Categoria: Approfondimenti

Incentivi fiscali per riportare i ricercatori in Italia, nuova proposta di legge: ma non tutti sono d'accordo

In principio fu la legge Controesodo, provvedimento varato nel 2010 con l'intento di arrestare l'emorragia di cervelli in fuga e attirarli di nuovo in patria mettendo sul piatto un sostanzioso sconto fiscale sul reddito, di circa l'80 per cento. Più di un lustro dopo – e molte vicissitudini nel mezzo – arriva in legge di stabilità una misura ancora tutta da confermare (il disegno di legge è al momento all'esame della commissione Bilancio alla Camera). L'articolo 22 sancirebbe l'abbattimento quasi totale delle tasse per chi esercita attività di ricerca o docenza all'estero e decide di trasferire la residenza in Italia: nel dettaglio, il 90 per cento dei compensi – derivanti sia da lavoro autonomo che dipendente – verrebbe escluso dal reddito, dal primo anno di trasferimento fino ai tre successivi.L'obiettivo, si legge nel comunicato di Marco Fedi e Fabio Porta – deputati del Pd nella circoscrizione estero – è «rendere permanente la previsione volta a favorire il rientro di docenti e ricercatori». Ma per chiarire il contesto occorre fare un passo indietro. La norma iniziale – frutto sopratutto dell'impegno dei parlamentari Pd Guglielmo Vaccaro e Alessia Mosca – stabiliva che le under 35 laureate che avessero svolto una significativa attività lavorativa all'estero e intendessero rientrare per almeno cinque anni pagassero tasse solo su un quinto dei loro guadagni. Per gli uomini la legge era un po' meno generosa, con uno sconto del 70% (anziché 80). Una nuova regolamentazione che ha avuto un qualche effetto, tanto che dal 2011 alla fine dello scorso anno si contavano almeno diecimila rimpatri. Poi, agli sgoccioli del 2015, il caos. Dopo la proroga delle agevolazioni fino al 2017, a settembre il governo decide di eliminare i limiti di età e ridurre l'obbligo di permanere in Italia da cinque a due anni, ma intaccando pesantemente l'entità dello sconto: gli emolumenti tassabili passano infatti al 70 per cento, questa volta senza distinzione di sesso. Nel contempo si abroga la precedente normativa su cui fino a quel momento aveva contato chi avesse deciso di trasferirsi. Scoppia la protesta, nascono petizioni. Ma a distanza di un anno ecco spuntare un nuovo progetto che potrebbe davvero fare la differenza per chi è occupato all'estero come ricercatore: perché in pratica la promessa è consentire una retribuzione ai limiti dell'esentasse.La misura abbozzata definisce un regime parallelo anche per «i lavoratori con una qualifica per la quale sia richiesta alta qualificazione o specializzazione o con ruoli direttivi e che, non essendo stati in Italia nei cinque periodi di imposta precedenti, trasferiscano la residenza nel territorio dello Stato e si impegnino a rimanervi» è scritto nel comunicato. In questo caso la riduzione Irpef sarebbe del 50 per cento, con «margini per emendamenti che alzino la percentuale visto che precedentemente la quota era arrivata al 70» scrivono i deputati. E cosa succederà a chi sta usufruendo della riduzione del 30 per cento dell'imponibile introdotta con la legge di stabilità 2015? I deputati dem spiegano che chi è rientrato nel 2016 e ha optato per il nuovo regime, «per quattro anni avrà diritto a una riduzione dell’imponibile nella più elevata misura del 50 per cento». Eppure il mondo della ricerca non sembra convinto. «Non credo che gli sgravi fiscali siano lo strumento migliore per incentivare il rimpatrio dei cervelli» commenta con la Repubblica degli Stagisti Giuseppe Montalbano [al centro, nella foto in alto con alcuni colleghi], segretario Adi, associazione dei dottori di ricerca. «La strada degli incentivi ad personas crea disparità con chi lavora e fa ricerca in Italia, e mette in secondo piano la necessità di interventi strutturali». L'accusa è al «sottofinanziamento di università e ricerca» e alle scarse prospettive di carriera delle migliaia di precari della ricerca perché «più del 93 per cento non arriverà a posizioni di ruolo, come mostrato nella VI indagine annuale Adi». Secondo Montalbano serve altro per «rendere attrattivo il rientro da parte di chi ha potuto beneficiare all'estero di risorse, laboratori, condizioni di lavoro serene e prospettive di carriera». Azioni come «un piano straordinario di reclutamento, abolizione degli assegni di ricerca e introduzione di un contratto unico, rifinanziamento dei fondi per la ricerca ai livelli pre-2008 e delle borse di dottorato».Sulla stessa linea Maria Carolina Brandi [nella foto a destra] dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e politiche sociali del Consiglio nazionale ricerche. «È una strada già tentata da anni e che non ha dato alcun risultato», prova ne sia che «secondo l'Istat nel 2014 si sono cancellati per emigrazione all’estero circa 20mila laureati, mentre si sono iscritti solo circa 7mila laureati provenienti dall’estero».La Brandi cita altri dati pubblicati sulla rivista Nature nel 2012 secondo cui «nel periodo 1996-2011 per l’Italia i ricercatori in ingresso sono pari al 3 per centro contro il 16 dei flussi in uscita: in Europa le percentuali sono in pareggio o positive, oppure in perdita assai più lieve, come per la Spagna». La decisione di andarsene scatta perché qui «ci sono poche occasioni di lavoro qualificato e gli investimenti in ricerca, sia pubblica che privata, e in alta tecnologia sono troppo pochi». Un peccato perché una volta all'estero «i laureati italiani trovano facilmente lavoro, a testimonianza del fatto che, nonostante la continua riduzione di personale docente e di risorse economiche, il sistema universitario mantiene un buon livello». Si può uscirne solo destinando nuovi fondi alla ricerca, «al momento stabili all’1,29 per cento del Pil». La riduzione delle tasse sarà inutile di fronte a «questo disinteresse dello Stato e delle imprese per la scienza e la tecnologia: dottori di ricerca e laureati italiani continueranno a emigrare e restare all’estero, dove ottengono posti di lavoro e fondi».Ilaria Mariotti

Foto pubblicitarie su Facebook, quattro "Friendz" creano una start up che oggi dà lavoro a 17 giovani

