita il documento: «Il rendimento dei fondi pensione negoziali e aperti è stato pari, nel complesso, a circa il –8 per cento».Nel caso in cui si resti disoccupati, i fondi pensione aperti non obbligano i sottoscrittori a versare la propria quota anche quando non lavorano; anzi funzionano quasi come un’assicurazione. Per esempio, se si affronta un periodo di disoccupazione superiore a 48 mesi, si può riscattare il 100% della quota del fondo pensione, o il 50% se il periodo in cui non si lavora è inferiore.Aderire a un fondo è una scelta importante che va ben meditata e richiede dei passi preliminari. Il primo: farsi una discreta cultura finanziaria, capendo, per esempio, la differenza tra un’obbligazione e un’azione. Secondo il Rapporto 2015 della Commissione di Vigilanza sui fondi pensione, la cultura finanziaria tra i giovani non è molto diffusa. Per cui prima di cimentarsi con questi strumenti così complicati è bene informarsi su quello che si va ad acquistare.Il secondo passo è quello di leggere attentamente le note informative e capire cosa c’è all’interno dei fondi, come sono bilanciati tra i vari titoli e, soprattutto, verificare che l’importo scelto nel canone mensile non sia troppo elevato rispetto ad uno stipendio che, nei primi anni di carriera, probabilmente si aggira intorno ai 1000-1200 euro mensili. Una volta sottoscritto, è bene non dimenticarsene e lasciarlo senza manutenzione. Per questo, bisogna prestare molta attenzione alle comunicazioni relativa al proprio fondo pensione e, soprattutto, instaurare un rapporto franco con il promotore finanziario con cui si è sottoscritto il piano di previdenza integrativa.Ma in definitiva: conviene o no sottoscriverlo? Secondo Michel Martone «è difficile decidere, visto che gli stipendi medi dei giovani sono molto bassi. Purtroppo» continua «non c’è una cifra minima in base alla quale convenga dotarsi di un fondo pensione». Secondo il professore infatti «il fatto che le pensioni pubbliche si riducano incentiva i giovani a iscriversi ai fondi pensione. È per questo che, nonostante i bassi stipendi, conviene sempre mettere da parte qualcosa in vista della vecchiaia».Francesco Piccinelli Casagrande