Categoria: Interviste

Diritti degli stagisti in discussione all'Europarlamento, Zingaretti ottimista: “A luglio il voto in plenaria”

Da anni la Repubblica degli Stagisti segue le decisioni dell'Europa sul tema stage. In questo momento ci sta particolarmente a cuore che la cosiddetta "Direttiva Tirocini", promessa l'anno scorso, veda la luce. Dopo il naturale assestamento dovuto al rinnovo del Parlamento europeo, a giugno 2024, e all'insediamento dei nuovi eurodeputati, a metà dicembre il neoeletto Nicola Zingaretti è stato nominato rapporteur dei lavori parlamentari su questa Direttiva all'interno della Commissione Cultura. Due settimane prima di questa sua nomina, i giornali italiani avevano suonato le campane a morto per la direttiva, dando conto di una bocciatura di un testo di compromesso che era stato proposto dalla presidenza di turno ungherese, e rigettato. (Interpellata dal quotidiano Repubblica, io avevo commentato come fosse meglio aspettare qualche mese in più piuttosto che accettare un testo al ribasso). Dal 1° gennaio la presidenza ungherese ha ceduto il passo a quella polacca, e i lavori sulla Direttiva stanno proseguendo. Nicola Zingaretti, come Commissione Cultura siete chiamati a dare un parere sulla bozza di direttiva. Avete raccolto oltre 300 emendamenti: come procede il lavoro di scrematura e di compromesso politico?
Stiamo tentando di costruire all'interno della Commissione Cultura una maggioranza che dovrà poi proiettarsi nella commissione Lavoro, e dopo ancora nell'Aula. Uno dei problemi più grandi in passato è che purtroppo non si è riusciti a costruire una maggioranza che garantisse l'approvazione di un testo. Quindi stiamo lavorando affinché non si creino camere stagne: inutile far passare una cosa in Commissione Cultura se poi abbiamo la certezza che in Commissione Lavoro o in Aula verrà bocciata. Quali sono i problemi principali? Immagino che il primo sia dribblare le resistenze basate sull’assunto che non si può legiferare in materia di tirocini a livello europeo, perché il mercato del lavoro non è di competenza europea.
Esatto, è un problema di ordine istituzionale. Viene utilizzato per motivi politici da chi non vuole una forte legislazione su questo, però purtroppo è suffragato dai Trattati. Basti vedere in queste ore il dibattito sulla difesa europea: alcuni dicono “Non si può fare una difesa comune perché non è nei Trattati” – cioè, alcuni aspetti della difesa non sono nei Trattati. Tendenzialmente questi temi vengono tirati fuori quando dietro si celano delle perplessità politiche. Se però hanno un fondamento [come nel caso dei tirocini, ndr], bisogna essere molto prudenti perché altrimenti si fa un grande lavoro, si passa in Aula... e si ritorna a capo. Qui la problematica è legata alle tematiche del lavoro. Questo perché ogni Paese è sovrano sul suo mercato del lavoro, sulla sua normativa sul diritto del lavoro.
Il problema è esattamente questo. Ogni volta che tentiamo di codificare di più alcuni aspetti, viene fuori il tema delle competenze e della necessità di restare “generali”. Poi c'è un altro problema, più politico, che io confido potremo superare: c'è una parte del Parlamento che è più a tutela di chi offre i tirocini che non di chi li svolge. Ci sono parti politiche che dicono: “in fondo chi fa il tirocinio beneficia di un trasferimento di competenze, per un'impresa è un sacrificio, perché insistere nella sfera dei diritti?”. Io su questo sono ottimista: si possono costruire delle alleanze. Il nostro obiettivo è quello di spingere gli Stati membri, sulla base di alcune forti indicazioni, a legiferare. La prima indicazione è l'obbligo della forma scritta. Quello noi in Italia già ce l'abbiamo, ma ci sono dei Paesi dove non c’è. E alcuni non lo vogliono. Peraltro, le forze del sindacato hanno paura a utilizzare la parola “contratto”. Quindi io non a caso ho usato la parola “rapporto scritto” – perché se si usa la parola “contratto” il sindacato teme che si ritorni all'equivoco di un lavoro mascherato. Il secondo tema è la remunerazione. Anche qui: non uno stipendio, ma una forma di indennità economica. E anche in questo caso in Italia noi siamo, anche grazie alla Repubblica degli Stagisti, un Paese abbastanza avanti rispetto ad altri: imponiamo che si sia un compenso, un'indennità. Ma purtroppo per ora solo agli extracurriculari.
Sì, però non è una norma nazionale, dipende dalle Regioni. Introdurre questo principio a livello europeo sarebbe la giusta occasione per porre a livello nazionale una legge che omogenizzi questo aspetto. Certo, mettere anche dei minimi sarà difficile, non ce la facciamo nemmeno con i salari... vedremo. Il terzo tema, più complesso ma secondo me importante, è la qualità dei tirocini, la trasmissione di conoscenza, e anche le forme di controllo: confidiamo che si possa fare un sano passo in avanti. L'ultimo punto, il quarto, è quello dei tempi: individuare un periodo massimo e un rapporto tra il numero di dipendenti e il numero massimo possibile di tirocinanti. Questo doppio indice può disincentivare forme di lavoro mascherato da tirocinio. Se uno studio di avvocati ha 40 tirocinanti da due anni, è evidente che qualcosa non va. Però questo è un altro punto che io credo abbiamo buona possibilità di far passare. Quali sono i passi per formalizzare queste quattro indicazioni? Noi stiamo facendo un lavoro emendativo in Commissione Cultura. Concluderemo poi un accordo con la maggioranza della Commissione Lavoro, e se necessario io con una lettera formale privata farò una raccomandazione alla relatrice della Commissione Lavoro affinché nella sua Commissione vengano affrontati i temi che noi in Commissione Cultura non saremo riusciti a far passare. Con le attuali maggioranze, e con l'attuale Consiglio, la cosa importante è, questa volta, riuscire ad approvare un testo. Come tutte le cose in Europa, poi affronteremo il problema di migliorare la direttiva... Se ci sarà. Ci sono due grandi temi che possono essere critici. Il primo è quello che l'attuale testo della direttiva molto spesso chiama i tirocinanti lavoratori, “workers”, basandosi su un'interpretazione della Corte di Giustizia dell'Unione Europea che effettivamente dice che i tirocinanti sono assimilabili ai lavoratori. Però questo fa saltare sulla sedia molti – anche in Italia, perché la prima riga della normativa in Italia dice che il tirocinio non è un contratto di lavoro. Nell'attuale draft della Commissione Lavoro il lavoratore viene ritrasformato in stagista, il che potrebbe forse aiutare a calmare i detrattori. L'altro punto è includere nel novero dei tirocinanti coperti dall'effetto protettivo di questa direttiva anche quelli che noi chiameremmo in Italia “curriculari”, cioè svolti all'interno di un percorso accademico o professionalizzante. Sono milioni i tirocini curriculari in tutta Europa, si calcola tra i 400 e i 500mila solo in Italia ogni anno: se questa Direttiva li proteggerà o non li proteggerà fa una differenza enorme. Parto dall'ultimo tema. È ovvio che l'arrivo della Direttiva, e soprattutto delle norme attuative della direttiva negli Stati membri, cambieranno tutto. Ci sarà il rischio di un crollo di questo strumento, all'inizio, nelle forme che abbiamo conosciuto finora. Però io credo che la fase di assestamento sarà anche una scrematura tra i tirocini fatti per far apprendere e i tirocini-sfruttamento, fatti per