Hanno fondato la società nell’agosto 2015 e oggi, 15 mesi dopo, da tre quasi sconosciuti sono diventati grandi amici, ma sopratutto hanno quattordici dipendenti – con un’età media di 23 anni e mezzo. Cecilia Nostro, Daniele Scaglia, Alessandro Cadoni sono gli ideatori di Friendz.La loro start up è in piena crescita, ha vinto il Web Marketing Festival 2015 ricevendo un primo finanziamento da 60mila euro – e fattura dal primo giorno. Oggi, grazie all’ultimo investimento ricevuto nel giugno di quest’anno di 300mila euro da parte di Triboo, la start up ha assunto altre sei persone, che si sono aggiunte al nucleo iniziale di undici, e stanno consentendo al team di essere più efficiente. «Fino a luglio c’erano solo due persone che sviluppavano sia l’app per gli utenti che la piattaforma per i clienti. Mentre oggi grazie a queste nuove assunzioni abbiamo fatto un bel salto in avanti. Tre dei nuovi assunti fanno parte del team tecnico e questo ci consente di essere più veloci e dare più qualità sia agli utenti che ai clienti», spiega Cecilia Nostro alla Repubblica degli Stagisti.L’avvio dell'avventura si ha dall’incontro di Nostro, laurea in economia e master all’estero, con Cadoni e Scaglia, entrambi laureati in ingegneria. I tre, tutti under 30, con il tempo sono diventati rispettivamente, direttrice marketing, amministratore delegato e direttore operativo (CMO, CEO, COO). «Le aziende cercano in tutti i modi di comunicare in modo differente sui social e cercano l’ingaggio delle persone, puntando a coinvolgere le community e far sostenere i marchi di brand» continua la Nostro: «E ogni giorno vengono pubblicate su Facebook 800 milioni di foto. Significa che le persone hanno una gran voglia di creare contenuti e grazie alla tecnologia e a un po’ di senso creativo le loro foto possono essere molto interessanti anche per le aziende». Così i tre giovani, diventati dopo poco tempo quattro con l'arrivo di Andrea Mascheroni, hanno deciso di unire questi due aspetti e dare alle aziende la possibilità di intercettare in poco tempo migliaia di persone che «grazie a un brief molto specifico possono scattare e pubblicare sui propri profili social delle fotografie legate alla comunicazione di un’azienda. In pratica si usano le persone come publisher e si riesce ad arrivare a tutti i loro amici servendosi della fiducia che hanno tra loro, avendo quindi una comunicazione molto più efficace». Il successo non se lo aspettavano, per lo meno non così velocemente, anche se «lavoravamo 24 ore al giorno per realizzare il nostro sogno!».Sono una ventina i brand che ad oggi hanno deciso di affidarsi a Friendz proprio per farsi pubblicità. E che hanno fatto crescere la startup consentendo ai soci anche di trasferirsi da Varese, dove tutto è partito, a Milano, dove ora vivono e hanno sede. Basta dare un'occhiata all’elenco delle aziende clienti per rendersi conto che tra queste ci sono anche grandi multinazionali, da Vodafone ad Asus, passando per Philips, Wind o Sector. Aziende che il più delle volte sono andate direttamente a contattare i quattro giovani, attirate dalla loro idea innovativa.Ma come funziona Friendz in concreto? «Partiamo dalla nostra app, che è gratuita e può essere scaricata da tutti» illustra Nostro. «Appena viene scaricata, noi cominciamo a profilare gli utenti, perché è logico che non offriamo alle aziende una community indistinta di persone con le quali interagire, ma abbiamo target diversi a seconda delle esigenze delle singole imprese. A questo punto ogni giorno le persone vanno sul loro profilo dove ricevono dei brief dalle aziende che possono decidere di interpretare e, di conseguenza, pubblicare una foto sul loro profilo Facebook. O in alternativa di non partecipare e aspettare una campagna che gli piace di più». Ma gli utenti non fanno solo pubblicità alle aziende. «Alterniamo alle campagne dei clienti, campagne di puro engagement che ideiamo noi con l’obiettivo di rendere i loro profili più carini e abituare i loro amici a seguirli perché pubblicano contenuti sempre molto creativi e interessanti». Non tutte le foto sono pubblicate, perché prima passano al vaglio dello staff: un centinaio di approvatori. «Per essere pubblicata sul profilo di una persona la foto deve ricevere l’approvazione di almeno 10 persone, così siamo certi che rispetti tutti i canoni. E per l’azienda diventa un modo molto sicuro per intercettare migliaia di persone».Il modello di business di Friendz è semplice: «Vendiamo alle aziende campagne pubblicitarie. Parte degli introiti li giriamo agli utenti, che ogni volta che hanno una foto approvata guadagnano dei crediti spendibili nei nostri store, mentre un’altra parte diventa tutto margine di guadagno per noi». In pratica i soggetti scaricano la app, iniziano ad essere profilati dal team, a quel punto iniziano a ricevere sul proprio profilo le varie campagne dalle aziende e decidere se parteciparvi. Se lo fanno, scattano e pubblicano le foto seguendo le indicazioni e, una volta pubblicata la foto, ricevono dei crediti – da 0 a 250 – che variano in base a dei parametri come il numero di like, di amici, la qualità della foto e così via. I crediti alla fine vengono trasformati in buoni e-commerce – con un'equivalenza diretta di 1 credito = 1 euro – spendibili su Amazon, Feltrinelli, Ryanair, TicketOne e altri shop online.Ad oggi il meccanismo non va decisamente male visto che l’azienda pensa di arrivare nei prossimi mesi a 20, in totale, tra dipendenti e soci e aspira a raggiungere il milione di euro di fatturato nel 2017. «Il motivo per cui Friendz piace tanto alle aziende è certamente la community, la reattività e la genuinità che gli utenti che usano la nostra app riescono a mettere nelle campagne che fanno per i nostri clienti» aggiunge Cecilia Nostro: «Si è sviluppata una community con un forte ingaggio, per cui le aziende riconoscono nel community management che facciamo sulle nostre frequenze un gran valore, completamente diverso dall’affezione ai brand che vedono per loro. È un po’ come se ci chiedessero di prestare la nostra community per attivare la loro».Per il futuro pensano a lanciare nuove linee di business, fare progetti più strutturati e rivoluzionare un po’ anche la user experience dell’app e il modo in cui si intrattengono gli utenti. Cecilia Nostro e gli altri del team vivono tutti (o quasi) in una «friends business». «Siamo in nove a vivere insieme in questa casa molto grande, che è anche la sede dell’ufficio: una scelta che ha sicuramente portato valore aggiunto alla nostra azienda. In fin dei conti il nostro è un modo proprio di concepire le giornate che va oltre al momento lavorativo: è un’avventura e vivere insieme permette un confronto continuo. Non c’è una linea retta tra quando lavoriamo o prendiamo una birra, spesso ideando nuovi prodotti». Un difetto di questa startup? La scarsa parità di genere, con 14 uomini e 3 donne nel team totale. «Dal lato tecnico effettivamente le figure maschili sono molte di più. Però le nostre tre donne valgono almeno il doppio! Ma in quanto unica donna tra i fondatori, non mi sono mai sentita diversa dagli altri. Siamo quattro grandissimi amici con una fiducia incredibile nella persona e nelle competenze degli altri e questo prescinde dal sesso». Marianna Lepore

Neet, i Peter Pan ai margini del mondo del lavoro: come farli uscire dall'immobilità?

