Categoria: Storie

Master dei Talenti, le voci degli «ex»: Chiara Santi, grazie alla CRT ho scoperto la sicurezza sul lavoro e me ne sono innamorata

In occasione della pubblicazione del nuovo bando del progetto Master dei Talenti della Fondazione CRT, che quest'anno mette in palio 75 stage in giro per il mondo lautamente rimborsati dalla Fondazione e destinati ai migliori neolaureati degli atenei del Piemonte e della Valle d'Aosta, la Repubblica degli Stagisti ha raccolto le storie di alcuni ex. Ecco quella di Chiara Santi.Sono originaria di Bubbio, un paesino della langa astigiana. A luglio del 2006, a venticinque anni, mi sono laureata al Politecnico di Torino in Ingegneria per l’ambiente e il territorio. Durante gli anni di università ho volutamente evitato periodi all’estero: ci tenevo a compiere interamente in Italia il mio percorso, sapendo che la mia era una delle università più importanti d’Europa. Nella scelta della tesi mi sono orientata sulla materia che più mi aveva appassionato: l’ingegneria degli acquiferi. Ottenuto il tanto agognato 110 e lode, stavo iniziando a chiedermi che cosa volevo fare da grande quando il professore mi ha proposto una borsa di studio. Così sono rimasta per otto mesi al dipartimento Territorio, ambiente e geotecnologie del Politecnico, occupandomi del monitoraggio acquiferi a Punta Sabbioni, la lingua di terra di fronte a Venezia, dove erano cominciati da alcuni anni i lavori per la costruzione del MOSE. La borsa, 1100 euro netti al mese, mi permetteva di mantenermi e mi dava l’opportunità di andare spesso a Venezia: i viaggi di lavoro, data la destinazione, mi sembravano ogni volta delle piccole vacanze. L’esperienza all’estero non fatta, però, cominciava a mancarmi e sentivo crescere forte dentro di me la voglia di partire. La lettera della Fondazione CRT che illustrava il progetto Master dei Talenti, arrivata a casa a dicembre 2006, è stata come pioggia nel deserto. Mi sono candidata per una sola posizione, la Saint Gobain Vetrotex International di Chambéry, in Francia: ho superato la selezione e sono partita ad aprile 2007, sapendo che avrei avuto a disposizione 1900 euro lordi al mese – un’enormità rispetto alle cifre a cui ero abituata! – ma con un’idea un po’ vaga di ciò che avrei dovuto fare là. La posizione infatti prevedeva di lavorare nell’ambito della sicurezza sul lavoro, a me quasi completamente sconosciuta. Fortunatamente sono sempre stata molto seguita; la struttura che mi ospitava è un centro di ricerca e sviluppo su materiali compositi fabbricati con fibra di vetro e polimeri. La quantità di sostanze e preparati che utilizzano è impressionante. Per conoscere meglio la realtà produttiva, per i primi mesi mi sono dedicata alla riorganizzazione dello stoccaggio dei prodotti chimici. In seguito mi sono occupata della valutazione del rischio chimico e della definizione delle priorità d’azione e dei possibili interventi migliorativi ai fini di aumentare la sicurezza dei lavoratori. Il lavoro mi ha permesso di interfacciarmi con il responsabile dei laboratori, con l’animatore sicurezza (come simpaticamente i francesi chiamano quello che da noi è più pragmaticamente l’addetto sicurezza) e con chi quotidianamente era a contatto diretto con le sostanze e i prodotti oggetto della mia valutazione: gli operatori, dai quali ottenevo le informazioni più interessanti e utili per compiere il difficile salto dalla teoria alla pratica. Lo stesso salto che ho dovuto compiere con la lingua francese, che pensavo di conoscere abbastanza bene; ho capito invece che tra leggerla sui libri ed utilizzarla tutti i giorni c’è una bella differenza. Superato lo shock iniziale, però, mi sono impegnata con passione per impararla al meglio e a marzo del 2008 ho ottenuto il certificato DALF C2, il più avanzato.A parte la lingua, rispetto ad alcune destinazioni molto più esotiche dei miei colleghi, io che ero nella vicina Savoia potevo dirmi quasi a casa. Mi sono ambientata molto in fretta anche grazie agli altri tirocinanti – tutti francesi – che in quel periodo erano alla Vetrotex, con cui ho passato serate e weekend indimenticabili e con cui ancora oggi mantengo stretti contatti. Mi ero sistemata in un bilocale in centro, che pagavo 545 euro al mese. Il costo della vita lì era nel complesso un po' più alto rispetto all’Italia, ma i 1900 euro al mese del MdT mi bastavano a mantenermi completamente e anche a mettere qualcosa da parte; bisogna però dire che io non rientravo in Italia molto spesso.I 12 mesi più belli della mia vita sono passati molto in fretta, ed io ero impaziente di rientrare in Italia. In pieno spirito Master dei Talenti, infatti, volevo cominciare finalmente ad essere produttiva nel mio Paese! Devo essere sincera: il ritorno è stato una grossa delusione. Inizialmente sono tornata a casa dai miei: una scelta obbligata, in attesa di trovare lavoro. Dopo decine di curriculum inviati e quasi altrettanti colloqui, mi ero sentita proporre solo stage a 600 euro al mese, quando andava bene. Sarà che focalizzavo l’attenzione sulle offerte per ingegneri ambientali, che non sono poi così numerose, sarà che cercavo un contratto “vero”, rifiutando quindi tutte le altre forme contrattuali (stage, collaborazioni a progetto, ecc.), ma mi sembrava che non ne sarei mai venuta a capo, ed avevo cominciato a pentirmi della mia scelta di ritornare in Italia. Finalmente, la scorsa primavera, l’offerta tanto attesa è arrivata. Ora ho un contratto a tempo determinato come ispettore sicurezza e qualità alla Carlo Gavazzi Impianti, un’azienda di progettazione e realizzazione di impianti elettrici industriali, di produzione energia, oil&gas, chimici e petrol-chimici, di infrastrutture. La parte più bella del mio lavoro sono gli audit in cantiere, che mi permettono di veder nascere e crescere i progetti dal vivo. La Gavazzi tra l’altro lavora molto con il nord Africa, per cui la conoscenza del francese che ho acquisito a Chambéry mi è spesso di grande aiuto. La sede è a Marcallo con Casone, circa 30 km ad ovest di Milano: mi sono trasferita a vivere a Castano Primo, e impiego solo un quarto d'ora per andare in ufficio. Guadagno più o meno 1300 euro netti, con i quali riesco a mantenermi completamente da sola. Mi sento di dire che il Master dei Talenti ha influito più che positivamente sulla mia vita, determinando molte delle mie scelte successive. Se non fossi stata introdotta al settore della sicurezza sul lavoro, ad esempio, non avrei nemmeno mandato il curriculum alla mia attuale azienda. Alla Gavazzi sto imparando tanto e sono consapevole che tanto ho ancora da imparare. Tra pochi mesi mi scade il contratto, ma quello che poco più di anno fa era un lontano miraggio – un contratto a tempo indeterminato - oggi mi sembra sempre più vicino.Tra l’altro, sono anche riuscita a creare una sinergia tra la mia attuale azienda e la Fondazione CRT: ho fatto conoscere il progetto MdT alla dirigenza della Gavazzi, e loro hanno deciso di partecipare mettendo a bando per il 2010 una posizione di stage di 12 mesi in Egitto, nell’ambito del project management.Testo raccolto da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Da oggi aperto il nuovo bando del Master dei Talenti: 75 stage a cinque stelle per i migliori neolaureati di Piemonte e Val D'Aosta - Occupati e ben pagati: ecco l'identikit di chi ha partecipato al Master dei Talenti della Fondazione CRT - Due parole con Andrea Martina, ideatore della campagna di comunicazione Master dei Talenti 2009E anche le altre storie di ex tirocinanti CRT:- Francesco Imberti, dalla Cina con amore (per il cibo italiano)- Paola Laiolo, da Torino a Bruxelles inseguendo l'Europa