creare profitto per chi li offre. Il disboscamento non sarà indolore. Confido che sui grandi numeri noi andremo ad una forma di stabilizzazione di questo tipo di rapporto non solo a beneficio di chi fa i tirocini, ma del sistema Paese e della competitività europea. Perché sposteremo l'asse da un rapporto molto proiettato – se non per la buona volontà di alcuni – sullo sfruttamento del lavoro, verso un aumento delle capacità intellettuali, creative e di lavoro di una massa enorme di individui. La cosa più importante della Direttiva, se va, non è solo – e questo già basterebbe – evitare lo sfruttamento, ma aumentare la qualità della formazione dei giovani europei, che è un bene comune, no? E quindi sì, noi puliremo un po'. Questo lo dovremmo mettere in conto. Una collega francese dei Patrioti in un'audizione ha detto “Guardate che se voi regolate troppo nessuna azienda farà più i tirocini”. Io dico: il rischio c'è, ma in finale saranno regole positive. Sorprende che sia stata proprio una deputata francese a fare questa osservazione. La Francia quindici anni fa ha abolito del tutto gli stage extracurriculari, mantenendo solo i curriculari, che peraltro vanno obbligatoriamente pagati con un minimo che deriva da una percentuale dello Smic, il loro salario minimo. Ciò non toglie che in Francia si svolgano ogni anno centinaia di migliaia di tirocini. Quindi questo discorso che l'eurodeputata ha fatto viene smentito non solo dai fatti, ma dai fatti... nel suo stesso Paese!Un po' tutto quello che dicono i Patrioti qui all’Europarlamento è smentito dai fatti. Tra l'altro queste erano le stesse identiche cose che io sentivo anche in Italia quando facevamo la battaglia per far pagare gli extracurriculari: “Non ci sarà più nessuno che vorrà stagisti se obbligate a pagarli!”. E poi in realtà negli anni successivi all'introduzione delle nuove regole c'è stato un aumento del numero degli stage. Quindi non è nemmeno così vero che si rischi una perdita così importante di opportunità a livello numerico. Passando al discorso dell'utilizzare o no la parola “worker”, qual è la sua posizione? Noi l'abbiamo messa, ora siamo nella fase delle trattative. Sarà una valutazione politica che faremo insieme, alla fine. Se diventa l'ostacolo, troveremo un altro modo. Nelle audizioni, i sindacati sono stati i primi a dire no. Nei nostri emendamenti c'è sempre apertura: quando si parla di “employment contract” noi diciamo sempre “traineeship agreement” o “traineeship relationship”. Però questo ci sta creando problemi con le destre – che dicono che possiamo normare, sulla base dell'articolo 153, solo i lavoratori. E che quindi i trainees per noi sono fuori scopo, un intervento su di loro non è supportato dai Trattati. Ma i Trattati possono essere interpretati in maniera estensiva o restrittiva. C'è scritto che l'Unione Europea può legiferare per un “miglioramento dell'ambiente di lavoro e delle condizioni di lavoro”: certo, “ad esclusione della retribuzione”, ma dentro il “miglioramento dell'ambiente di lavoro e delle condizioni di lavoro” ci può essere il mondo. Quali sono i prossimi step? Nella seconda settimana di aprile ci sarà la votazione da noi in Commissione Cultura; poi a giugno quella in Commissione Lavoro. Puntiamo, salvo problemi, a votare in Plenaria nell'ultima seduta prevista a Strasburgo, a luglio, e arrivarci con la votazione finale. A quel punto la Direttiva va al trilogo, cioè al Consiglio e alla Commissione: se l’accettano, durante l'estate diventerà una Direttiva europea. Se il Consiglio la impugna o la vuole modificare, uscirà un ulteriore testo. Se possiamo essere ottimisti, per settembre avremo una Direttiva. Come funzionerà la votazione in Plenaria a luglio?Arriveremo con il testo base. Gli emendamenti saranno tutti stati concordati in Commissione Lavoro. I quattro gruppi maggiori – Ppe, Socialisti, Verdi e Liberali – avranno le proprie liste di voto. In plenaria arriveranno centinaia di altri emendamenti, delle destre e anche della sinistra. Noi in Plenaria – e questo lo voglio dire – voteremo contro anche a ipotesi migliorative rispetto al testo base. Perché se poi passano, si rompe l'accordo e la Direttiva affonda un'altra volta.Il testo della Direttiva ad oggi, tra le quattro tipologie di tirocinio, indica anche quelli che noi chiamiamo “tirocini per l'accesso alle professioni regolamentate”, per esempio avvocati, notai, commercialisti. In Italia ogni Ordine ha poteri di competenza normativa enormi, e ciascuno si fa la sua legge sul suo tirocinio – il suo “praticantato”. Immagino che la platea italiana delle libere professioni premerà per una esenzione dalle prescrizioni della Direttiva. Però ovviamente questo vorrebbe dire fare questa battaglia e poi dire ai giovani praticanti avvocati, avvocati, commercialisti: a voi la Direttiva non vi protegge. Su questo avete fatto una riflessione? Un emendamento c'è, ma non sappiamo se passerà. Dice che gli Stati membri dovranno trasporre i principi di questa direttiva anche su altre tipologie di mercato del lavoro. Ad esempio: uno studio di avvocati non ha dipendenti, ha partite IVA. Quindi se vogliamo imporre delle percentuali massime nei rapporti tra il numero di tirocinanti e il numero di dipendenti, che così vengono identificati nella Direttiva, quella norma non si potrebbe applicare in uno studio di avvocati, che ha tutti collaboratori a partita IVA. Quello che dice il nostro emendamento è che gli Stati membri si dovranno impegnare a trasporre i principi. Un'altra domanda con un focus italiano: qualche giorno fa, a un evento di Italia Viva a Roma sugli stage, un segretario confederale della Cisl, Mattia Pirulli, si è espresso pubblicamente contro la Direttiva – per lui proprio non s'ha da fare. Fuoco amico?
Abbiamo audito la Cisl, e sono critici perché vedono il rischio che la regolamentazione di fatto metta il timbro a una forma di lavoro mascherato. Però io continuo a non credere che la soluzione a questo rischio sia la giungla, con conseguente sfruttamento. Consideriamo che la Cisl è anche contro il salario minimo in questo momento, perché lo reputa una cosa che deve andare nella contrattazione sindacale e basta. Ma ci sono delle forme di sfruttamento che non si possono affrontare con le buone intenzioni. L'obiettivo della Direttiva non è certo quello di mettere il timbro sulla precarizzazione del lavoro; è quello di introdurre dei criteri di rispetto e di dignità per questa forma di apprendimento. Devo dire comunque che nell'audizione formale i rappresentanti della Cisl non sono stati così radicali. Abbiamo ricevuto delle prescrizioni, delle indicazioni per andare avanti, come per esempio di non usare la parola “contratto”, o la parola “salario”. Ultima domanda: e la Raccomandazione? A marzo dell'anno scorso l'ex commissario Schmit aveva spiegato che alcune cose non potevano finire nella Direttiva e che sarebbero state recuperate nella Raccomandazione. Però negli ultimi quattro mesi tutta la discussione, e anche la nostra intervista di oggi, si basa sulla Direttiva. Che fine ha fatto la Raccomandazione? C'è qualcuno che ci sta lavorando?
Penso che i tempi siano talmente stretti che aspettano tutti la Direttiva. Inoltre la Raccomandazione è nelle mani del Consiglio, non nelle nostre. Questo Consiglio non lo vedo molto propenso ad affrontare questi temi, ma magari mi smentiranno.intervista di Eleonora Voltolina