«In fondo qui nessuno ci ha promesso nulla» è una frase emblematica e rappresentativa di una generazione di giovani scoraggiati, che faticano a trovare lavoro e non hanno fiducia verso il futuro. Una presa di coscienza nei confronti di istituzioni che non danno strumenti per costruirsi un progetto di vita. La frase è vera e l'ha pronunciata una neolaureata in procinto di partire per cercare lavoro all'estero rivolgendosi a un suo professore, Francesco Botturi, prorettore dell'università Cattolica. In essa in cui si racchiude in gran parte il senso della questione dei Neet: per definizione, giovani che non studiano, non lavorano e non hanno partecipato a nessun corso di formazione nell'arco delle ultime 4 settimane. Eurofound, la Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, segmenta questo enorme bacino in re-entrants, ovvero quelli che hanno appena concluso gli studi e stanno cercando lavoro, i disoccupati di breve e lungo periodo, gli inoccupati per ragioni familiari e quelli affetti da disabilità o problemi di salute. Per i media e l'opinione pubblica, sono più spesso semplicemente identificati come “bamboccioni”. Ma, a parte qualche caso, è improbabile che si possa raggruppare sotto un'unica etichetta 2,2 milioni di giovani in Italia, il 22% della popolazione tra i 15 e i 29 anni. Sono i Peter Pan del lavoro, destinati a rimanere per sempre ragazzi e mai a crescere? Sono questi i temi trattati al primo convegno italiano sui Neet, svoltosi qualche giorno fa all'Università Cattolica di Milano con il coinvolgimento di esponenti del governo, del mondo accademico e di quello imprenditoriale.Secondo qualcuno il rischio di un'adolescenza infinita c'è: «Abbiamo creato una generazione seduta», dice Valentina Aprea, assessore all'Istruzione della Regione Lombardia durante il suo intervento. Poiché la stabilità economica e l'autonomia fuori dal nido arrivano sempre più tardi, i ragazzi trovano rifugio nel nucleo familiare. E se la prima ragione di un così alto numero di Neet è strutturale, legata alla mancanza di posti di lavoro, all'inefficienza del sistema scolastico nel fornire competenze professionalizzanti e all'incapacità delle aziende di valorizzare i giovani talenti, è possibile che nella vita di un giovane Neet giochi un ruolo anche l'autocommiserazione. Innescata ovviamente da cause esterne, pone il rischio che l'assenza prolungata di un'opportunità lavorativa spinga a interrompere la ricerca e isolarsi dalla società. Comportando la perdita sia di un elemento di forza lavoro, sia di un cittadino, poiché lo sconforto spesso intacca anche la partecipazione civica (dalla fiducia nelle istituzioni al voto).In questo senso si parla di costi sociali del fenomeno dei Neet. Dal versante economico, i numeri parlano chiaro: l'impatto dell'inoccupazione pesa per il 2% del Pil nazionale, una delle percentuali più alte in Europa. Soprattutto qui si focalizzano i media: «Non lavorano né studiano: i Neet costano 36 miliardi di euro» titolava il Corriere della Sera il 2 novembre; «Senza i 'Neet' il Pil italiano crescerebbe di 8 punti percentuali» (AdnKronos, 31 ottobre); «I Neet (giovani non occupati e non scolarizzati) valgono mille miliardi di dollari» (Il Sole 24 Ore, 1 novembre). Il senso che se ne coglie è che la colpa sia quasi loro, ed è benzina sul fuoco: i Neet registrano minori livelli di autostima, soddisfazione di vita e felicità rispetto ai coetanei che studiano o lavorano e gli “scoraggiati”, che ormai hanno smesso di cercare, sono il 15%. Di più, per fortuna, quelli propensi a lavorare, al punto da essere disposti ad accettare qualsiasi impiego, se gli venisse offerto subito: oltre la metà degli uomini e quasi un terzo delle donne. Nonostante il nostro primato per numero di Neet, gli “attivabili” in Italia sono uno su cinque, il doppio rispetto alla media europea.Ma le strategie giuste per impiegarli non prendono ancora piede. Secondo Alessandro Rosina, demografo dell'Università Cattolica e curatore del Rapporto Giovani nonché autore del libro Neet. Giovani che non studiano e non lavorano, nella questione ci sono due grandi ordini di problemi: da un lato, le carenze su tutto il percorso di transizione tra la scuola e il lavoro; dall'altro, una serie di fattori culturali, come la grande estensione del lavoro sommerso e la disponibilità di protezione dei genitori, che spingono i giovani a rimanere a casa per un tempo molto più lungo rispetto, per esempio, ai Paesi nordeuropei. «La Garanzia Giovani ha dato principalmente due risultati positivi: ha posto il tema della disoccupazione giovanile fortemente al centro dell'attenzione mediatica e governativa, e ha promosso la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato» prosegue Rosina, sottolineando come però il programma non abbia dato finora i risultati sperati. «Garanzia Giovani ha intercettato 1 milione di Neet, ma ne restano fuori ancora tanti». Moltissimi passano le giornate a casa, davanti al computer e sui social network. Il programma Neetwork di Fondazione Cariplo ha cercato così di rintracciarli attraverso il sito e due campagne Facebook. Il progetto, attualmente in corso d'opera, propone a ragazzi tra i 18 e i 24 anni con licenza media e disoccupati da almeno 6 mesi un tirocinio remunerato presso organizzazioni no profit sul territorio lombardo e punta a coinvolgere 1000 giovani. «Occorre attivarli per valorizzarli e consentire loro di rendersi forza di crescita per il Paese» aggiunge Rosina: pena la totale invisibilità e l'impossibilità di recuperarli e impiegarli. La rassegnazione ha diversi volti, è quel “in fondo qui nessuno ci ha promesso nulla” in cui molti sicuramente si riconoscono. C'è chi va all'estero per cercare lavoro, altri si chiudono in casa, mentre qualcuno invia il curriculum a tappeto, in una “iperattività disorientata” che serve più come alibi per gli altri che come strumento efficace per trovare un impiego, sottolinea Walter Nanni di Caritas.Oltre alle misure per incentivare l'occupazione, ne occorrono di preventive. La transizione tra la scuola e il lavoro è poco fluida, il mondo dell'istruzione non è in grado di fornire competenze professionali specifiche e manca una corrispondenza fra le capacità e le richieste. «Abbiamo giovani preparatissimi dal punto di vista delle conoscenze teoriche, ma assolutamente scarsi da quello delle competenze pratiche» osserva Roberto Proietto, responsabile dell'ufficio scolastico regionale lombardo. Tant'è che molti non sono capaci di valorizzarsi e 'vendersi bene' quando fanno una domanda di lavoro: ben il 74% non sa definire la propria competenza professionale, e questo vale soprattutto nel caso di chi ha profili di studio migliori. «Il nostro sistema scolastico è rigido e vecchio, legato a discipline che vengono impartite in modo uguale a tutti, in percorsi blindati verso cui gli studenti si trovano a dover adattare le proprie aspirazioni», aggiunge Proietto. «Bisogna introdurre la cultura del lavoro già nella scuola per insegnare ai ragazzi che alcune capacità si sviluppano meglio nel lavoro che non sui banchi. La legge 107, che ha reso l'alternanza scuola-lavoro obbligatoria, è un provvedimento rivoluzionario, poiché inserisce finalmente il tema delle competenze nel mondo dell'istruzione. E, a patto di un organico potenziato, in futuro si potranno anche introdurre le materie opzionali». «Nella selezione del personale, le competenze trasversali sono tanto importanti quanto quelle tecniche» osserva Tommaso Valle, direttore della comunicazione di McDonald's Italia. Il progetto di alternanza dell'azienda coinvolgerà fino a 10mila giovani nei suoi 500 e più ristoranti in Italia tra il 2016 e il 2017, con estensione fino al 2019, per insegnare quelle “soft skills” che a scuola non si apprendono, come la disciplina, la costanza, la relazione con gli altri e la capacità di lavorare in gruppo, il problem solving e il desiderio di imparare, per preparare meglio i giovani ad entrare nel mondo del lavoro. E non solo a metterci piede, ma ad avere successo. «I nostri giovani sono in panchina», chiude Rosina attingendo a una metafora calcistica: «Ma non possiamo metterli in campo come raccattapalle. Dobbiamo allenarli bene per farli diventare giocatori e attaccanti, per far capire loro di essere risorse, non vittime». E se è vero che il governo, la scuola e l'università non possono promettere nulla, sono questi stessi attori però ad avere la responsabilità di creare almeno un'aspettativa nei giovani, la stessa che tanti, oggi, hanno verso l'estero e che li spinge ad emigrare pur senza certezze. Per stimolarli a rialzarsi da soli e convincerli che Peter Pan è solamente il protagonista di una storia per bambini. Irene Dominioni

In aumento gli italiani nel mondo, sempre più giovani

La scelta di emigrare è sempre più diffusa nel nostro Paese, soprattutto tra i giovani. Ad oggi, i cittadini italiani registrati all’estero sono quasi 5 milioni e il trend aumenta di anno in anno. Che siano forse Wanderlust? Questa parola, composta da wander (in inglese, vagabondare) e lust (ossessione, desiderio) – in italiano dromomania – indica il desiderio di viaggiare e di fare esperienze nuove. Una insopprimibile voglia che a detta di alcuni recenti studi scientifici avrebbe un'origine genetica: risiederebbe infatti in un gene del nostro Dna – il Drd4-7r.Una visione suggestiva: peccato che secondo la Fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei autore del rapporto “Italiani nel mondo 2016”, poco si riconduca alle reali motivazioni che spingono le persone a spostarsi da un Paese ad un altro. Resta comunque una forte inclinazione per l’avventura e forse la ragione per cui molti degli attuali migranti, piuttosto che vedersi come tali, preferiscano identificarsi come “viaggiatori”.I numeri degli italiani all’estero: lo studio della Fondazione analizza il fenomeno dell’espatrio da parte degli italiani verso l’estero nell’arco del 2015. I numeri sono notevoli: al 1° gennaio 2016 si contano 4 milioni 811mila expat, in aumento complessivo del 54,9% negli ultimi dieci anni. Nel 2015 quasi 108mila persone hanno lasciato il Bel Paese, ovvero il 6,2% in più tra gli iscritti all’Aire, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (che vanno ad aggiungersi al +3,8% dell'anno precedente e al +7,6% dell'anno ancora prima). Oltre la metà di questi vive in Europa (circa 2 milioni e mezzo di persone) ed è originaria del Sud Italia (50,8%). Se l’espatrio è in aumento per tutte le classi di età, la tendenza è particolarmente accentuata per i giovani: il 36,7% degli expat ha tra i 18 e i 34 anni. E la cifra reale è con tutta probabilità  ancora maggiore, considerando che moltissimi non si iscrivono all’elenco dei residenti all’estero, nonostante sia un obbligo di legge. Le ragioni, qui, vanno dalla non informazione alle nuove e diverse esigenze rispetto a quelle elencate nel regolamento di iscrizione all’Aire, che esonera, oltre ai lavoratori stagionali, i dipendenti statati di ruolo e i militari in servizio all'estero, anche i cittadini che si recano all'estero per un periodo inferiore ad un anno. Qui è presumibile pensare che chi va all'estero per cercare fortuna, oppure parte per un programma di studio o lavoro di breve durata, possa decidere solo successivamente di fermarsi all'estero per un periodo superiore ai 12 mesi, ignorando a quel punto l'obbligo di iscrizione, poiché va assolto entro 90 giorni dall'espatrio. Chi sono i giovani che emigrano e perché lo fanno? Le situazioni in cui si trovano coloro che si trasferiscono all’estero sono molteplici, e vanno dalla scoperta dell’ambiente internazionale già durante gli anni dell'università alla decisione, invece, di emigrare a studi conclusi sia per ragioni di inadeguatezza del mercato del lavoro nel Paese, sia perché si pensa che un periodo di studio e/o lavoro all’estero possa migliorare la propria condizione. Sono i cosiddetti “Millennials”, una generazione istruita, in possesso di titoli di studio post-laurea – corsi di specializzazione, master, dottorati di ricerca e molto altro, ma al contempo, e paradossalmente, anche il gruppo sociale più penalizzato dal punto di vista delle possibilità lavorative e più esposto alla disoccupazione. Le statistiche dello Youth Monitor dell’Unione Europea riportano infatti come i giovani siano il gruppo sociale a maggior rischio di povertà ed esclusione sociale in Europa. Secondo un recente sondaggio di Eurobarometer, il 78% dei giovani italiani tra i 16 e i 30 anni si sente emarginato a causa della crisi, a fronte del 57% della media giovanile europea. I giovani italiani, inoltre, sono in media più propensi rispetto agli altri a lasciare il proprio Paese (26% contro il 15% degli europei) ma comunque oltre la metà non ha intenzione di studiare, formarsi o lavorare in un altro Stato dell'Unione, a fronte del 61% nel resto d'Europa. Infine, un’altissima percentuale (95%) di giovani italiani non ha mai trascorso un periodo all’estero per studio o lavoro, ben sette punti percentuali in più rispetto alla – già non buona – media UE (88%). Il che suggerisce un'interpretazione: gli italiani sono restii ad andare all'estero, forse per questioni culturali, forse per scarsa conoscenza delle lingue straniere – secondo l'Eurobarometro, solo il 38% degli italiani parla una lingua straniera, contro il 54% della media europea, il 34% parla inglese e ben il 62% non parla nessun'altra lingua: tra le percentuali più alte in Europa. Insomma: finché possono gli italiani restano a casa loro, poi quando escono dai percorsi di istruzione e formazione, e la frustrazione per la difficoltà di trovare buone opportunità di impiego si fa troppo forte, alcuni (sempre più numerosi) scelgono di fare fagotto e andare a vivere altrove.Eppure i giovani italiani non vedrebbero tanto l’emigrazione come fuga, si legge nel rapporto della Fondazione Migrantes, ma piuttosto come mezzo per soddisfare ambizioni e curiosità: la mobilità è vissuta come un modo per sfruttare le opportunità che si presentano, senza basarsi su un progetto già determinato. Secondo i dati del Rapporto Giovani 2016, i tre quarti dei 18-32enni italiani sono molto d’accordo nel ritenere l’emigrazione un confronto tra culture, e il 45,4% la percepisce come una opportunità di vita e di lavoro. L’espatrio, dunque, oggi è «definibile come un percorso, e non più come un progetto definito aprioristicamente, dal quale scaturisce la composizione di un più ampio progetto di vita non determinato», evidenzia la Fondazione, «la cui evoluzione dipende molto dalle opportunità incontrate durante il cammino, dove vita lavorativa e affettiva spesso si intrecciano e si innestano nella traiettoria migratoria». Che sia legata alla ricerca di nuove e migliori condizioni lavorative, al desiderio di mettersi alla prova in ambienti internazionali e meritocratici, o semplicemente alla voglia di scoprire il diverso, la possibilità di spostarsi in un altro Paese è una tendenza che va tutelata e che non può essere intesa a senso unico, poiché è positiva solo se comporta uno scambio, un flusso continuo di conoscenze legate al contatto con l’“altro”. «La mobilità dei giovani italiani verso altri Paesi dell’Europa e del mondo è una grande opportunità che dobbiamo favorire, e anzi rendere sempre più proficua. Che le porte siano aperte è condizione di sviluppo, di cooperazione, di pace, di giustizia. Dobbiamo fare in modo che ci sia equilibrio e circolarità», dichiara il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una nota inviata al direttore della Fondazione Migrantes. E raccomanda: «I nostri giovani devono poter andare liberamente all’estero, così come devono poter tornare a lavorare in Italia, se lo desiderano, e riportare nella nostra società le conoscenze e le professionalità maturate». Irene Dominioni