Giorgia Dattilo, praticante consulente del lavoro: «Un lavoro scelto per passione e curiosità»

«Perché ho scelto di diventare consulente del lavoro? Per pura passione, e perché sono un po’ impicciona». Sono stati la curiosità e lo spirito polemico a guidare Giorgia Dattilo, una ragazza romana di 29 anni, sulla via del praticantato per la professione di consulente del lavoro. Quando era impiegata come receptionist in un albergo della capitale, sull'Aurelia, quelle buste paga indecifrabili non le andavano proprio giù. Da brava laureata in scienze della comunicazione (alla Lumsa, con 108/110), esigeva un po’ di chiarezza almeno nei rapporti con il suo datore di lavoro. E così ogni volta si recava dai due consulenti locali per avere spiegazioni su cifre, dati e voci del proprio salario. Una curiosità un po’ pignola che si è presto trasformata in vera e propria passione, «anche grazie al supporto dei due professionisti che fornivano consulenza all’hotel, persone veramente in gamba che mi hanno esortata ad approfondire le tematiche del lavoro».È stato così che ha deciso di abbandonare il lavoro per diventare praticante?Sì, ma non è stata una decisione semplice, anche perché avevo un contratto a tempo indeterminato. Ho parlato con degli amici, che mi hanno spiegato come funzionassero il praticantato e l’esame di ammissione. Ci ho pensato a lungo e alla fine ho chiesto a uno studio di prendermi come praticante.Come è stata la sua esperienza nello studio? Ho iniziato con un orario full time, dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19, con un rimborso spese mensile di 250 euro. Sono partita dalle basi: mi occupavo dell’archivio, per imparare a “maneggiare” e a conoscere i documenti Inps e Inail. Dopo qualche mese ho cambiato studio per passare a un praticantato part-time mattiniero: spero di superare l’esame al primo colpo, e ho preferito dedicare più tempo allo studio. Fra l’altro la paga è aumentata a 400 euro al mese.Uno stipendio piuttosto basso, anche per un part-time…Sì, in effetti devo ringraziare mio marito e la sua famiglia, che mi hanno sostenuto quando ho abbandonato uno stipendio sicuro per rimettermi a studiare. La passione è tale che avrei svolto il praticantato anche gratuitamente, ma mi rendo conto che studiare per due anni senza uno stipendio adeguato è un problema per molti. Parlando con altri ragazzi, ho avuto l’impressione che la maggior parte di loro siano sfruttati sino a che non diventano professionisti.Come vede il suo futuro?Ho da poco sostenuto lo scritto dell’esame di abilitazione e sto aspettando di conoscerne i risultati. Anche se mi sono rimessa in gioco piuttosto tardi – ci sono ragazzi di 20-22 anni che già hanno intrapreso questo percorso – credo che aspetterò qualche anno prima di aprire uno studio mio. Ho molto da imparare da professionisti con maggiore esperienza. Al momento collaboro con degli avvocati che seguono cause di lavoro, ed è una cosa che mi piace moltissimo. Spero di trovare un percorso che mi possa portare a unire la giurisprudenza e la consulenza del lavoro come faccio adesso. Non ho mai pensato al mio salario futuro, ma da quel che ho visto potrebbe attestarsi tra i 5mila e i 7mila euro al mese. Andrea Curiat Per saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Valentina Crippa, praticante consulente del lavoro: «Sin dal liceo tra buste paga e lettere di assunzione»- Consulenti del lavoro: in arrivo un «patto formativo» tra praticanti e tutor - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quinta puntataE anche:- Gianfranco Orlando, vincitore della borsa di studio notarile: «Teoria e pratica devono andare di pari passo»-  Elena Lanzi, vincitrice della borsa di studio notarile: «Dopo un anno e mezzo il mio secondo concorso, senza ancora conoscere i risultati del primo»- Luca De Vito: «Alla scuola di giornalismo un praticantato stimolante, ma niente certezze per il futuro»- Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista

Valentina Crippa, praticante consulente del lavoro: «Sin dal liceo tra buste paga e lettere di assunzione»