Diritti degli stagisti, Benifei: “Buon punto di partenza” in attesa delle elezioni europee

La Commissione europea ha pubblicato pochi giorni fa due documenti importanti per i diritti degli stagisti: una proposta di Direttiva e una proposta di Raccomandazione del Consiglio. Questi due testi contengono elementi che nei prossimi anni potrebbero significativamente migliorare la vita di milioni di stagisti – sempre a patto che gli Stati membri adeguino le proprie normative di conseguenza. Ma al momento attuale sia la direttiva sia la raccomandazione sono solo a una fase embrionale: queste proposte andranno discusse, emendate, e poi (sperabilmente) approvate. Dunque per ora i testi non hanno ancora un valore vincolante: ma sono un punto di partenza. La Repubblica degli Stagisti ne ha parlato con Brando Benifei, eurodeputato dal 2014, capodelegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo dal 2019, e da sempre impegnato nelle battaglie politiche per i diritti degli stagisti.Partiamo con la domanda più scomoda, che ha portato alcuni giornali a paventare una "marcia indietro" nel cammino verso l'introduzione dell'obbligo di pagare gli stagisti: perché il testo della direttiva è stato formulato con tanta cautela?Perché purtroppo le resistenze a una direttiva così significativa sono tante, sia a livello politico che tra i corridoi di Commissione e Consiglio. Trattandosi di una proposta di direttiva – e una proposta di Raccomandazione del Consiglio – che mira a regolamentare il mercato del lavoro nell’Unione Europea, la Commissione ha dovuto trovare un difficile equilibrio da un punto di vista legale per evitare di sforare rispetto alle competenze che sono conferite all’Unione dai trattati ed evitare di essere accusata di non rispettare il principio di sussidiarietà. C’è stata una discussione molto complicata a livello dei servizi giuridici UE su come risolvere questo aspetto, e la proposta di direttiva appare dunque impostata secondo un approccio ispirato alla cautela, per poter essere pubblicata entro la fine del mandato in corso, ormai in scadenza. Ed è un bene che sia stato fatto, altrimenti avremmo dovuto aspettare una nuova Commissione e un nuovo Parlamento, col rischio che una nuova maggioranza non recepisse le richieste del Parlamento Europeo che chiedeva un testo legislativo in grado di porre fine alla pratica degli stage non retribuiti in Europa. Abbiamo una base su cui impostare un lavoro e iniziare un iter legislativo importante. Parlamento e Consiglio saranno co-decisori paritetici sulla direttiva, il vero lavoro inizia ora.Uno dei punti più critici, all'interno del testo della direttiva, è la formulazione che ricorre più volte “stagisti che sono lavoratori ai sensi della legge europea” (“trainees who are workers under EU law”). Che da una parte rischia di avere un effetto di esclusione, riservando esplicitamente la protezione della direttiva solo alla categoria di stagisti che la Commissione ritiene siano lavoratori, e lasciando fuori tutti gli altri. Dall'altra parte, rischia di alienare il sostegno di alcuni Paesi: per esempio l'Italia ha sempre battuto molto sul principio che lo stage non è lavoro. Proverete a lavorare su queste definizioni?Questo è evidentemente uno degli aspetti più significativi del dibattito che avrà luogo tra i gruppi politici in Parlamento e tra le istituzioni. Io credo che dovremo spingere per allargare il più possibile il campo di applicazione della direttiva, lavorando sulle definizioni in modo tale che non si lasci agli Stati Membri un’eccessiva flessibilità e margine di intervento. Non c’è dubbio che al contempo dobbiamo rendere lo stage una casistica limitata e ben definita, e favorire ad esempio l’uso di contratti di apprendistato. Mi sono battuto da sempre per estendere il più possibile ai tirocinanti i diritti che sono attribuiti ai lavoratori sotto contratti di lavoro regolari, perché non possiamo continuare a vedere lo stage utilizzato come sostituzione di manodopera. L’obiettivo finale deve essere quello di assicurare che la pratica dei tirocini non pagati nell’UE diventi effettivamente considerata illegale – o per meglio dire: non consentita nei fatti – rafforzando il principio di parità di trattamento tra tirocinanti e lavoratori. Il principio è già incluso nella bozza della Commissione, ma è migliorabile in alcuni aspetti; e vanno norme chiare che stabiliscano un principio di equa rimunerazione per gli stagisti. Bisogna sradicare una volta per tutte l’utilizzo abusivo di stage e tirocini solo come scappatoia legale per non assumere persone, spesso i più giovani, con contratti di lavoro regolari. La proposta della Commissione tocca questi aspetti e propone misure significative a riguardo. Io credo che sia necessario specificare che stagisti e tirocinanti sono lavoratori in formazione, non semplicemente persone che si formano su un posto di lavoro. Sarà un concetto difficile da digerire per molti, ma non possiamo più vivere nell’ambiguità e permettere che lo stage rimanga la zona grigia del diritto del lavoro, che in alcuni Paesi sembra più un far west.La direttiva non parla mai del diritto a un equo compenso, che è invece importantissimo nella nostra e vostra battaglia. Vedi spazio per provare a reinserire un “right to fair remuneration”?Sì, e intendo farlo. Molto intelligentemente, la Commissione propone nel capitolo II, articolo 3 della proposta di direttiva il principio di non-discriminazione, stabilendo che i tirocinanti non possono essere discriminati rispetto alle loro condizioni di lavoro, inclusa la remunerazione, rispetto ai lavoratori regolari. Ci tengo a sottolinearlo perché è da sempre uno dei punti chiave della posizione del Parlamento Europeo: interrompere la pratica degli stage gratuiti non può essere avvenire solo con un approccio legalistico ma deve essere affrontato anche sotto l’angolo dei diritti, perché si tratta di una forma di sfruttamento del loro lavoro, una vera e propria ingiustizia sociale. Allo stesso tempo, ritengo ci sia lo spazio per aggiungere un paragrafo a questo articolo 3 sul principio di non-discriminazione, ovvero il principio all’equa retribuzione, che possa stabilire in maniera chiara che gli stage devono essere retribuiti e secondo quali criteri.Molti aspetti che non sono presenti nella proposta di direttiva sono “recuperati” nella proposta di raccomandazione. Come interagiscono questi due strumenti? Mettere le cose più importanti politicamente, e più controverse, solo nella raccomandazione non offre agli Stati membri un modo facile per eludere i principi che trovano più ostilità nella parte datoriale, come per esempio il divieto di gratuità?Direttiva e Raccomandazione sono due strumenti giuridici differenti, che la Commissione, per questioni legali, ha dovuto adottare appunto per evitare di essere accusata di sforare su un terreno giuridico di non-competenza. Mentre la direttiva contiene disposizioni che si applicano al diritto degli Stati Membri, che sono “obbligati” a interiorizzare nei loro ordinamenti con una normativa nazionale di recepimento, la Raccomandazione è adottata dagli Stati, contiene disposizioni che “vincolano” gli Stati che la sottoscrivono, ma non è una legge. Per questa ragione, la Commissione si è potuta spingere di più sulla Raccomandazione ed è dovuta essere più prudente sulla direttiva, ma la combinazione dei due strumenti può produrre l’obiettivo da noi prefissato. Ovviamente dipenderà dal contenuto finale dei due testi.Che ruolo ha avuto Nicolas Schmit, il Commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali, nel portare a casa questo risultato?Un ruolo determinante. Senza il suo impegno sul terreno dei giovani e dei loro diritti, e senza la sua determinazione a rispettare la richiesta esplicita del Parlamento Europeo a legiferare su questo tema, non ci sarebbe questa proposta adesso – e forse non ci sarebbe mai stata, con il rischio di aver perso completamente l’occasione. Schmit ha fatto da traino in Commissione Europea affinché venisse rispettato l’impegno dell’esecutivo comunitario a dar seguito alle proposte di iniziativa legislativa del Parlamento, e a Schmit deve andare il ringraziamento di tutti quelli che si battono per un’Europa che ha a cuore i diritti dei giovani e dei lavoratori. Dopo il salario minimo, la direttiva sulle condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili, la direttiva sul lavoro su piattaforma, la garanzia per l’infanzia e oggi abbiamo una proposta di direttiva sui tirocini, un altro fondamentale tassello per costruire l’Europa sociale.In linea generale, come valuti questi due testi, e in particolare il testo della direttiva?È presto per dare un giudizio finale e complessivo sui due documenti, perché sarà imprescindibile una discussione con gli stakeholder di settore, tanto nel mondo sindacale e le parti sociali in generale quanto con le organizzazioni che si occupano del tema, con cui dovremo avere un confronto puntuale e approfondito. Però ribadisco il mio giudizio positivo alla pubblicazione di una vera e propria direttiva e di una raccomandazione che possa affrontare in sede europea un fenomeno gravissimo che affligge milioni di ragazze e ragazze su tutto il continente. Non è chiaramente un punto di arrivo, ma di partenza. Il vero lavoro parlamentare e al Consiglio inizierà con ogni probabilità dopo le elezioni europee: ci sono forze che si stanno battendo per alzare l’asticella dei diritti dei giovani e altre che dicono che l’Europa è inutile e non fa niente – ma che allo stesso tempo non deve permettersi di intaccare la sovranità degli stati a decidere cosa sia giusto e sbagliato sul fronte del diritto e dei diritti. Il risultato delle elezioni sarà fondamentale per capire anche in che direzione andrà questo lavoro.Intervista di Eleonora Voltolina[la foto di Brando Benifei di apertura è di Diego Ravier]