Garanzia Giovani: a tre anni dall'avvio dati positivi, ma non tutto è rose e fiori

È stato pubblicato poche settimane fa dalla Commissione Europea il tanto atteso report sulla Garanzia Giovani, a tre anni dal suo avvio. Atteso perché con i numeri cerca di dare una risposta sul funzionamento o meno di questo programma. Un report che evidenzia l’aspetto positivo della Garanzia con la Commissaria per l’occupazione, Marianne Thyssen, che dichiara che questo programma ha fatto la differenza nella vita di più di 9 milioni di giovani. Elemento che, unito alla spinta all’attuazione di riforme importanti nei sistemi educativi dei vari paesi, sembra aver convinto la Commissione a incrementare le risorse per la Youth Employment Initiative  fino al 2020. La Repubblica degli Stagisti ha chiesto a due esperti che già in passato avevano focalizzato la loro attenzione sulla Garanzia Giovani di commentare i punti chiave di questo report.«Sarei cauta nel dire che la Garanzia Giovani e i soldi della YEI hanno veramente cambiato la vita dei giovani europei. Hanno sicuramente stimolato una riflessione. Ma non tutto è rose e fiori» dice Margherita Bussi, 32 anni, ricercatrice presso l'università di Brighton (UK) e ricercatrice associata presso Etui (Belgio). «E bisogna ricordare che nonostante la lettura globale, alla fine i fondi arrivano a livello regionale e non nazionale e ci sono anche alcuni Paesi, come l’Inghilterra, in cui la Garanzia non è stata attuata. Anche perché la Youth Employment Initiative non finanzia solo la GG, ma tutte quelle misure che hanno un’attinenza con la riduzione del passaggio dalla scuola al mercato del lavoro. Quindi più che aver cambiato la vita, direi che se ci sono le competenze istituzionali per attuare questo piano e i soldi che arrivano dalla YEI, allora sì i risultati possono essere positivi, altrimenti i soldi vengono gestiti sempre nei soliti sistemi».Anche Francesco Pastore, 50enne professore associato di Economia presso la Seconda università di Napoli e research fellow dell’Iza di Bonn, è convinto che la lettura data non sia totalmente aderente alla realtà. «In Italia non si può certo dire che la Garanzia Giovani sia stato un successo: le risposte sono state di gran lunga inferiori alle aspettative. Spesso per impreparazione dei nostri centri per l’impiego, oltre che di una difficoltà a creare posti non solo di lavoro ma anche di formazione e di stage. Però, come notava la stessa Thyssen, ha attivato dei meccanismi virtuosi di cambiamento sia culturale che istituzionale. In Italia, per esempio servono politiche attive e soggetti in grado di attuarle. Erano la gamba mancante del libro bianco di Marco Biagi. E finalmente il decreto 150 del Jobs Act ha messo mano alla riforma dei centri per l’impiego, introducendo un’organizzazione di “quasi mercato” che dovrebbe riuscire a farli funzionare in modo più efficiente. L'idea alla base della riforma è che ci deve essere complementarietà nel campo dell’organizzazione fra centri pubblici e privati per l'impiego e concorrenza nell'esecuzione dei servizi di collocamento e di formazione professionale». In pratica, continua a spiegare Pastore, «i centri pubblici coordinano il processo, profilando i disoccupati, assegnandoli a una fascia di bisogno secondo le difficoltà che hanno nel trovare un lavoro e poi dandogli un voucher pari al loro bisogno. E in competizione con i centri privati possono offrire servizi di collocamento e di formazione professionale per riuscire ad assicurarsi i vouchers. Una riforma che dà ai disoccupati la libertà di scelta e spinge tutti a migliorarsi».Il report della Commissione parla di 1,4 milioni di giovani disoccupati in meno in Europa dal 2013 e 900mila Neet in meno, che secondo Pastore è «un trend positivo, ma più debole di quello che potrebbe. Sia in Italia che in Europa pesa la politica dell’austerità che sta piegando l’azione di molti governi. Certo occorre ridurre la spesa e avviare processi virtuosi. E pensare finalmente a politiche espansive europee accrescendo il grado di innovazione tecnologica delle nostre produzioni. Occorrerebbe qualcosa come un grande Piano di investimenti europei come quello pensato da Jacques Delors, allora presidente della Commissione Europea, ma restato inattuato. I nostri giovani hanno bisogno di un’Europa che investa in modo massiccio su infrastrutture e ricerca e sviluppo».Anche per Bussi è un trend positivo, ma «è più che altro dovuto alla situazione economica che ai fondi che sono stati erogati. Non ci vedrei una conseguenza diretta tra Garanzia Giovani e diminuzione della disoccupazione giovanile, primo perché è difficile stabilire un legame diretto tra le due cose e poi perché i soldi sono arrivati in ritardo. E se anche la YEI ha aiutato in maniera marginale questo trend positivo bisogna tener conto che i risultati non è detto durino nel tempo. Non solo per mancanza di risorse ma anche perché se non c’è una ripresa economica i giovani che sono entrati nel mercato del lavoro non riceveranno proposte di contratti duraturi e si tornerà alla casella di partenza. Quindi certo, la diminuzione dipende dalle risorse ma soprattutto dal fatto che l’economia deve riprendersi. Non si può andare avanti a furia di bonus occupazionali e tirocini, come nel caso dell’Italia». E soprattutto, come scrive la Commissione europea, è necessario supportare proprio quei giovani che non sono stati coinvolti in nessuna politica di avvicinamento al lavoro.«Sono fiducioso che l’assegno di ricollocamento funzionerà se attuato in modo appieno perché darà nuovo slancio non solo ai cpi pubblici ma anche a quelli privati e noprofit» aggiunge Pastore: «Ma, naturalmente, occorrerà avere un’economia che cresce. Finalmente in Italia, ora, c’è un mercato del lavoro organizzato alla maniera europea che dovrebbe combattere anche lo scoraggiamento dei più isolati fra i giovani. Ma occorre tempo e crescita economica».Per Bussi però bisognerebbe definire meglio il segmento dei Neet  e poi attivare le strategie più adatte. Per evitare che a fruire dei fondi di Garanzia Giovani siano persone che solo sulla carta sono “Neet”: la maggior parte di quelli che hanno partecipato al progetto in Italia, infatti, «hanno un diploma superiore o una laurea e quindi sono inseriti nella società. Facendo invece un profiling di tutti i Neet si capirebbe meglio chi sono. E andando molto sul locale si potrebbero dare altre alternative diverse da un tirocinio mal pagato o dal tornare a scuola senza guadagni. Ma considerando il giovane proprio nel contesto sociale e urbano in cui vive».Un discorso per Bussi legato anche all’età di applicazione della Garanzia, estesa in Italia fino ai 29 anni. Scelta non necessariamente sbagliata, a suo avviso, ma mal applicata, visto che tra i 15 e i 25 si potrebbe avere un problema di formazione, ma dopo quell’età ce ne sono altri, magari anche servizi che mancano come quelli diretti alle giovani madri. Per Pastore, invece, nel caso italiano bisognava includere anche i 30-35enni, ancora più deboli, perché «per loro c’è poco e non è giusto considerando che il fuoricorsismo universitario è fenomeno più diffuso di quanto si creda».C’è poi un tema cruciale su cui la Repubblica degli Stagisti ha posto più volte l’accento e che viene affrontato anche nel report della Commissione: la qualità delle offerte. L’Europa sottolinea che è fondamentale introdurre dei meccanismi sia a livello nazionale che sovranazionale per essere sicuri che le offerte proposte ai giovani siano di buona qualità. Un problema non solo italiano, ma che riguarda tutti gli Stati membri. «L'unico monitoraggio valido che si avvicina all'idea di qualità del posto di lavoro è la valutazione a 6 e 12 mesi dalla fine dell'intervento. Gli Stati sono stati invitati ad estendere oltre queste due istantanee temporali», spiega Bussi. «Ma nonostante sia stato sollevato il dubbio dalla Corte dei Conti europea e la Commissione abbia incluso nelle indicazioni per la valutazione della YEI l'aspetto qualitativo, è stata la stessa Commissione ad ammettere, poi, che sta alla buona volontà degli stati fare rapporto sulla qualità delle offerte». Come a dire quindi che non è compito dell'Europa controllare quello che fanno i singoli stati.   Di strada, quindi, c'è ancora da farne tanta. «La Garanzia Giovani non è stata quel successo che alcuni pensavano, ma sta mettendo in circolo idee nuove, una cultura diversa del mercato del lavoro. Stiamo mettendo il paese in condizione di offrire ai giovani lo stesso degli altri paesi europei. In sintesi sull’Italia si può dire che, considerato il punto di partenza, si stanno facendo passi da gigante, ma certo non mancano le ombre e i rallentamenti», spiega Pastore. Che sui dati del report - circa la metà dei partecipanti a un intervento della YEI al lavoro sei mesi dopo la loro conclusione - osserva: «Meno della metà non è poco. Il termine di confronto dovrebbe essere quello del job finding dei disoccupati e dei Neet. Se pensiamo che il tasso di ritrovamento di un posto di lavoro per un disoccupato è in Italia attualmente intorno al 20-25%, raggiungere quasi il 50% per chi ha fatto un’esperienza di GG è un grande successo. Mostra come i giovani italiani hanno una gran fame di esperienza lavorativa visto che attualmente sono preparatissimi in termini di conoscenze teoriche ma spesso molto carenti sul piano delle competenze lavorative». Dato che anche Bussi considera positivo soprattutto se confrontato con altri dati e altri anni. Ma ribadendo l'importanza di valutare cosa succede poi nel tempo. «Quello che dà idea della sostenibilità della misura è sapere se un anno e mezzo dopo la persona è riuscita a stabilizzarsi sul mercato del lavoro».Quello che sicuramente c’è di buono è il fenomeno che si è creato intorno alla dialettica sulla Garanzia Giovani e che l’ha preceduta con riforme che hanno riguardato il mercato del lavoro degli Stati membri. «Anche in Italia la Garanzia si è inserita in un contesto di cambiamento, basti pensare alla legge sull’apprendistato che è del 2012. Ma bisognerà vedere nel tempo se si riusciranno a razionalizzare tutte queste tendenze», spiega Bussi, sicura che per invertire la rotta nelle percentuali di Neet che, in Italia, non tendono a diminuire sia necessario «investire nella scuola e nelle misure di transizione al lavoro. Ma se la ripresa è lenta i giovani con poca esperienza competeranno con gli adulti e quindi il tempo di riassorbimento dei Neet sarà probabilmente più lungo. Per questo sarebbe importante investire nel nocciolo duro di questa categoria, quelli che non ricevono alcun tipo di finanziamento e avvicinarli a varie attività anche di volontariato per ri-immetterli nel sistema». Della stessa idea anche Pastore: «a dispetto del nome, purtroppo le politiche del lavoro non creano lavoro di per se. Non funziona tutto ancora al 100% perché le politiche sono più efficaci quando l’economia cresce. Ma se mancano i posti di lavoro non andiamo lontano».Marianna Lepore