«Quando frequentavo il quarto anno del liceo ho deciso quale sarebbe stata la mia strada: mi sarei iscritta alla facoltà di economia con specializzazione in servizi professionali per l’impresa. Mio zio è consulente del lavoro e ho voluto seguire le sue orme. Quello stesso anno ho effettuato uno stage presso uno studio di consulenza a Nervano [in provincia di Milano, ndr], la mia città: mi sono trovata molto bene e subito dopo il diploma sono andata a lavorare lì con un contratto da dipendente part-time. Per metà giornata frequentavo l’università Cattolica, e per l’altra metà svolgevo la mia attività nello studio.  Il praticantato vero e proprio, però, l’ho iniziato soltanto dopo la laurea». Valentina Crippa ha 25 anni: il suo ingresso nel mondo della consulenza del lavoro è stato decisamente precoce. La passione che ha per il mestiere, confessa, è pari soltanto a quella per l’Inter, la sua squadra del cuore - di cui non perde una partita. Ama anche la giurisprudenza: «ho scelto la mia specializzazione anche perchè aveva molti esami in più rispetto a una normale facoltà di economia». Adesso Valentina è in attesa di poter dare l’esame di abilitazione all’albo, non prima del novembre dell’anno prossimo.Di cosa si occupa nello studio? Seguiamo sia la contabilità sia la gestione delle paghe per conto delle aziende clienti. Dopo i tanti anni di lavoro, ci sono alcuni compiti che svolgo in piena autonomia, salvo la revisione finale dei miei capi: elaboro i cedolini paga, preparo le lettere di assunzione per i dipendenti e altro ancora. Ci sono poi delle attività più delicate, per le quali invece assisto i professionisti. In tempi di crisi, dobbiamo spesso seguire le procedure per la cassa integrazione, dalla richiesta alla compilazione dei documenti necessari. Mi reputo fortunata, perché in studio mi hanno sempre spiegato tutto dall’inizio alla fine, e ho avuto modo di vedere ogni tipo di lavoro. L’attività del praticantato si somma a quella da dipendente? E lo stipendio? No, sto svolgendo il praticantato approfittando proprio del contratto da dipendente. Non ho ore aggiuntive, e prendo in tutto mille euro al mese. Quali sono i suoi piani per il futuro? Ha intenzione di aprire uno studio in proprio?Per ora penso solo a superare l’esame. Non ho fatto piani precisi per il futuro, ma in questo studio mi trovo molto bene e spero di restare qui anche negli anni successivi. Come professionista, ovvio.   Andrea Curiat Per saperne di più su questo argomento, leggi anche: - Consulenti del lavoro: in arrivo un «patto formativo» tra praticanti e tutor - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quinta puntata - Giorgia Dattilo, praticante consulente del lavoro: «Un lavoro scelto per passione e curiosità»

Attenzione agli stage negli asili nido, spesso sono un paravento per lo sfruttamento: la testimonianza di Michela Gritti

Dopo il diploma ad indirizzo psico-pedagogico, mi sono laureata l'anno scorso - a 24 anni - in scienze e tecniche psicologiche (triennale) all'università di Bergamo. Già mentre studiavo mi  ero resa conto che non mi sentivo portata per la psicologia: lo psicologo osserva molto e interviene poco, io invece avrei preferito un lavoro più a contatto con le persone. Per questo motivo ho abbandonato l'idea della specialistica e mi sono avvicinata all’idea di lavorare nel mondo del sociale: ho fatto qualche mese di volontariato con gli anziani di una casa di riposo, un anno di volontariato coi bambini ospedalizzati e un tirocinio universitario in un centro diurno per disabili. Dopo la laurea ho deciso di svolgere il servizio civile presso il Telefono Azzurro. Per un anno ho risposto al telefono, sono andata nelle scuole primarie a promuovere dei laboratori di prevenzione al bullismo e all’abuso sessuale, ho fatto assistenza presso un istituto a custodia attenuata per mamme detenute con prole fino a tre anni. Insomma a settembre 2009, terminato il servizio civile, mi sono buttata alla ricerca di un lavoro con la consapevolezza di non essere proprio priva di esperienza. Sapevo che non sarebbe stato facile, ma non volevo demoralizzarmi prima ancora di aver iniziato. Ho risposto a una cinquantina di annunci ma non ha richiamato nessuno, se non per dirmi che avrebbero tenuto buona la mia candidatura (eventualmente) in futuro.Finchè, cercando sconsolata su internet, ho trovato un annuncio di un nido milanese che diceva testualmente: «Stage retribuito per aspiranti educatori asilo nido»: senza specificare durata, orari, retribuzione. Il termine “stage” non mi convinceva ma associato al termine “retribuito” mi ha fatto sperare in qualcosa di più consistente di un semplice rimborso. Ho deciso di contattare l’asilo per avere informazioni e mi hanno risposto così:  «L'impegno per lo stage sarà di un tempo non inferiore ai sei mesi e con un impegno giornaliero dal lunedì al venerdì per 5 ore su turni, e verrà retribuito con un rimborso spese forfaittario». Mi offrivano 200 euro al mese: una proposta irricevibile, tenendo conto che solo l’abbonamento alla metropolitana ne costa 64. Ho rifiutato. Poco dopo, ecco la seconda proposta, sempre trovata su internet. Nella sezione “Lavora con noi” del sito di un'associazione che si occupa di bambini c'era un annuncio che diceva: «Cerchiamo due persone per uno stage di 6 mesi a partire da gennaio 2010, da inserire in un progetto di accoglienza per bambini 0-3 anni a Milano. E’ previsto un rimborso spese. Mansioni principali: assistenza personale educativo e assistenza nella progettazione educativa. L’impegno è full time da lunedì a venerdì dalle ore 8:30 alle ore 17:30. Requisiti fondamentali: età 20-27 anni; laurea o studi universitari, ambito psicologico e/o pedagogico; esperienza di lavoro con bambini; buona conoscenza scritta e parlata della lingua inglese; conoscenza del sistema operativo Windows e delle sue principali applicazioni; predisposizione ed interesse personale verso i temi della giustizia, della pace e della solidarietà; spirito di iniziativa, auto-motivazione, flessibilità, capacità di lavorare individualmente e in gruppo, buone doti relazionali, entusiasmo e spirito di squadra». Niente di meno! Ho mandato anche a loro una e-mail per chiedere precisazioni sul rimborso spese e sull’orario. La risposta è stata: «Lo stage si svolge presso un asilo nido a Milano che per le caratteristiche è molto più vicino ad un centro di  accoglienza. Il rimborso spese è previsto sui 200 euro circa al mese». Ho rifiutato anche questa proposta.Qui aggiungo una riflessione: non bisognerebbe mai dimenticare che c'è differenza tra lavoro e volontariato. E invece questa offerta di stage in cui mi sono imbattuta, considerando anche che veniva proposta da una onlus, sostanzialmente era più una ricerca di volontari che di stagisti. Prova ne sia che la persona che mi ha risposto via email era il responsabile della sezione Volontari dell'associazione! A mio avviso, attraverso questi stage loro cercano di pilotare la situazione, e di reperire volontari "extraqualificati". Invece cioè di accogliere persone qualunque che vogliono fare volontariato, mettono l'annuncio di stage e così potranno trovare persone già esperte, come nel mio caso, e poter in questo modo disporre volontari di un certo tipo, dando loro l'illusione di essere "stagisti".Ma perché a me, che ho già una buona formazione e una discreta esperienza, offrono uno stage anziché un lavoro? Ne ho davvero bisogno? Capire quali requisiti servono per lavorare negli asili nido è un'impresa. Conosco quattro ragazze che lavorano in questo tipo di strutture, e ognuna ha un titolo diverso: istituto alberghiero, istituto professionale "operatore dei servizi sociali", triennale in psicologia, laureanda in psicologia… un tempo esistevano solo le magistrali, ora quanta confusione inutile! Una di queste mie conoscenze, quella con il diploma di istituto professionale che in asilo nido ci lavora da sei anni, mi ha consigliato vivamente di «evitare le esperienze di tirocinio-sfruttamento» parole sue «anche perchè di solito lo fanno le persone che stanno ancora frequentando l'università, e in ogni caso non sarà quell'esperienza che ti farà entrare nel mondo del lavoro al nido». Io giro questo consiglio a tutti i lettori della Repubblica degli Stagisti interessati, come me, a questa professione. Diffidate degli asili che vi offrono stage molto lunghi con rimborso spese molto basso: quello che cercano nella maggior parte dei casi è un'educatrice a costo zero!Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stagisti sfruttati, i casi finiti in tribunale- Far west degli stage, la grande inchiesta della Repubblica degli Stagisti- Tanti stage impropri, nessuna segnalazione agli ispettori. Perché? Due testimonianze- Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- Stagista, perfavore, mi affetta due etti di crudo?