Non solo informatica: le nuove tecnologie aprono tante nuove strade professionali, un esperto le racconta

Come le nuove tecnologie stanno trasformando il mondo del lavoro? Quali sono i nuovi mestieri che sono nati proprio da, per e con queste tecnologie? In un momento in cui il dibattito sull'intelligenza artificiale, da Chat GPT in giù, sta esplodendo in tutto il mondo, vale la pena di capire se il fatto che le aziende usino sempre di più tecnologie come servizi di cloud computing, big data, intelligenza artificiale, sia un rischio o un'opportunità.Parliamo in questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti di mestieri del futuro con Marco Pesarini, che è partner di Bip xTech – Bip è un'azienda che da molti anni fa parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti, ed è la più grande società di consulenza a matrice italiana al mondo. Pesarini in Bip è "Cloud Data Competence" e guida un gruppo di 250 persone. «La tecnologia, la robotica, l'intelligenza artificiale stanno aggiungendo nuovi strumenti al lavoro che facciamo, nuovi strumenti che aiutano a cancellare i lavori difficili, noiosi, ripetitivi» esordisce Pesarini: «Siamo davanti ad una trasformazione le cui prospettive ancora fatichiamo a comprendere ma che sono sicuramente molto interessanti». Questi strumenti sono secondo lui un prezioso supporto che permetterà agli esseri umani di spingersi «sempre di più nella direzione della creatività, dell'intuizione, e sempre meno nell'ambito dell'esecuzione».In effetti i nuovi mestieri "gemmati" dalle innovazioni tecnologiche non solo sono molti, non solo sono in crescita, ma garantiscono anche nella maggior parte dei casi condizioni contrattuali e retributive superiori rispetto alla media. Insomma, avere questo tipo di competenze permette di poter trovare più facilmente lavoro. Eppure ci sono ancora troppe poche persone che scelgono di formarsi in questi campi. Il cosiddetto mismatch, la discrepanza tra ciò che i datori di lavoro cercano e le competenze possedute in media da chi è alla ricerca di lavoro, è sempre molto alto in Italia: e quando si parla di digital mismatch, ancora di più. Specie per le ragazze: secondo uno studio realizzato nel 2019 da noi della Repubblica degli Stagisti e Spindox, un'altra delle aziende virtuose dell'RdS network con il supporto dell'Osservatorio giovani dell'Istituto Toniolo su un campione di ben 2mila persone tra i 20 e i 34 anni, molte donne restano lontane dai percorsi formativi in informatica perché persiste tutt'oggi un enorme stereotipo di genere che disegna lo studio dell'informatica, così come le professioni ICT, come “roba da maschi”.Ma ovviamente questi lavori in realtà sono alla portata di chiunque abbia un'attitudine, a prescindere dal genere: «Serve soprattutto una preparazione alla comprensione del requisito, al problem solving, all'analisi» conferma Pesarini: ci sono «sempre più donne che entrano in questi percorsi; quindi se è vero che adesso la proporzione è sbilanciata a favore degli uomini, a tendere questa cosa cambierà». E il manager spezza anche una lancia in favore del nostro sistema accademico: «Le università italiane, con un approccio più classico, preparano benissimo a questi lavori del futuro».Con Eleonora Voltolina, fondatrice della Repubblica degli Stagisti, nel corso dell'episodio Marco Pesarini approfondisce anche il tema del cosiddetto "low coding": «Non sarà importante in futuro essere dei super esperti di codifica», bensì «saper guidare le macchine» spiega, e sopratutto «supervisionare il risultato che questi robot danno. Perché una cosa di cui forse ancora si parla poco è che tutti questi strumenti sono fallaci, hanno una percentuale di rischio d'errore», sottolinea: ci sarà quindi molto bisogno «nel futuro di analisti, persone con un notevole senso critico che sappiano intercettare errori generati da strumenti che sembrano perfetti e che quindi tendono a nascondere i propri errori».Anche perché «l'intelligenza artificiale non è etica», ammonisce il manager: «Etica e supervisione saranno sempre nelle mani dell’uomo; questo è il nuovo lavoro dell'ingegnere che lavora nell'ambito dell'intelligenza artificiale». Il pensiero non può che correre a R. Daneel Olivaw, indimenticabile e profetico personaggio al centro della saga dei robot e della Fondazione di Isaac Asimov. Tornando ai temi più concreti, e agli sbocchi lavorativi offerti dalle nuove tecnologie, gli sviluppi più recenti hanno cambiato molto la situazione del mondo del lavoro in ambito IT. Pesarini spiega per esempio come per anni ci sia stata una grande richiesta di data scientists, «specialisti di intelligenza artificiale creata da zero». Ma questa figura, «per quello che stiamo percependo nel mercato, adesso è già superata» dice il manager, perché il Data Scientist classico faceva quel «che oggi Chat GPT fa facilmente. Per questo stiamo sempre di più investendo su figure tipo Data Engineer, Cloud Engineer, che invece che sviluppare l'intelligenza artificiale da zero – il Data Scientist di prima – utilizza un'intelligenza artificiale sviluppata da altri, implementata e integrata ai nostri processi». Si staglia dunque all’orizzonte la «decrescita» della figura del Data Scientist «a favore della crescita di figure come quella del Cloud Data Engineer e del Machine Learning Engineer, che poi è il Data Scientist specializzato sulle tecnologie che arrivano dal Cloud».Altro esempio: «Mentre il settore IT assorbiva il 90% di informatici negli anni passati, adesso ci sarà molto più spazio per gli altri» dice Pesarini: «Gli informatici avranno ancora un ruolo centrale, ma non saranno più maggioritari: anche perché in questi ultimi anni sono cresciuti molto i corsi professionalizzanti, a cui è possibile accedere quando si ha una laurea di un altro tipo» – vale a dire, non Stem – «oppure anche semplicemente un diploma di scuola superiore, e che danno degli strumenti immediatamente spendibili sul mercato del lavoro digitale, come per esempio una formazione in uno specifico linguaggio informatico». Insomma, si tratta di un settore che offre tante opportunità anche al di là della – sempre molto valorizzata – laurea in ingegneria o in informatica. Senza dimenticare che a chi ha competenze informatiche vengono proposti contratti più solidi e stipendi più alti, perché «c'è meno disponibilità nel mercato, e c'è meno esperienza», conferma Pesarini, «per cui viene pagata più la competenza che non l'esperienza: oggi io incontro e assumo giovani con ruoli che normalmente avrei dato a persone più esperte, banalmente perché su alcuni temi non si possono avere anni di esperienza perché la tecnologia è molto moderna!». Inoltre con questo tipo di competenze si è appetibili ovunque nel mondo: «chi lavora in questo mercato ha la possibilità non di lavorare in Italia o per l'Italia, ha la possibilità di lavorare dovunque e per chiunque» sottolinea il manager: «In questo contesto, essere italiani e essere cresciuti in una scuola italiana, quindi magari non essere super fluenti in inglese, non è assolutamente un limite: un aspetto molto importante, penso, per i giovani italiani da focalizzare».L’intera conversazione è disponibile nell’episodio del podcast RdS, in cui alla fine Marco Pesarini svela  anche il suo libro del cuore. Buon ascolto!L'immagine di apertura è di Zhenyu Luo, tratta da Unsplash