Italia terzultima in Ue per occupazione femminile, l'opportunità adesso è l'industria 4.0

Sarà l'industria 4.0 – quella della sharing economy – a risollevare le sorti dell'occupazione femminile? Al convegno 'Donne nella quarta rivoluzione industriale' organizzato qualche giorno fa da Pari o Dispare, comitato per la parità di genere presieduto da Emma Bonino, ne hanno discusso esponenti della politica e delle istituzioni come Valeria Fedeli, vicepresidente del Senato e Beatrice Covassi, rappresentante italiana della Commissione Ue, del mondo accademico come l'economista della Stanford University Veronica De Romanis, e dei media, tra cui Eva Giovannini, giornalista Rai, e Eleonora Voltolina, direttrice della Repubblica degli Stagisti. Si parte dal dato rilanciato da Fedeli: «L'Italia è terzultima a livello internazionale per occupazione giovanile e femminile, dopo Grecia e Macedonia». Ma a sollevare non poche perplessità rispetto alla possibilità che questi dati sconfortanti possano essere migliorati da una maggiore partecipazione femminile ai lavori dell'Industria 4.0 è Riccardo Staglianò, giornalista di Repubblica, illustrando i numeri raccolti nel suo libro Al posto tuo, così web e robot ci stanno rubando il lavoro, edito da Einaudi.«È stato calcolato che da qui al 2033 il 47% dei lavori esistenti saranno a rischio automazione». Calcoli magari troppo allarmistici (McKinsey parla addirittura di 5 milioni di posti che scompariranno nel nulla), eppure i dati dimostrano come «Amazon avesse 13 dipendenti nel 2012, contro i 140mila di Kodak nel suo periodo di fulgore», prima di fallire. E come «nel 2014 Airbnb abbia pagato all'erario francese 84mila euro di tasse contro i 3 miliardi e mezzo del settore alberghiero». Solo «lo 0,5 per cento dei lavoratori americani sono stati occupati nelle aziende nate dopo il Duemila».«Nel prossimissimo futuro tutta una serie di professioni è destinata a scomparire» conferma Emma Bonino: «il che vuol dire anche adeguare la scuola e l'università. Noi sforniamo avvocati, ma se ho capito bene questa professione è destinata a ridimensionarsi in modo notevole. Se sappiamo che interi settori, anche di professioni autonome, sono destinati nel breve tempo a scomparire, non solo il ministero del Lavoro ma anche quello dell'Istruzione si devono adeguare, e anche i giovani devono prendere consapevolezza degli sbocchi occupazionali».Scenari quasi apocalittici, con cui dovrà vedersela l'occupazione in generale e quella femminile in particolare (in Italia al 50 per cento contro una media Ue del 64), già fiaccata dai «vecchi problemi che ci portiamo dietro» ricorda Bonino: la difficile conciliazione tra tempi di vita e lavoro all'origine dei picchi di denatalità registrata in questi ultimi anni e le discriminazioni retributive, «per cui serviranno 70 anni» perché donne e uomini ricevano, a parità di mansioni, un uguale salario. Per la precisione «le donne guadagnano in media il 16 per cento in meno» le fa eco Covassi, nonostante siano in media più istruite «rappresentando l'83 per centro dei diplomati e il 60 dei laureati». In spregio anche «alla direttiva Ue contro il divario retributivo». Va ancora peggio quando si tratta di donne in posizioni apicali. Anche in Europa i dati non sono incoraggianti: «In Ue sono appena il 3,6 per cento, e i consigli di amministrazione sono frequentati per l'80 per cento da uomini». E pensare che l'occupazione femminile in Italia, ma anche altrove, «ha tenuto meglio di fronte a una crisi che ha visto scemare un milione di posti di lavoro» calcola Linda Laura Sabbadini dell'Istat. Lo scotto è stato però pagato in termini qualitativi, facendo convergere le donne sul part time involontario, modalità che è invece scelta «solo dall'8 per cento degli uomini». Spesso dietro c'è la maternità, evidenzia Antonella Marsala di Italia Lavoro: «Sono 22mila all'anno le donne che abbandonano il posto di lavoro nel primo anno di vita del bambino». Dal parterre anche diverse proposte per cogliere le opportunità in arrivo dalla nuova fase industriale. Un'economia inedita che andrà regolamentata dalla politica: «Non si può fermare il vento della sharing e gig economy ma queste non devono ridursi a lavoretti, a secondary income» ragiona Giovannini. «Vanno messi dei paletti: una app come Amelia, centralinista meccanica, risponde a 60mila telefonata al mese e ha sostituito eserciti di lavoratrici». Per Eleonora Voltolina la prima idea per rendere le ragazze protagoniste dell'industria 4.0 è coinvolgerle «già da prestissimo nello studio delle materie Stem, convincendole che sono in grado di farlo, contro gli stereotipi che le allontanano invece da questi percorsi formativi». Poi la rappresentazione mediatica, dalla quale le donne sono troppo spesso escluse: per cominciare a «scardinare il sistema bisogna impegnarsi verso un riequilibrio dei panel dei dibattiti pubblici e dei talk show. Io ho deciso di darmi una policy: accetto di partecipare solo se è garantito un equilibrio di genere» afferma Voltolina, citando la denuncia della scrittrice Michela Murgia contro il sistema culturale italiano tutto sbilanciato a favore gli uomini. Quanto alla maternità, bisogna guardare ai progetti innovativi come Maam di Riccarda Zezza ma anche pensare a interventi pubblici: qui l'idea forte è quella di «introdurre un congedo di paternità obbligatorio uguale a quello di maternità, con un costo certamente enorme per le casse dello Stato, ma dal valore culturale dirompente».La maternità «va vista come un plus, dà vita a soft skills nelle donne, che diventano più creative e multitasking» rilancia Veronica De Romanis. Una possibile strada è la tassazione di genere: «Facciamo pagare meno tasse alle donne: ne conseguirebbe anche a un miglioramento del potere negoziale all'interno della coppia». Sono “distorsioni temporanee” che potrebbero funzionare: «Le quote rosa introdotte nel 2012 hanno fatto sì che si passasse dal 5 al 27 per cento di presenze femminili nei cda». Al pari dei «minijobs tedeschi dal salario di 450 euro, pensati proprio per le donne: sarebbero utili come chiave di accesso al lavoro in un paese come il nostro che conta con il 45 per cento di inattività femminile». Non sono chiacchiere o una moda del momento: donne più inserite nel mondo del lavoro «farebbero aumentare la ricchezza pro capite di un punto». Ilaria Mariotti 