Luca De Vito: «Alla scuola di giornalismo un praticantato stimolante, ma niente certezze per il futuro»

Ho iniziato la mia esperienza di praticantato presso l'università Iulm di Milano nell´autunno del 2007. Dopo aver effettuato tre differenti prove di selezione (Ifg, Cattolica e Iulm) sono partito da Livorno, dove vivevo, per trasferirmi a Milano e iscrivermi a questo master, l´unico dove ho superato il test  d'ingresso. L´esperienza di praticantato è stata tutto sommato buona anche se, avendo già avuto esperienze di lavoro come collaboratore nella redazione pisana del Tirreno, molti aspetti della didattica per me non erano una novità. I momenti più intensi di questa esperienza sono stati senza dubbio i cinque mesi di stage (tre nel 2008 e due nel 2009) presso la redazione milanese del quotidiano Repubblica. Qua, mi sono trovato di fronte ad un ambiente accogliente, stimolante e pieno di persone disponibili. Ho avuto modo di mettere alla prova le mie capacità e di confrontarmi con ambienti e realtà cui non avevo mai avuto accesso. In quei mesi ho imparato moltissimo e di questo sarò sempre grato alle persone che mi hanno seguito. Sin dal primo giorno sono stato nella redazione della cronaca di Milano, seguendo soprattutto la "bianca", cioè gli eventi istituzionali, ma soprattutto ho potuto raccontare i fatti della città vissuta per strada, tra la gente.  Ho lavorato con entusiasmo portando in redazione l'esperienza del master e, quando possibile, affiancando ai pezzi "cartacei" anche i contributi video per l'online. Certo, dal punto di vista lavorativo non ho ricevuto nessuna sicurezza: tuttavia bisogna dire che anche sotto questo aspetto le persone con cui ho avuto a che fare sono state molto oneste e chiare fin da subito. Io stesso sono sempre stato consapevole di ciò che facevo.Tornando all´esperienza di praticantato allo Iulm, ci sono almeno altre tre cose da sottolineare: una positiva e due negative. Quella positiva riguarda l'attenzione per gli aspetti multimediali della professione: l'università e il master forniscono mezzi e strutture (fra cui quelle Mediaset) che garantiscono una didattica efficiente su questo versante. Quelle negative invece riguardano il costo molto elevato (si parla di 19 mila euro in due anni) e la promessa di un "100 per cento placement" che purtroppo, a conti fatti, si rivela soltanto una chimera. Adesso sono diventato giornalista professionista, collaboro per l'edizione milanese di Repubblica e sono in cerca di lavori "aggiuntivi" che possano consentirmi di integrare ciò che sto facendo. La strada da fare è lunga, so che ci vorrà tempo, ma le energie non mi mancano. E poi sono sempre stato un tipo ottimista.testo raccolto da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento leggi anche:- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quarta puntata- Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»- Il Fortino, una riflessione di Roberto Bonzio sui giornalisti di domani: «Oggi chi è dentro le redazioni è tutelato, ma fuori ci sono troppi sottopagati»E altre storie di praticantato vissuto:- Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista- Praticantato in redazione: l'esperienza di Caterina Allegro in un service editoriale

Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista

«Oggi sono professionista e ho un contratto giornalistico, ma arrivare ad ottenere il tesserino non è stato semplice. Ho iniziato la mia esperienza da giornalista dopo la laurea in giurisprudenza, vincendo un concorso indetto dalla Mondadori in collaborazione con l'università Cattolica di Milano. Era il 2005 e grazie a quell'occasione ho fatto uno stage di sei mesi nella redazione di Tv sorrisi e canzoni: un tirocinio che probabilmente non ho vissuto a pieno per la mancanza di esperienza, ma che mi ha aperto la strada verso questa professione. Non avevo rimborsi, ma solo buoni pasto e la vita in redazione aveva luci ed ombre: partecipavo alle riunioni, ma non avevo un ruolo attivo, forse anche per poco spirito di iniziativa da parte mia. Dopo lo stage ho continuato a collaborare con la rivista e pian piano ho allargato i miei contatti ad altre testate. Dopo due anni sono diventato pubblicista. Ormai avevo deciso che volevo fare il giornalista: ho continuato a collaborare in maniera continuativa con diverse riviste, tra cui Benefit e Selezione, e a fare articoli per collaborazioni più occasionali. Al di là di qualche vaga promessa, però, sapevo che sarebbe stato impossibile avere un contratto. Io comunque ero deciso: volevo diventare professionista. Avevo tentato l'esame per entrare alla scuola Ifg di Milano, ma non ho superato l'orale  e non volevo aspettare altri due anni per tentare di nuovo. Sapevo che, probabilmente, diventare professionista mi avrebbe reso ancora più difficile entrare in una redazione [alle aziende costa più un professionista di un praticante, ndr], ma era una questione di soddisfazione personale. Passati 18 mesi, durante i quali ho lavorato per queste riviste, sono andato all'Ordine dei giornalisti di Milano per farmi spiegare l'iter da seguire per il riconoscimento del praticantato d'ufficio. Lì il presidente dell'Ordine, Letizia Gonzales, mi ha spiegato nel dettaglio quello che serviva sia da un punto di vista tecnico (documenti, relazione del praticantato, articoli pubblicati, etc.) che da un punto di vista giornalistico, ovvero come presentare una domanda in maniera corretta. Dopo aver incontrato con i direttori delle testate con cui collaboravo e essermi fatto riconoscere i pezzi pubblicati ma non firmati, c'era un altro problema: i soldi. Perché il guadagno necessario per il riconoscimento del praticantato d'ufficio sono 17/18 mila euro in 18 mesi. I miei pezzi non erano stati pagati così tanto: dovetti aspettare di mettere insieme quella cifra e attendere qualche altro mese, anche perché all'Ordine non mi riconoscevano alcuni servizi considerati non prettamente giornalistici. Anche un libro d'inchiesta sul mondo del calcio, scritto a sei mani con due colleghi, ho scoperto non essere equiparabile ad un articolo giornalistico. Non ho mai ben capito i criteri con cui venivano considerati validi gli articoli al fine del riconoscimento e così ho dovuto presentare i documenti più volte, fino a che non hanno accettato la mia domanda. Dopo un lungo calvario ce l'ho fatta: a novembre 2007 sono diventato professionista. A gennaio 2008 è arrivato il primo contratto, a tempo indeterminato, full time: forse un premio alla mia tenacia».Testimonianza raccolta da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quarta puntata- Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»- Il Fortino, una riflessione di Roberto Bonzio sui giornalisti di domani: «Oggi chi è dentro le redazioni è tutelato, ma fuori ci sono troppi sottopagati»E altre due storie di "praticantato vissuto":- Luca De Vito: «Alla scuola di giornalismo un praticantato stimolante, ma niente certezze per il futuro»- Praticantato in redazione: l'esperienza di Caterina Allegro in un service editoriale

Praticantato in redazione: l'esperienza di Caterina Allegro in un service editoriale

Caterina Allegro, 27 anni, ha un contratto di praticantato giornalistico presso un service editoriale a Milano e sta preparando l'esame per diventare professionista. Ecco cosa racconta della sua esperienza alla Repubblica degli Stagisti:«Ho lasciato Roma per Milano, anzi, per un lavoro in un service editoriale. Da un giorno all'altro il titolare del service editoriale mi ha offerto un contratto a progetto come "tuttofare": rispondevo al telefono, tenevo nel cassetto un faldone di contabilità e correggevo le bozze di un femminile. Era l'ottobre 2004 e l'azienda aveva solo pochi mesi di vita. Siccome in redazione c'erano poche persone e il lavoro abbondava, dopo un paio di mesi mi hanno chiesto di aiutare con i testi, scrivendo qualcosa ogni tanto. Naturalmente si trattava dei pezzi più facili: la ricetta del mese piuttosto che una pagina doppia dal titolo "Diecidomande". Dopo un anno il femminile ha chiuso, ma nel frattempo erano entrati altri lavori, ed essendo sempre in pochi, tutti facevamo tutto. E anch'io. Ho scritto articoli, ho "cucinato" pezzi altrui, ho corretto le bozze e ho cercato le foto di una serie di guide di Milano, di un trimestrale di andrologia, di un mensile per over 50 e di tanti altri "esperimenti". Nel frattempo continuavo a fare la segretaria e la custode della contabilità, ma sono comunque riuscita a diventare pubblicista. Alla fine del 2007 l'azienda ha attraversato un periodo di difficoltà, tutti temevamo il peggio. Per fortuna l'anno nuovo ha portato un lavoro importante: l'inserto di televisione di Famiglia Cristiana. Su quello il mio direttore ha deciso di farmi un contratto di praticantato giornalistico, che all'inizio, lo confesso, ho accolto con scarso entusiasmo; un po' perché il mio stipendio, tra contributi all'INPGI e alla Casagit (l'ente di previdenza e la cassa integrativa dei giornalisti, ndr), diminuiva, un po' per lo spettro dell'esame da professionista, che a quel punto avrei dovuto fare per forza e che mi angosciava non poco.Il mio periodo di tirocinio, lavorativamente parlando, non è stato molto diverso dal precedente: scrivevo e correggevo bozze. Da un altro punto di vista, invece, è stato molto speciale, perché a gennaio del 2008 ho scoperto di aspettare un bambino. I contributi Inpgi e la Casagit, a cui ho diritto proprio in virtù del contratto, si sono rivelati preziosi. Andrea è nato il 21 settembre e adesso è qui con me: sta imparando ad afferrare il carillon e io sto imparando la differenza fra richiamo e civetta.  All'esame manca poco più di un mese. Siccome da luglio non lavoro per via della maternità, sono un po' fuori allenamento; in compenso sono diventata bravissima a scrivere tenendo mio figlio in braccio. Peccato che quest' abilità non faccia punteggio ai fini del voto finale».Testimonianza raccolta da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Crisi dell'editoria: per i neogiornalisti il futuro è incerto - Pianeta praticanti: inchiesta della Repubblica degli Stagisti / quarta puntata- Giornalisti praticanti, intervista a Roberto Natale della Fnsi: «L'accesso alla professione va riformato al più presto»- Il Fortino, una riflessione di Roberto Bonzio sui giornalisti di domani: «Oggi chi è dentro le redazioni è tutelato, ma fuori ci sono troppi sottopagati»E altre storie di praticantato vissuto- Luca De Vito: «Alla scuola di giornalismo un praticantato stimolante, ma niente certezze per il futuro»- Praticantato d'ufficio, il calvario di A., giornalista free lance, per diventare professionista