Tutti lo vorrebbero, pochi lo trovano: ma cos'è davvero un “bel” lavoro?

Quando ci svegliamo la mattina, siamo felici di quel che ci aspetta? Del lavoro che faremo per gran parte della nostra giornata? Tutti abbiamo in testa un’idea di quel che ci piace – o ci piacerebbe – fare. Un sogno, a volte addirittura una “vocazione”, come si dice di alcuni mestieri particolari come il medico, o il prete, o l’insegnante. Il lavoro è una attività che occupa la maggior parte del nostro tempo per la maggior parte della nostra vita adulta. Ed è bene quindi che ci faccia sentire bene.Negli ultimi anni si è parlato molto di “quiet quitting”, sopratutto in riferimento alla generazione Z. Sempre più persone si riconoscono nella filosofia “Yolo” (you only live once, si vive una volta sola) e sono più attente al benessere personale, alla sostenibilità e all'equilibrio tra il tempo dedicato al lavoro e alla vita privata. Oggi quindi a volte non basta avere «un lavoro»: si punta a un nuovo equilibrio che permetta non solo di guadagnare bene, ma anche di vivere bene. E quindi è importante capire «cosa possa e debba significare creare “lavoro di qualità”, lavoro che sappia ricomporre le esigenze di competitività delle imprese con le aspirazioni e i desideri dei singoli», come si legge nel libro “Un bel lavoro”, sottotitolo “Ridare significato e valore a ciò che facciamo”.L'ospite di questa puntata del podcast è l'autore di questo libro, Alfonso Fuggetta, professore ordinario di Informatica presso il Politecnico di Milano e amministratore delegato e direttore scientifico del centro di ricerca Cefriel.Il libro delinea dieci grandi temi per costruire la definizione del buon lavoro, il bel lavoro. Mettendosi nei panni di un giovane, Fuggetta è convinto che uno degli aspetti più importanti da considerare sia «la possibilità di imparare», cioè il fatto che l'azienda offra «non soltanto i corsi per la formazione, ma uno stile di lavoro, un ambiente lavorativo in cui sono previste diverse modalità di sviluppo personale».Peraltro, è raro che una persona sappia fin da giovanissima quali sono di preciso i suoi talenti e le sue inclinazioni professionali: «Quindi provare vari ambiti professionali, o varie mansioni nello stesso ambito professionale, può essere utile» riflette Fuggetta. Senza esagerare, naturalmente, per non finire a fare "job hopping": «Quelli che saltano da un lavoro all'altro troppo frequentemente rischiano poi di disperdere» le proprie energie e la concentrazione, e finire per non riuscire a «costruire qualcosa di solido».Rispetto al grande tema dello smart working, uno dei fattori del "buon lavoro" specialmente per le nuove generazioni, Fuggetta si orienta verso una modalità "blended": «Durante il lockdown, e non si poteva fare altrimenti, tutto è stato sbilanciato sull'online; però penso che per quasi tutti sia stato un sospiro di sollievo poter tornare anche ad una interazione fisica», perché ci sono «discussioni che non si possono far da remoto. Ha senso anche la fisicità del rapporto diretto, del sorriso, del muoversi nello stesso spazio. Noi siamo esseri sociali, non siamo fatti per interagire con una tastiera e con una matrice di pixel».Rispetto alle chance occupazionali per i giovani italiani, Fuggetta sottolinea nel libro e nella conversazione podcast che a fronte di tanti giovani senza lavoro, i diplomati ITS o i laureati in ingegneria trovano spesso un'occupazione prima ancora di finire gli studi. Ma c'è un tema di sovraffollamento di alcune università: «Abbiamo bisogno di più poli universitari» afferma Fuggetta, contrastando con decisione la retorica che punta il dito sul numero eccessivo di atenei in Italia: «Ma devono essere centrati sulle materie per cui c'è maggiore richiesta», e contemporaneamente andrebbe fatto «un piano complessivo che dica quante persone formare».Alfonso Fuggetta discute con la fondatrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina anche lo spinoso tema dei salari bassi e dei giovani sottopagati, con una riflessione molto schietta su come sia spesso la pubblica amministrazione a proporre le retribuzioni più basse, per esempio con le gare e gli appalti al massimo ribasso. E allora bisognerebbe pretendere uno «Stato che paga bene, che paga il giusto», e che non sia invece il primo «a generare la compressioni dei salari: se il pubblico iniziasse a spendere in maniera più responsabile i suoi soldi, probabilmente un effetto positivo sul mercato lo si avrebbe». Perché anche alle aziende private arriverebbe un buon esempio che ora manca.Dal canto loro, le aziende dovrebbero attrezzarsi per considerare la formazione dei dipendenti un investimento strutturale e permanente: «Abbiamo bisogno di aziende più robuste; magari anche di dimensioni non enormi, ma robuste dal punto di vista patrimoniale, culturale e manageriale». Aziende che siano «capaci di innovare e di fare prodotti nuovi».In chiusura, Fuggetta ricorda che «non tutti gli imprenditori sono sfruttatori» – non a caso Cefriel fa da molti anni parte del network di aziende virtuose della Repubblica degli Stagisti – «e oggettivamente noi viviamo anche difficoltà e fatiche che derivano da un contesto che in troppe circostanze non aiuta a creare e gestire lavoro. A me dà fastidio» dice «quando sento da dire che gli imprenditori sono tutti ladri, sfruttatori». Perché «non basta semplicemente che gli imprenditori siano persone perbene, oneste: serve anche un contesto ambientale, un insieme di leggi, di meccanismi che funzionino».Il buon lavoro, in Italia, c'è: forse non è sotto i riflettori, forse non è facile da trovare, ma esiste. E le imprese che lo offrono, che lo praticano per e con i loro collaboratori e dipendenti, combattono ogni giorno con «un tessuto di norme, regole, leggi, consuetudini che non aiuta, mettiamola così, intraprendere e creare posti di lavoro». Ma con uno sforzo collettivo dello Stato, delle università e del mondo imprenditoriale, un nuovo mondo del lavoro sarebbe possibile: a beneficio di tutti, a cominciare dai giovani.Non a caso, il consiglio di lettura che Alfonso Fuggetta ha per gli ascoltatori del podcast della Repubblica degli Stagisti è un libro che definisce l'azienda moderna come un'azienda «orientata all'apprendimento continuo»: per sapere di che titolo si tratta, dovrete arrivare in fondo all’episodio! E piccolo spoiler: Fuggetta ha anche un romanzo del cuore da consigliare!