Buchi contributivi, quali problemi per la pensione?

Durante la carriera lavorativa, soprattutto all’inizio, capita spesso di avere dei periodi di stop. Guardando oltre al problema economico del breve periodo, bisogna anche fare i conti sul lungo periodo: verificare cioè come incideranno i periodi in cui, non lavorando, non si versano contributi per la pensione.Per chi ha iniziato a lavorare dal 1° gennaio 1996 il calcolo della pensione è basato sul modello contributivo, strettamente legato a quanti contributi si versano. Quando non si lavora che cosa succede alla posizione contributiva? Una delle risposte sono i ‘contributi figurativi’. In pratica la legge prevede dei casi in cui si ha diritto all'accredito dei contributi anche se non c'è l'effettivo versamento all'Inps, l’Istituto nazionale di previdenza sociale, o ad altre casse previdenziali né da parte di un datore di lavoro né da parte del lavoratore: per esempio per periodi di disoccupazione, cassa integrazione, malattia e maternità.  Ma attenzione perché i contributi figurativi non sempre sono considerati allo stesso modo: a volte nel calcolo delle pensione valgono “di meno”. «Capire quali contributi vanno bene e quali devono essere esclusi per raggiungere il ‘diritto’ ad una pensione è complesso» ammette Remo Guerrini, responsabile del Patronato Inas Cisl di Milano: «I contributi figurativi vanno bene per ottenere la pensione di vecchiaia, invalidità, inabilità, reversibilità. Ma per la pensione anticipata invece ci sono delle limitazioni e bisogna fare i conti in maniera attenta». Per andare in maniera anticipata in pensione nel 2016 bisogna avere 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, indipendentemente dall'età anagrafica, ma «si devono raggiungere almeno 35 anni senza contribuzione figurativa per disoccupazione e malattia». Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia, che si può ottenere con meno contributi al compimento di 66 anni servono «almeno 20 anni ‘effettivi’ di contributi versati al netto della contribuzione figurativa» spiega il responsabile del patronato.Non è tutto. «Ogni cassa previdenziale distinta dall’Inps ha un proprio regolamento e pertanto modalità diverse per il riconoscimento dei periodo coperti da contribuzione figurativa» aggiunge Pietro Manzari, esperto della Fondazione Studi Consulenti del lavoro. Prendiamo infatti la situazione di lavoratori autonomi, artigiani e commercianti e coloro che versano in gestione separata come collaboratori, liberi professionisti e partite Iva: i contributi figurativi vengono accreditati nella gestione di riferimento ma ad esempio ai commercianti e gli artigiani non sono riconosciuti per i periodi di disoccupazione. Il problema dei buchi, in assenza di contributi figurativi, si può risolvere ricorrendo alla contribuzione volontaria: il lavoratore si fa carico di tutta la sua previdenza. Ma quanto potrebbe costare a chi guadagna 1000 euro lordi al mese? La risposta arriva da Pietro Manzari: «76 euro a settimana, perché per i lavoratori dipendenti l'aliquota di finanziamento per il 2016 è pari al 32,87% per gli autorizzati ai volontari successivamente al 1° gennaio 1996». Esiste comunque un importo minimo di retribuzione settimanale, «il così detto minimale» conferma l'esperto, «che per i lavoratori dipendenti nel 2016 è di 200,76 euro». Una cifra che non tutti possono permettersi, specialmente nei periodi in cui non ci sono entrate. E comunque questa possibilità è di fatto preclusa ai giovani, perché una delle condizioni imprescindibili per potersi versare i contributi volontari è quella di avere almeno 5 anni pieni di contributi già versati.«Il consiglio è quello di fare la domanda di disoccupazione immediatamente, quasi tutti i lavoratori oggi ne hanno diritto» suggerisce Guerrini. Basti considerare che nel solo mese di maggio 2016 sono state presentate 89.787 domande di Naspi e 386 domande di disoccupazione, si legge sul sito dell'Inps. Viene spontaneo chiedersi in quanti ogni anno ottengono i contributi figurativi. La Repubblica degli Stagisti ha provato a chiederlo all'Inps, ma la risposta ricevuta è che... la domanda è “sbagliata”. L'Istituto nazionale di previdenza sociale non sa infatti quanti lavoratori beneficiano dei contributi figurativi nel momento in cui vanno in pensione perchè questo tipo di contributi non sono erogati materialmente ma semplicemente 'conteggiati'. Anche considerando quanti contributi figurativi siano stati 'conteggiati' secondo i dati dell'ultimo rapporto Inps del 2014, il calcolo è impossibile dato che le unità di misura considerate variano a seconda della prestazione a cui si ha diritto, ad esempio il numero dei lavoratori per la disoccupazione e le ore per la cassa integrazione. L'Inps si limita a sottolineare, un po' lapalissianamente, che se nell'estratto conto contributivo si hanno avuti contributi figurativi, vuol dire che se ne aveva diritto.Poi capita anche che pur lavorando ci sia un buco contributivo perché il datore di lavoro magari dimentica di pagare qualche tranche di contributi. Succede a lavoratori pubblici e privati ma soprattutto ai precari. E la cosa più grave è che si hanno solo 5 anni di tempo per accorgersi del buco, poi i contributi ‘scadono’.«Non bisogna perdere tempo, è necessario ‘curare’ il proprio estratto contributivo man mano che ci sono i periodi di sospensione e ogni tanto, anche se si lavora, fare un controllo» conclude Remo Guerrini: «Perché una volta vicini alla pensione accorgersi di un buco di contributi allontana ancora di più il traguardo, una notizia non certo bella soprattutto per i più giovani che, se andrà bene, in base alla norma attuale, smetteranno di lavorare non prima dei 70 anni».Felicia Mammone

Alternanza scuola lavoro alla prova dei fatti, l'appello delle scuole: «Mancano aziende disponibili»