Stage al Fondo monetario internazionale, le voci degli «ex»: Elva Bova, la mia esperienza dall'economia dell'Africa a quella dei Paesi arabi

Un curriculum internazionale, tanta voglia di fare esperienza e un interesse particolare per l’Africa. Elva Bova, romana, 28 anni, racconta alla Repubblica degli Stagisti la sua esperienza come stagista al Fondo monetario internazionale.«Dopo la laurea in scienze politiche alla Sapienza, con indirizzo economico, ho deciso di fare un master all’estero, alla School of Oriental and African Studies presso l'University of London. Qui mi sono specializzata in politica monetaria e al termine del master ho iniziato nella stessa università il dottorato di ricerca, grazie ad una borsa di studio messa a disposizione dal dipartimento dell’istruzione svizzero che segue il progetto.  In questi anni ho fatto anche uno stage alla Banca centrale europea: 1200 euro più alloggio e un'ottima esperienza in ambito internazionale. Mi occupo di politica monetaria nei Paesi che basano la propria economia sulle materie prime, in particolare nel continente africano. Durante il terzo anno di dottorato ho deciso di presentare la domanda per il tirocinio del Fondo monetario internazionale: un’occasione importante, uno stage molto ben retribuito (tremila dollari al mese!) e un’opportunità che mi poteva aprire altre porte. Ho fatto domanda a gennaio e ad aprile mi è arrivata la risposta: potevo partire per Washington! Non ci sono date prestabilite e così ho deciso di svolgere le mie 12 settimane di stage tra il 1 giugno e il 26 agosto: sono partita per gli Stati Uniti dove già viveva un mio amico che mi ha aiutata a trovare un alloggio. In questo, infatti, l’Fmi non aiuta: il primo giorno ti spiegano tutto, come aprire un conto in una banca americana per ricevere l’accredito dello stipendio, come funziona il tirocinio, chi sarà il tuo tutor: ma per tutto il resto ci devi pensare da solo! Credo di essere stata ammessa allo stage per il mio progetto di dottorato: la selezione, infatti, avviene sulla base del curriculum e delle pubblicazioni presentate, ma è soprattutto sull’attinenza dei temi che si affrontano durante il dottorato, se sono tematiche vicine a quelle del Fondo. Nel mio caso, inoltre, credo che sia stato ben valutata anche la mia conoscenza in matematica: ho frequentato la scuola di econometria di Copenaghen che mi ha dato una buona preparazione in questo ramo.Il mio supervisore mi ha lasciato molto libera di gestire il lavoro, dettandomi solo la tematica da affrontare: l’andamento del tasso di interesse nei paesi del Golfo rispetto a quello americano. Mi sono presa due settimane per impostare il lavoro, poi ho cominciato a confrontarmi con il supervisore ad ogni step, per farmi dare consigli e seguire le sue direttive. Al termine delle dodici settimane ho presentato il lavoro davanti al mio dipartimento: è un momento importante, dove si ricevono obiezioni e critiche su quanto fatto. Il lavoro, inoltre, è stato pubblicato e per chi fa un dottorato poter avere nel curriculum una pubblicazione del Fondo monetario è molto importante.L’esperienza a Washington è stata positiva sotto tutti i punti di vista: ho avuto a disposizione una postazione tutta per me, i migliori software, accesso a banche dati illimitate, la possibilità di seguire conferenze e seminari come chi è assunto. Da un punto di vista umano, inoltre, ho trovato persone molto disponibili, sempre pronte ad aiutarmi quando avevo una difficoltà e con le quali siamo rimasti in contatto. Adesso sto terminando il mio dottorato e ho fatto domanda per entrare al Fondo monetario internazionale o alla Banca mondiale. Non so cosa accadrà nei prossimi mesi, ma so per certo che è troppo presto per tornare in Italia: le opportunità, soprattutto per chi è giovane, sono all’estero».Testimonianza raccolta da Eleonora Della RattaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Stage da tremila dollari al mese al Fondo monetario internazionaleE anche: - Stage all'Agenzia europea per i diritti, le voci degli «ex»: Emanuele Cidonelli, ecco la mia esperienza a Vienna- Un lettore alla Repubblica degli Stagisti: grazie a voi ho vinto un tirocinio Schuman al Parlamento europeo

Anna Colosio: la mia storia da stagista a (quasi) stilista, passando per agenzie di comunicazione e uffici stampa