Andare dallo psicologo? Niente di più normale: Unobravo abbatte lo stigma con la terapia online

C’era una volta una neolaureata in psicologia che era andata nel Regno Unito a fare una prima esperienza di lavoro in una clinica psichiatrica. A un certo punto aveva sentito lei stessa il bisogno di parlare con uno psicologo, possibilmente in italiano; e accorgendosi di quanto fosse difficile trovarlo, aveva avuto un'idea: e se esistesse il modo di fare sedute di terapia online, bypassando l’ostacolo geografico, attraverso una piattaforma web che possa mettere in contatto psicologi e potenziali pazienti, e fornire anche lo spazio online per svolgere queste sedute?È questo il punto di partenza di Unobravo, start-up nata solo quattro anni fa per appunto fornire un servizio di psicologia online, con il proposito di abbattere anche lo stigma sui temi di salute mentale e normalizzare l’accesso alla terapia attraverso prezzi accessibili. Insomma, l’obiettivo di quella giovane psicologa expat, Danila De Stefano, era – ed è – di creare un mondo in cui andare dallo psicologo sia considerato normale. In questa puntata del podcast della Repubblica degli Stagisti, registrata live all'università Cattolica di Milano, l'ospite è Corena Pezzella, in Unobravo fin dal primissimo momento accanto a De Stefano – che peraltro è anche una delle sue più care amiche – con il ruolo di HR manager. Pezzella, napoletana, laureata in psicologia, dopo una tesi di laurea dedicata al delicato tema dei disturbi dell’alimentazione, ha nel suo percorso due master e un diploma di psicotepeuta cognitivo-comportamentale.Unobravo si inserisce in un vero e proprio trend. Ben 27 delle 127 piattaforme di welfare mappate dalla ricerca "WePlat – Welfare Systems in the Age of Platforms", guidata dalla professoressa Ivana Pais dell'università Cattolica (ospite dell'episodio precedente del podcast), sono specializzate nell’erogazione di servizi di supporto psicologico online.Dal 2019 a oggi il team clinico di Unobravo è passato da dieci a circa 4mila terapeuti, che rappresentano il 3% di tutti i professionisti iscritti all’Ordine degli Psicologi in Italia. Gli utenti, cioè i pazienti, erano 40 nel 2019  e ora sono oltre 150mila; i dipendenti diretti di Unobravo sono ormai ben 200.Il primo target di Unobravo era quello dei giovani italiani espatriati, «che vivono difficoltà come per esempio la lingua, non avere amicizie solide, la lontananza dalla famiglia, una cultura diversa» spiega Pezzella: la terapia online in questi casi è «perfetta» perché permette di interfacciarsi con un terapeuta che parla italiano e «a un costo accessibile» – in effetti quando si parla di cose profonde, di pancia, è sempre meglio farlo nella propria lingua. Però ad oggi, anche grazie alla pandemia che ha normalizzato tutte le attività online – comprese le sedute dallo psicologo – in realtà «gli expat rappresentano il 7% dei nostri utenti»: il restante 93% è in Italia. E il servizio attira anche molti giovani: «L'età media di chi fa terapia faccia a faccia è circa quarant'anni, mentre con noi è di 33 anni» conferma Pezzella: insomma, «grazie all'online le persone si rendono conto prima di poter entrare in terapia».Unobravo lascia naturalmente anche una «scelta ai pazienti» rispetto al terapeuta: «Ci sta che un giovane preferisca parlare con una persona più o meno nella sua stessa fascia di età! All'interno del questionario, prima di essere abbinati al terapeuta più adatto, c'è la possibilità di esprimere una preferenza». Non solo rispetto all'età, ma anche al genere.C'è poi il grande tema delle politiche pubbliche sulla salute mentale. Pezzella affida agli ascoltatori del podcast una riflessione su come in Italia bisognebbe aumentare le figure esperte di psicologia «all'interno degli ambienti pubblici» in modo che questi punti di riferimento diventassero «accessibili a tutti» e «permanenti». Far entrare dunque gli psicologi «nelle scuole, nelle Asl, nei Comuni: un po' già ci si è mossi verso questo obiettivo, ma sicuramente c'è ancora tanto da fare».Per il libro del cuore di Corena Pezzella bisogna arrivare in fondo all'episodio: noi come indizio diciamo solo che è un libro molto breve e poco conosciuto, un'autentica chicca che unisce e intreccia molte storie, ciascuna delle quali ha un finale molto particolare. 