Entra nel vivo l'alternanza scuola lavoro, progetto di riforma del sistema didattico che prevede – lo dice il nome stesso – attività d'aula affiancate a periodi di formazione nelle aziende. A regolamentarla la legge 107/2015, detta “La Buona Scuola”, che stabilisce che gli studenti delle superiori a partire dal terzo anno assolvano a un nuovo obbligo formativo: 400 ore per i tecnici/professionali e 200 per i licei. Una bella scossa per le scuole italiane, abituate a una didattica per lo più frontale e di tipo teorico. Per molte di loro il problema principale sarà come tradurre in pratica la nuova legge.  Francesco Giubileo, dottore di ricerca in Sociologia del lavoro e consulente in politiche occupazionali – nonché consigliere di amministrazione di Afol Metropolitana, l'Agenzia per la formazione, l'orientamento e il lavoro di Milano –  ha redatto sull'argomento il report 'Alternanza scuola-lavoro: dall'innovazione della 107 alla sperimentazione del sistema duale', edito dalla Fondazione Eyu. Uno studio che, presentato nei giorni scorsi alla sede del Pd al Nazareno, fa luce sui nodi di una riforma potenzialmente strategica per l'abbandono scolastico: «Quattro su dieci si perdono nel primo biennio» ha ricordato il sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba al dibattito. E essenziale anche per non «disperdere il patrimonio manufatturiero italiano».«La debolezza del rapporto tra scuola e mondo produttivo è una delle più evidenti criticità dell’economia italiana» si legge nell'introduzione. Un dato di fatto che impedisce «ai giovani di sviluppare tra i banchi competenze che si apprendono solo attraverso la partecipazione al mondo del lavoro». Il punto di riferimento è il modello duale tedesco: del resto, con un tasso di disoccupazione giovanile sotto il 10%, contro una media Ue del 20% e un'Italia che ancora nel 2015 stava sopra il 40% (dati Eurostat), naturale che la Germania sia l'esempio a cui guardare. Più facile però a dirsi che a farsi. «Dalla riforma Moratti a oggi l’alternanza scuola-lavoro è consistita in un sistema di stage organizzati con il coinvolgimento delle aziende, mentre in Germania ci si basa quasi esclusivamente sullo strumento dell’apprendistato», un vero e proprio contratto di lavoro, commenta Giubileo. Non solo: nel paese considerato la locomotiva d'Europa l'alternanza si sviluppa per lo più «nelle grandi aziende (circa l’80% delle imprese al di sopra dei 100 dipendenti ha apprendisti nel proprio organico), non è diffusa solo per i lavori manuali ed è presente nei campi industriali più variegati (automobilistica, falegnameria, tecnica bancaria, parruccheria, tecnica commerciale per negozi o industria, infermeria etc.)».In Italia invece «le aziende interessate sono prevalentemente di micro e piccole dimensioni: quelle sotto i 50 addetti rappresentano oltre l'87% del totale, e i settori sono il manifatturiero (41,9%) e i servizi di alloggio e ristorazione (20,9%)». Senza contare che, sottolinea ancora il rapporto, «nel sistema tedesco non c’è alternanza tra scuola e lavoro, ma integrazione tra i due mondi». Tant'è che da noi «la formazione in aula e presso l’azienda sono separate e in diversi casi lo stage è realizzato durante le vacanze».A servire quindi è un nuovo approccio culturale perché «nessuna imitazione può avere successo se calata in un ambiente sociale incapace di interpretare correttamente gli spazi creati dalla legge». Le aziende coinvolte non dovrebbero pensare alle immediate ricadute occupazionali, ma puntare a una «promozione della qualità del lavoro, della competitività complessiva, con l’assunzione di uno specifico ruolo formativo». Si tratta, conclude Giubileo, «di una forma nuova di responsabilità sociale d’impresa».Tre i casi studio riportati nell'analisi. Il primo è Bolzano, che – contando sull'autonomia legislativa – da sempre gestisce l'alternanza scuola lavoro allineandosi  ai paesi nordici. Qui «lo strumento duale è un effetto della peculiarità produttiva del territorio, con pmi a elevato livello di innovazione che necessitano di dipendenti professionalmente preparati». Un microcosmo difficile da riprodurre a livello nazionale. C'è poi Napoli e il progetto 'Scuola al lavoro: Scolabor', una piattaforma che mette in contatto le aziende e le istituzioni scolastiche, che sulla base di questi dati adattano la propria offerta formativa. E infine il progetto dell'Emilia Romagna Dual Educarion System Italy (Desi), attraverso cui Lamborghini e Ducati, società bolognesi del gruppo Audi, offrono dal 2014 a 48 giovani a basso reddito che hanno abbandonato gli studi un’esperienza biennale da operatore meccanico, fornendo sì competenze specifiche, ma 'esportabili' in altre aziende dell'automotive.Ma sono purtroppo casi isolati: le scuole italiane si trovano per lo più impreparate a avviare l'alternanza. «Il rischio è non trovare aziende disponibili per effetto della saturazione del mercato, le richieste diventeranno troppe una volta che i licei saranno a regime» è il commento di uno degli istituti interpellati nel sondaggio finale. «Manca un responsabile organizzativo, soprattutto nei licei, con nozioni di orientamento e accompagnamento al lavoro: in alternativa come crei relazioni con le imprese?».Quando la riforma entrerà a regime, gli alunni partecipanti all'alternanza scuola-lavoro saranno un milione e mezzo all'anno. Per rispondere in modo adeguato bisognerà «mettere da parte la retorica», auspica Giubileo, e suguire alcune regole auree, come la «professionalizzazione dei responsabili organizzativi, il potenziamento dei servizi per l’impiego, la creazione di linee di finanziamento tramite fondazioni bancarie, fondi comunitari e crediti d’imposta». Se non si vuole fallire, «il sistema non può continuare con attività estemporanee affidate più alla bravura del responsabile organizzativo che al merito di una struttura organica con una progettualità di medio periodo». E sopratutto, bisogna coinvolgere quante più imprese possibile.Ilaria Mariotti 

Voucher, punta dell'iceberg del lavoro nero: lo dice l'Inps

È diventata la nuova modalità di inquadramento per i lavoratori occasionali e se per i datori di lavoro ha molti vantaggi, meno ne ha per chi presta il lavoro: sono i voucher, ovvero le forme di pagamento destinate a tutte quelle prestazioni lavorative non riconducibili alle tipologie contrattuali tipiche del lavoro subordinato, parasubordinato o autonomo. Ma quanti sono oggi i lavoratori inquadrati in questo modo e soprattutto chi sono? Non è facile capirlo, soprattutto perché il pagamento attraverso voucher può essere effettuato per qualsiasi tipo di attività e per qualsiasi soggetto, che sia studente o pensionato, disoccupato o inoccupato, addirittura anche lavoratore tanto part time quanto full time o subordinato.Ad aiutare a capire chi siano questi lavoratori ci pensano, però, le statistiche Inps, che nell’ultimo report appena pubblicato “Il lavoro accessorio dal 2008 al 2015. Profili dei lavoratori e dei committenti” parlano di una «crescita continua, rapida, diffusa territorialmente e settorialmente» con oltre un milione 400mila lavoratori coinvolti nell’arco del 2015. Evidenziando come uno degli obiettivi per cui erano nati i voucher – aiutare l’emersione dal lavoro nero – non sia in realtà stato raggiunto, visto che «diverse relazioni non fugano il sospetto che il voucher sia in realtà un segnale tipo iceberg di attività sommersa anche di dimensioni maggiori di quella emersa».Il paper fotografa in un solo anno, dal 2014 al 2015, un aumento dei voucher venduti di quasi 46 milioni. Una crescita probabilmente facilitata anche dalla vendita nei tabaccai, dove è stato acquistato quasi il 70% dei buoni lavoro. E per quanto i voucher siano usati trasversalmente su prestatori di qualsiasi classe di età, il rapporto è esplicito nel dire che «l’età media dei lavoratori è diminuita costantemente nel corso degli anni, così come la percentuale di maschi: erano quasi l’80% nel 2008, sono scesi sotto il 50% nel 2015. Entrambe queste linee evolutive sono il riflesso della storia normativa del lavoro accessorio». Nonostante il numero di lavoratori a voucher sia evidentemente esploso, non è aumentato il numero medio di voucher riscossi, sempre intorno ai 60 a persona, e quasi tutti – quattro su cinque prestatori – hanno avuto un solo committente. Ma è l’età il fattore più interessante: fa riflettere, infatti, che la percentuale più alta di voucher, il 21%, sia usata per la fascia di età tra i 20 e i 24 anni. E c’è di più: dell’oltre un milione 380mila prestatori di lavoro accessorio nel 2015, poco meno della metà – per la precisione 595mila – sono under 30. Se a questi si aggiunge la fascia di età tra i 30 e i 34 anni, si arriva ad oltre 747mila persone. Sono sempre i numeri a mostrare come i voucher che «nel 2008 apparivano come uno strumento per vecchi» abbiano con il tempo completamente cambiato target. Nel 2015 questa modalità di lavoro è sempre più usata e abusata per i giovani: il 34% dei lavoratori a voucher lo scorso anno era sotto i 35 anni. Percentuale simile a quella dei 55-64enni nel 2008, oggi calati a uno scarso 8%.I voucher, poi, che erano stati pensati anche per i lavoratori stranieri e quindi favorire il lavoro sommerso – spesso anche domestico – in realtà non hanno mai avuto come target di riferimento gli extracomunitari. Sul totale di quelli retribuiti con i buoni lavoro, solo 120mila sono stranieri. A livello geografico, se quasi la metà dei percettori di voucher si concentra in tre regioni del Nord, Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, il rapporto evidenzia come in realtà la classica differenziazione nord-sud in questo caso non sia scontata. Perché, infatti, i picchi di uso del lavoro accessorio si riscontrano nelle regioni con elevata presenza di terziario turistico e di agricoltura. Infatti al quinto posto, dopo Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, c’è la Puglia con oltre 105mila prestatori di lavoro accessorio nel 2015.Ma il dato che fa riflettere è quello sulla possibile ripetizione: a chi, infatti, pensa al lavoro attraverso voucher come a un passaggio verso un contratto migliore o a una parentesi temporanea, i dati dicono invece che lo scorso anno quasi la metà dei “voucheristi”, circa 570mila, era già stato impegnato con quella tipologia di regolazione anche l’anno precedente. Altro tema rilevante: i “voucheristi” sono considerati a livello statistico degli “occupati”. Perché se una persona ha percepito del reddito nel periodo in cui l’Istat compie le interviste sulla forza lavoro, la presenza o meno di un contratto regolare, il tipo di guadagno e le ore di lavoro non hanno rilevanza. Perciò anche chi avesse lavorato solo un paio d’ore, retribuito con voucher, a livello di Rilevazione sulle forze di lavoro dell'Istat entra nella casella degli occupati. Eppure la stessa Istat certifica che i voucheristi, secondo le ultime rilevazioni, ricevono in media in un anno soltanto 478 euro netti.Questo ha anche un risvolto sul futuro pensionistico di chi è impiegato (esclusivamente) con questa metodologia: perché i compensi derivanti da lavoro accessorio quasi mai riescono a garantire l’accredito minimo a fini previdenziali. Il rischio concreto è che con il tempo e le ripetizioni di voucher, «i compensi derivanti da lavoro accessorio quasi mai riescono a garantire, nel singolo anno, l’accredito minimo di un mese di contribuzione utile ai fini previdenziali». La quota che viene versata alla gestione separata dell’Inps come contributo, 1,70 euro ogni 10 lordi orari, servirà dunque solo a formare il montante pensionistico. Ma per tutti quelli che non hanno altri rapporti di lavoro non formerà anzianità, visto che per farlo il soggetto deve ricevere nel corso dell’anno il minimo previsto dalla gestione separata.C’è poi un altro dato interessante che esce dal rapporto, quello riguardante i committenti  del lavoro a voucher. Al contrario di quanto si potrebbe pensare, i principali datori di lavoro non sono le famiglie – o comunque i “privati” – bensì le imprese, in particolare quelle del settore alberghiero-ristorazione. Boom che si spiega abbastanza facilmente: in questi settori c’è una richiesta di poche ore di lavoro, spesso in orari particolari, festivi o notturni, che ha trovato la sua piena realizzazione con i buoni lavoro – andando a soppiantare contratti stagionali e contratti a chiamata, che permettono la stessa flessibilità ma che sono ben più onerosi per il datore di lavoro. Il sistema dei voucher che emerge da questo rapporto mostra quindi troppe fragilità, tanto da far avanzare anche l’ipotesi di una loro soppressione. Chissà se il ministro Poletti deciderà di affrontare la questione con il presidente dell’Inps, Tito Boeri.Marianna Lepore