Sono nata a Iseo nel 1983. Dopo il diploma al liceo scientifico ho capito che matematica e fisica non facevano per me: per l'università ho scelto la facoltà di Relazioni pubbliche e pubblicità dello Iulm di Milano. Sei mesi prima di laurearmi ho fatto la mia prima esperienza di stage in un'agenzia di comunicazione milanese. Lì ho imparato tanto: ho seguito le attività di comunicazione dei clienti dell’agenzia tra cui Agatha Ruiz de La Prada, Bric’s, Brema, Sergio Tacchini – ho imparato a scrivere comunicati stampa istituzionali e "di prodotto", mi sono rapportata con giornalisti e stylist per i servizi fotografici, ho svolto attività di pubbliche relazioni durante fiere, sfilate, presentazioni ed eventi speciali; ho preso parte alla gestione dello show-room… Questo stage non prevedeva un rimborso spese, ma ricevevo qualche volta dei "premi", il più delle volte abiti dei clienti dell'agenzia. Finito lo stage, mi è capitato di collaborare – e in questo caso sono stata pagata. La cosa più importante di questa esperienza è che ho incontrato il pensiero di Agatha Ruiz De la Prada, designer spagnola, che mi ha conquistata con il suo stile pop, vivace e colorato. Così mi sono avvicinata ai fashion studies, studiandone l’approccio metodologico e sociologico, animata dalla passione per la moda. A marzo 2005, appena dopo la laurea, ho fatto un corso "breve ma intenso" in Ricerca di tendenze al Polimoda di Firenze: tre mesi, con frequenza settimanale, in cui ho investito 1500 euro. Alla fine del corso sono partita per Londra e ho fatto un altro stage gratuito di tre mesi nell'ufficio marketing e merchandising della Vivienne Westwood. Anche qui ho imparato molto, scoprendo le dinamiche che muovono un’azienda di moda: ho svolto ricerche sui concorrenti, ricerche di marketing, analisi delle tendenze, report di marketing, analisi di vendita. Come nel primo stage, anche a Londra ho trovato un ambiente lavorativo molto accogliente e cordiale all’interno del quale non mi sono mai sentita «una stagista», ma una parte del team. Nel 2006, rientrata all'ovile, mi sono messa alla ricerca di un lavoro. Purtroppo mi sono scontrata con un panorama desolato e desolante, nel quale pareva impossibile trovare qualche proposta accettabile. I profili ricercati erano quasi inumani… Della serie "cercasi persona giovane e dinamica, plurimasterizzata con anni di esperienza nel settore"! Sconsolata, ho iniziato malvolentieri una terza esperienza di stage, in un’agenzia di comunicazione bresciana che per i primi tre mesi mi ha dato un rimborso spese di 250 euro al mese, lievitati a 400 euro al mese per i successivi tre. Lo stage si è poi trasformato in un contratto a progetto più volte rinnovato: lo stipendio per il primo anno era di 700 euro al mese, poi ho avuto un "aumento" a 900 euro al mese. Nel frattempo però sentivo un’urgenza: comunicare me stessa, le mie opinioni su temi particolari, la mia passione per la moda e per l’arte. Così a settembre del 2008 mi sono inventata “Moda tra arte e patologia dell’essere”, una performance artistica contro l’anoressia [nell'immagine, un momento dell'evento, alla stazione centrale di Milano] attraverso cui sono riuscita a esprimere il modo di pensare e di essere. Era una sfilata in cui le modelle indossavano vestiti disegnati da me.A settembre 2009 ho continuato su questa strada partecipando a «DRESSED UP, a critical fashion show», una collettiva di giovani designer accomunati da un'idea: proporre un’alternativa alla moda tradizionale. Una rottura che si muove in direzione critica e non antagonista, mirata a veicolare un’estetica sensibile e basata sulla persona. Lì ho presentato con il nome d’arte Nina co la mia «Collezione Zero – Sperimentazioni». Quest'attività continua: penso e progetto gli abiti che realizzo con l'aiuto di piccoli laboratori artigianali. Non avendo una formazione accademica di questo tipo alle spalle, non me la sento di autodefinirmi "stilista" a tutti gli effetti: mi sto formando sul campo, cercando di specializzarmi al meglio, consapevole che il lavoro è duro e non è affatto semplice... però ci metto il massimo dell'entusiasmo e dell'impegno! Parallelamente continuo a svolgere il lavoro di addetta stampa, seguendo progetti di comunicazione in maniera autonoma con contratti da freelance. Da gennaio a luglio di quest'anno ho frequentato anche un corso serale in Fashion marketing allo Ied di Milano. Il costo di questo corso, che mi impegnava per tre sere a settimana, era di 3mila euro: ma li considero ben spesi perchè  l'offerta formativa era validissima, molto ben strutturata sia dal punto di vista teorico che pratico.Oggi vivo a Iseo, in un appartamento che mi hanno regalato i miei e collocato esattamente tra il loro e quello di mia sorella e suo marito – quindi, praticamente, è come se abitassi ancora con loro! Una situazione infelice e frustrante da un lato, ma dall'altro lato comoda e non scontata. Faccio il possibile per cavarmela da sola, ma probabilmente senza i miei in questo momento non riuscirei a fare quello che vorrei: per raggiungere la completa autonomia sarà necessario stringere ancora per un po' i denti e fare sacrifici. Mi piacerebbe continuare a lavorare nei settori moda-arte-comunicazione, li trovo stimolanti e gratificanti. L’aspirazione è quella di riuscire a mantenermi grazie ai miei pensieri e ad un lavoro svolto in maniera autonoma e indipendente. Sono ottimista riguardo al futuro, anche se il panorama non è più così positivo rispetto a quello che speravo di incontrare uscendo dall’università. Andare all'estero? A volte sono tentata: lì ci sono più prospettive, maggiori incentivi e sostegni ai giovani, più meritocrazia. In Italia invece abbiamo… gli stage! Che troppo spesso non offrono concrete possibilità di crescita: gli stagisti vengono usati da tante aziende come rimpiazzi temporanei di personale. In queste condizioni, come si può pensare ad un futuro stabile e concreto? E qui subentrano naturalmente frustrazione e insoddisfazione: nella moda sono davvero tanti i ragazzi che si trovano a dover affrontare questa situazione. Il mio consiglio ai più giovani che vogliono entrare in questo settore è quello di affiancare al percorso universitario qualche esperienza operativa, per capire il prima possibile il funzionamento concreto di certi ruoli – e non trovarsi poi disorientati o scontenti.Testimonianza raccolta da Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Laurea in psicologia, ma con qualcosa in più: il cinese. La storia di Alessandro, «cool hunter» tra Pechino e Shangai

Tanti stage impropri, nessuna segnalazione agli ispettori. Perché? Due testimonianze