Amazon, Airbnb e le altre: le piattaforme ci stanno cambiando la vita. In meglio? Risponde Ivana Pais

Booking, TripAdvisor, Airbnb, chi non li usa? Negli ultimi anni si è sviluppata una vera e propria economia sulle piattaforme. Ma ci ha migliorato la vita? In questo nuovo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti, registrato live all'università Cattolica di Milano, ne parliamo con Ivana Pais, professoressa ordinaria di Sociologia economica proprio alla Cattolica. «Per alcuni l'ha migliorata molto, e per altri invece no» risponde: «Ha rafforzato delle differenze che ci sono all'interno della nostra società. L'utilizzo del digitale sta aiutando alcuni a correre molto veloci, e altri invece rischiano di avere difficoltà a tenere il passo».Le piattaforme digitali sono una maniera di acquistare beni e servizi che prima della pandemia riguardava prevalentemente le persone giovani ma «con il lockdown tutti abbiamo imparato, chi più chi meno, e per finalità diverse, a usare questi strumenti». Le «grandi resistenze» dei più anziani sono state spazzate via dalla costrizioni dei vari lockdown: adesso per tutti «resta nella nostra quotidianità: diventa un'alternativa che possiamo prendere in considerazione nelle nostre scelte quotidiane».Da un punto di vista accademico, la "Platform economy" è l'evoluzione della "Sharing economy", che Pais ha cominciato a studiare molti anni fa. Ma la Sharing economy, partita durante un momento di forte crisi economica mondiale, si fondava su un principio forse visionario, e sulla spinta a trovare «un modo diverso di interpretare l'economia: la prima versione di queste piattaforme consentiva di esplorare delle possibilità nuove tra cui lo scambio tra pari, in un'ottica di attenzione alla sostenibilità ambientale e di economia circolare». Insomma una economia «collaborativa e di condivisione». Da lì i siti per ospitare sconosciuti sul divano ci casa propria, condividere viaggi in auto e così via. L'idea era quella di «utilizzare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie per creare un'economia e una società migliore». Ma questa sharing economy «è durata pochi anni», scherza la docente, presto soppiantata dalla meno idealista platform economy, perché «i criteri di sostenibilità economica hanno avuto la meglio su quelli di sostenibilità sociale: la storia dell'economica collaborativa è interessante anche per il suo fallimento, perché il fallimento ci dice qualcosa».Le piattaforme sono generalmente aperte a tutti, e i fruitori possono valutare il servizio ricevuto. Questo crea dei mutamenti nelle gerarchie aziendali: il controllo sulla performance del lavoratore, per esempio «oggi viene esercitato dal cliente finale, consapevolmente o inconsapevolmente» spiega Pais, raccontando il «caso-limite» di Amazon Echo Show, attraverso cui le persone controllano con una telecamera «i fattorini che consegnano i pacchi dell'e-commerce e del delivery» sull'uscio di casa (e postano online, arrabbiati, i video di quelli che buttano le scatole senza cura). Un aspetto controverso delle piattaforme è la qualità del lavoro che offrono: è caso per esempio dei riders, pagati (poco) per andare in bicicletta  a ritirare il cibo in pizzerie e ristoranti e poi consegnarlo a casa dei clienti, senza però essere assunti dalle piattaforme che abilitano questo servizio (e che ci guadagnano sopra una percentuale). E qui si staglia un confronto con il passato: una volta, «nelle situazioni in cui c'erano condizioni di lavoro molto dure e anche molto ingiuste, le regole del gioco però erano note: la modalità di organizzazione del lavoro era conosciuta» dice Pais, ricordando la catena di montaggio immortalata da Charlie Chaplin nel suo capolavoro "Tempi Moderni": e così non era difficile «mettere in atto delle azioni collettive per rivendicare il giusto trattamento dei lavoratori».Oggi invece spesso le «regole di funzionamento non vengono comunicate al lavoratore stesso»; le piattaforme si giustificano dicendo che «sapendo come funziona l'algoritmo che regola il gioco, a quel punto i lavoratori potrebbero mettere in atto comportamenti opportunistici per avere dei vantaggi». Tanto che sono spuntati molti gruppi online in cui i lavoratori si scambiano informazioni sul funzionamento dell'algoritmo della piattaforma per la quale lavorano.È dunque ingenuo credere che le piattaforme siano "neutre": «Il potere resta centralizzato: ci sono piattaforme in cui quando un operatore scende sotto una certa soglia reputazionale viene in automatico scollegato», che è un po' l'equivalente di essere licenziato. Torna alla mente una celebre puntata di Black Mirror, "Nosedive", andata in onda per la prima volta nell'ormai lontano 2016 e sempre più attuale.In qualità di principal investigator della ricerca "WePlat – Welfare Systems in the Age of Platforms", Pais col suo gruppo di ricerca ha individuato 127 piattaforme operanti in Italia: 55 nel settore salute, 8 nell’educazione e cura dell’infanzia, 6 nell’assistenza sociosanitaria e 58 trasversali ad almeno due di questi ambiti. «Questa ricerca nasce dal fatto che l'attenzione pubblica e la ricerca accademica sono molto focalizzate esclusivamente sui riders: pare che sia l'unica attività che viene svolta attraverso piattaforma digitale!» esclama Pais: ma invece sono innumerevoli i servizi che possono essere gestiti e forniti tramite piattaforma. E, per dire, le persone che fanno pulizie domestiche attraverso piattaforma sono più numerose dei riders (che in effetti sono solo 15-20mila in tutta Italia) – o quantomeno lo erano prima della pandemia. Eppure non ne parla nessuno. WePlat prova ad approfondire il fenomeno a partire dalle piattaforme che forniscono «servizi essenziali», con l'obiettivo di «individuare modelli di piattaforma che offrano delle opportunità». Certo, «il rider ci lascia la pizza sulla porta di casa», e anche quello è utile: ma, sottolinea Pais, oggi attraverso piattaforma si trovano anche badanti, babysitter, persone che «entrano nell'intimità di casa nostra» e che si prendono cura «della nostra salute fisica e mentale: in gioco c'è ben altro» che la pizza, «ed è molto più interessante». La ricerca indaga le dinamiche che si innescano quando questi servizi «vengono intermediati online anziché attraverso i canali tradizionali».E per chi sogna di inventarsi lanciare la prossima piattaforma "sbancatutto", andandosi ad aggiungere al gotha dei "nerd geniali" come per esempio Danila De Stefano di Unobravo, Pais ricorda che «ormai sappiamo che l'idea conta, ma l'implementazione poi conta di più»: insomma l'intuizione geniale serve, ma non basta.La fondatrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina esplora con Ivana Pais anche la condizione "ibrida" di coloro che usano le piattaforme per per esempio per affittare i propri appartamenti, o vendere vestiti o oggetti usati. «Noi chiamiamo queste persone pro-am, professionisti amatoriali: persone che fanno un'attività non per professione, però al tempo stesso vogliono essere valutati secondo criteri professionali» dice Pais; un altro modo di chiamarli è «slash workers, perchè sono persone che fanno un'attività slash un'altra slash un'altra. Su LinkedIn questo aspetto si nota sempre di più: mentre prima ognuno di noi prima aveva una descrizione, un ruolo professionale, adesso invece per descrivere l'attività di chiunque ci vogliono pagine!».Le piattaforme esercitano un fascino particolare sulle nuove generazioni native digitali, sia in qualità di clienti sia in qualità di lavoratori: «Hanno degli elementi oggettivamente interessanti: rispondono a dei bisogni e anche a dei desideri» dice Ivana Pais. Alcuni lavoratori per esempio «possono trovare delle modalità di organizzazione del lavoro che facilitano la conciliazione del lavoro con i propri tempi di vita o compiti di cura». Insomma, non bisogna fare di tutt'erba un fascio: «Se vediamo tutto come "uberizzazione" stiamo perdendo delle opportunità; se invece facciamo un lavoro più faticoso, dell'analizzare e studiare tutti i tipi di piattaforma, e non solo quelli più visibili, e poi lì dentro andiamo a studiare cosa funziona e cosa non funziona, e che elementi di protezione vanno messi in atto, sia per il lavoratore che per il cliente, allora questo può aprire delle possibilità interessanti».E il libro del cuore di Ivana Pais? Lo trovate alla fine dell'episodio!