Aspiranti imprenditori in Garanzia Giovani, 124 milioni in cerca di beneficiari: Selfiemployment stenta a partire

Tra i servizi offerti da Garanzia Giovani, il programma europeo per promuovere l'occupazione giovanile, Selfiemployment è forse uno dei meno conosciuti – e di conseguenza meno utilizzati. Partito a gennaio con una disponibilità  finanziaria di 124 milioni di euro, alle spalle il gestore Invitalia – controllata del ministero dell'Economia – consente di «sviluppare idee di business e avviare iniziative imprenditoriali, accedendo a finanziamenti agevolati» come spiegano le faq sull'iniziativa. Per chi volesse mettere in piedi un'impresa un bel trampolino di lancio, almeno sulla carta: i prestiti vanno dai 5mila ai 50mila euro a tasso zero, senza garanzie personali e con un piano di ammortamento settennale.Un aspetto forse sottovalutato, e che differenzia questa opzione dalla altre del pacchetto Garanzia Giovani, è che la domanda può essere inoltrata anche da chi svolge «attività che non costituiscono un rapporto di lavoro – borse lavoro per esempio – e impieghi occasionali di tipo accessorio, retribuiti con i cosiddetti voucher» evidenziano dal ministero del Lavoro, rispondendo indirettamente a un dubbio sollevato proprio di recente da un lettore sul forum della Repubblica degli Stagisti. «Avevo intenzione di iniziare il programma selfiemployment e volevo capire se durante la durata del percorso fosse possibile lavorare saltuariamente retribuito con i voucher» chiedeva Pepe qualche tempo fa. Ecco la risposta: la possibilità c'è ed è ammessa perché «nonostante si presentino come prestazioni lavorative autonome», aggiunge Antonio Troise, responsabile dell'ufficio stampa di Invitalia, «i lavori occasionali retribuiti a voucher non influiscono sullo stato di disoccupazione». Restano invariati gli altri requisiti di partecipazione, che sono la registrazione al programma e dunque un'età compresa tra i 18 e i 29 anni e il mantenimento della condizione di Neet – non frequentare un corso di studi o formazione, non essere inserito in tirocini curriculari o extracurriculari, essere disoccupato secondo l'articolo 19 del dl 150/2015. Serve poi la residenza sul territorio nazionale. E sempre Invitalia ricorda che per chi sta già ricevendo all'interno del programma un provvedimento di politica attiva (tirocinio, formazione, servizio civile), la misura è temporanemente preclusa: «Dovranno attenderne la conclusione e successivamente reiscriversi a Garanzia giovani».  A sette mesi dall'avvio, restano però luci e ombre. L'obiettivo di riuscire a sostenere (almeno) qualche migliaia di giovani con in mente un business plan appare ancora lontano. A oggi le domande presentate «sono meno di 200», ammette Troise. Per la precisione «al 7 settembre risultano 787 domande in via di compilazione, 176 delle quali completate e presentate» specifica l'ufficio stampa del ministero del Lavoro: «Tra quelle presentate, 76 sono state valutate complete e istruite, 53 sono decadute e 23 saranno oggetto di una delibera di prefinanziamento, per prestiti pari a oltre 700mila euro». Un importo quasi infinitesimale rispetto allo stanziamento complessivo, meno dell'1 per cento del totale. Adesso la speranza è che «il numero di domande cresca» auspica Troise perché «dal 12 settembre c'è stata una revisione dell’avviso che amplia la platea dei destinatari».Risultato che potrebbe verificarsi per almeno un motivo: i percorsi di accompagnamento all'autoimprenditorialità da frequentare come prerequisito per l'accoglimento della domanda non saranno più obbligatori. A spiegare il nuovo meccanismo è il dicastero del Lavoro: «Ne esistono sia su base regionale che nazionale, tutti nell'ambito di Crescere Imprenditori, un progetto di Unioncamere» chiariscono. Finora «tali percorsi, della durata di 80 ore, sono stati pensati come propedeutici all’accesso al fondo». Un quadro destinato però a cambiare «con le recenti modifiche, per cui diventeranno facoltativi pur fornendo un punteggio all’atto della presentazione della domanda, 9 punti su 45 totali». Al momento quelli impegnati su questo fronte sono però poche centinaia. «Su 1.177 ragazzi che hanno manifestato interesse on line ai percorsi di Crescere Imprenditori, 293 sono stati avviati ai laboratori e 224 hanno già terminato la formazione prevista».Già a aprile, quando la Repubblica degli Stagisti si era occupata della questione, la situazione era scoraggiante. A fine 2015 non arrivava a 500 il numero dei beneficiari del servizio di accompagnamento all'autoimprenditorialità (una misura comunque diversa e antecedente a Selfiemployement, partito solo nel 2016: l'accompagnamento in questo caso dovrebbe consistere, sostanzialmente, in "consulenze" fornite agli aspiranti imprenditori da parte di esperti), su un totale a settembre 2016 di circa 1,1 milioni di registrazioni al programma Garanzia Giovani. La semplificazione nell'accesso a Selfiemployment funzionerà?Invitalia ha registrato anche le principali tendenze rispetto ai settori più quotati tra i giovani che si cimentano nell'autoimprenditorialità: «Le richieste per adesso si sono concentrate sulle aree del commercio e del turismo / cultura, con un'incidenza pari rispettivamente al 37% e 32%». Seguono la ristorazione e i servizi alla persona, che insieme occupano il 40%. E chissà che i progetti non si concretizzino davvero e i 124 milioni di fondi a favore di Selfiemployment trovino finalmente una destinazione.  Ilaria Mariotti