Lo sfruttamento degli stagisti è un affare sommerso. Anche in quei casi in cui i giovani decidono di ribellarsi, e di non subire la situazione, è davvero raro che si rivolgano alle DPL. Nella maggior parte dei casi preferiscono mantenere un profilo più basso, interrompendo magari lo stage ma senza clamore e soprattutto senza tirare in ballo i temuti ispettori. Oppure nemmeno sanno che esistono, gli ispettori.Quel che è successo un paio d'anni fa a Martina M., brillante laureata in Psicologia all'epoca 25enne, stagista in un'azienda informatica (una software house), ha dell'incredibile. Inizialmente affidata a una tutor cocopro, di un anno più grande di lei, fino a cinque mesi prima a sua volta stagista; poi addirittura promossa (sempre durante lo stage) al ruolo di tutor. Per un rimborso spese di 400 euro al mese, insomma, la stagista Martina doveva non solo fare il lavoro di recruiting, smistamento dei cv, colloqui e tutto il resto, ma contemporaneamente anche istruire le nuove risorse. Da un lato veniva ritenuta non sufficientemente preparata per avere un contratto decente e uno stipendio adeguato, dall'altro preparatissima per formare le new entry: diventando quindi di fatto, lei stagista, la tutor di altre due stagiste. Il tutto per poi restare con un pugno di mosche in mano: al termine dello stage, il contratto di apprendistato che l'azienda le aveva promesso si è volatilizzato, e lei è rimasta a casa.«Non avevo idea che ci fosse la possibilità, per gli stagisti sfruttati, di rivolgersi alle DPL e di sollecitare l'intervento degli ispettori del lavoro» confida Martina alla Repubblica degli Stagisti: «Noi giovani non siamo tutelati dal sindacato neanche quando abbiamo un contratto vero, tipo un cocopro: figuriamoci in stage. E comunque è strano che gli ispettori del lavoro non si muovano autonomamente: queste situazioni sono all'ordine del giorno e alla luce del sole. Che bisogno hanno di aspettare le segnalazioni? Se volessero indagare e fare qualcosa, basterebbe veramente poco per smascherare le imprese che usano gli stage in maniera impropria… E invece tutte queste imprese restano sempre impunite, nessuno fa nulla». Oggi Martina lavora con un cocopro per una piccola società di consulenza e formazione, sempre a Roma. Il suo contratto è in scadenza, e non verrà rinnovato: «Qui siamo in 11, non c'è nessun dipendente e abbiamo scoperto che perfino il capo ha un contratto a progetto. In questo momento non ci sono tirocinanti, ma so che ce ne sono stati. L'unica che ha un contratto serio è la segretaria: peccato che sia un apprendistato, malgrado lei abbia 30 anni e lavori da 10» racconta ancora Martina: «A settembre hanno cambiato il nome della società per non rispettare l'obbligo di assumere dopo due anni di contratto a progetto. E ora, a parte il fatto che mi hanno relegato a fare le fotocopie per sei mesi, a me non rinnovano il contratto dicendo "non abbiamo la possibilità" e basta, senza altre giustificazioni. Questa situazione è veramente da denuncia: dopo che mi avranno pagato lo stipendio di dicembre, non è detto che non lo faccia. Magari andando proprio alla DPL di Roma».Annarita invece, classe ‘77, laureata in lettere, a rivolgersi alla DPL non ci ha nemmeno pensato. Eppure ne avrebbe avuto motivo: dopo tre anni come cocopro in una casa editrice si sentì fare l’incredibile proposta "Tramutiamo il tuo contratto in uno stage". La vicenda viene raccontata dal giornalista Concetto Vecchio nel suo ultimo libro, Giovani e belli [Chiarelettere - nell'immagine, la copertina]. La Repubblica degli Stagisti ha rintracciato Annarita e si è fatta raccontare meglio la sua storia: «Dopo l’università trovai un contratto a progetto presso una casa editrice. Lavorai per loro dal 2003 all'inizio del 2006 facendo la redattrice per il sito e scrivendo le schede editoriali». Da un certo punto di vista i criteri del cocopro vengono rispettati: «Non mi obbligavano alla presenza quotidiana, non avevo vincoli di orario. Prendevo 650 euro al mese, che chiaramente non mi bastavano per mantenermi: così usufruivo di questa flessibilità e organizzavo il mio tempo in modo da riuscire a portare avanti collaborazioni come giornalista, e proseguire la mia formazione». A un certo punto però la casa editrice comincia a dire ad Annarita che c’è bisogno di una persona più presente, che vada lì tutti i giorni. «Io mi aspettavo che mi proponessero un contratto. Ben presto capii invece che il loro unico obiettivo era quello di abbattere i costi: già un cocopro era troppo. Insomma, mi dovevano liquidare. E lo fecero questa proposta inaccettabile, lo stage. Chiaramente rifiutai, e al mio posto presero una neolaureata, con uno stage di 12 mesi, dandole circa 500 euro al mese di rimborso spese. A questa stagista vennero affidate esattamente le stesse mansioni che prima svolgevo io». Annarita però sceglie di andarsene senza far rumore, e sopratutto senza denunciare l’accaduto: «Sarebbe stato giusto e doveroso farlo come questione di principio, è vero: ma non avevo la disponibilità mentale di seguire questa cosa, ero presa dal percorso giornalistico che stavo intraprendendo. Forse è stata una leggerezza: ma a dirla tutta non mi sarebbe servito, e poi non volevo bruciarmi una collaborazione che sarebbe potuta proseguire, come infatti è avvenuto». Annarita non è pentita di aver taciuto: «Sostanzialmente a me della casa editrice interessava poco, era - ed è - giusto un modo per racimolare qualche entrata extra, perchè in realtà io voglio fare la giornalista. Secondo me si deve essere rigorosi e indisponibili a compromessi quando si agisce nel proprio ambito lavorativo: se mi avessero fatto questo giochetto in una redazione giornalistica sarei andata dritta alla Fnsi, alla Nidil Cgil che è il sindacato per il lavoro flessibile, magari anche agli ispettori del lavoro». Ma dato che, in fondo, del posto alla casa editrice non le importava, ha preferito soprassedere. E la casa editrice, così, è rimasta impunita.Eleonora VoltolinaPer saperne di più su questo argomento, leggi anche:- Vademecum per gli stagisti: ecco i campanelli d'allarme degli stage impropri - se suonano, bisogna tirare fuori la voce- I controlli degli ispettori del lavoro sull’utilizzo dello stage nelle imprese – i risultati dell'inchiesta- Intervista a Paolo Weber: «Gli ispettori a Milano vigilano anche sugli stage, ma quanto è difficile»- La proposta della Repubblica degli Stagisti al ministro Sacconi: imporre a chi sfrutta gli stagisti di fare un contratto di apprendistato- Stagisti sfruttati, i casi finiti in tribunale- Le (poche ma buone) DPL che si occupano (anche) di stage- Controlli sugli stage, tutti i numeri dell'inchiesta della Repubblica degli Stagisti