Trovare lavoro, ecco come i centri per l'impiego possono servire ai giovani

In Italia il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni purtroppo è soltanto del 30%, ben 15 punti percentuali sotto la media europea; peraltro, il lavoro giovanile è caratterizzato dal fenomeno dell'over-education (essere troppo istruiti per il lavoro che si svolge). Anche lato stipendio i dati non sono buonissimi: l'andamento delle retribuzioni medie della fascia d’età 15-29 anni dal 1975 al 2019 è stato sempre decrescente. Quindi i giovani italiani trovano lavoro con dfifficoltà; e anche quando lo trovano, fanno fatica a mantenersi e ad andare a vivere da soli. Cosa fa lo Stato per aiutarli a trovare non solo lavoro, ma anche un buon lavoro? In questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti, registrato live all'università Cattolica di Milano, parliamo di centri per l'impiego – e più in generale dei servizi e i programmi che le politiche attive del lavoro mettono a disposizione dei giovani – con Francesco Maresca, responsabile del Settore Lavoro della Provincia di Varese dopo essere stato per quasi vent’anni responsabile del Centro per l’impiego di Gallarate.«L'attività di incontro tra domanda e offerta di lavoro dovrebbe essere il core-business dei centri per l'impiego!» esordisce Maresca: «Perché un giovane si reca al cpi? Per trovare lavoro! Un'azienda, perché lo fa? Perché ha bisogno di trovare personale giusto da assumere! Quindi dovremmo concentrarsi su questa funzione. Anche se le leggi nazionali ci caricano spesso purtroppo di incombenze molto burocratiche». «I giovani vengono presso le nostre strutture, ma non nascondo che spesso non le conoscono bene», dice Maresca: «Recentemente sono andato a fare Orientamento in una scuola superiore e ai cinquanta ragazzi che avevo di fronte ho chiesto chi sapeva cos'era un centro per l'impiego: ha alzato la mano un solo ragazzo». Quindi questo episodio serve anche a far conoscere l'esistenza di questi uffici, e i servizi che offrono: si parla di tirocini (anche estivi), delle opportunità di Eurodesk, dei JobDay Eures, dei servizi che un centro per l'impiego offre ai giovani, dell'utilizzo dei social network per entrare in comunicazione coi potenziali utenti più giovani. Maresca approfondisce il funzionamento di GOL, il nuovo servizio per la "garanzia di occupabilità dei lavoratori» finanziato con i fondi del Pnnr, «che permette di accedere a servizi di accompagnamento al lavoro ma anche l'aiuto per le start-up e la formazione». GOL, ricorda Maresca, adesso è aperto anche ai giovani e in qualche modo è andato a sostituire la Garanzia Giovani. Qualche numero rispetto alla realtà dei servizi al lavoro gestita da Maresca, nella provincia di Varese in Lombardia: 8mila patti di servizio sottoscritti ogni anno, di cui 2.200 che coinvolgono giovani; e in media 5-600 tirocini attivati. Il tirocinio in particolare «è uno strumento che utilizziamo molto» specifica Maresca: «sia l'extracurricolare sia il tirocinio estivo, e abbiamo anche quello di inclusione sociale. E abbiamo anche un ottimo risultato occupazionale sulla nostra provincia: arriviamo  al 70% di assunzione dopo i tre mesi di tirocini». Dato che sul territorio nazionale la media è ferma intorno al 30%, si tratta di una performance notevole: «Credo che sia dovuto anche al fatto che siamo molto attenti a far applicare le norme e quindi evitare tirocini che a volte sono un po' seriali» ragiona Maresca. Il cpi di Varese ha anche un ufficio preselezione che copre circa 2mila vacancy all'anno, «e nel 35% dei casi riusciamo a coprire la richiesta aziendale col nostro servizio».La direttrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina parla con Francesco Maresca anche del tema del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, che secondo il dirigente «sta aumentando: le aziende denunciano sempre più spesso la difficoltà di trovare personale. Noi abbiamo un tavolo provinciale dove abbiamo messo insieme tutte le parti sociali; abbiamo fatto un patto per le competenze; stiamo facendo un report con l'analisi dei fabbisogni formativi e lavorativi sul nostro territorio, per dare delle risposte».Le competenze più richieste «sono in assoluto le digitali, le tecniche e le linguistiche» dice Maresca, che dedica anche una riflessione al tema della scala di priorità dei giovani: «Da una indagine che ha fatto la nostra Confartigianato risultava che per i giovani la cosa più importante in assoluto è lo stipendio, addirittura più della stabilità del lavoro. Questo mi ha molto colpito». Il messaggio di Maresca è che «il lavoro non è solo guadagnarsi da vivere. È quello che faremo per la maggior parte della nostra vita, ed è una dimensione sociale fondamentale per trovare anche soddisfazione dalla nostra esistenza: quindi è importantissimo che nel lavoro ci si esprima, si riesca a soddisfare le proprie aspettative».Il libro del cuore di Francesco Maresca? Per scoprirlo dovrete ascoltare l'episodio! Un piccolo indizio: è un saggio scritto da una donna «di intelligenza straordinaria». (Ma del resto, a questa descrizione rispondono in molte, eh eh!).

Career service, uffici stage - tirocini - placement: cosa sono e perché sono utili agli universitari

Oggi in Italia vivono 5 milioni e 800mila giovani tra i 15 e i 24; gli iscritti all'università – anche al di fuori di quella fascia di età, che resta però comunque preponderante – sono più o meno 1 milione 800mila; nel 2021 si sono laureate 370mila persone. Ma chi aiuta tutti questi giovani a orientarsi per trovare un impiego? Per gli universitari esistono uffici che fungono da connettori col mondo del lavoro. Il nome cambia a seconda dell'ateneo: in alcuni  è chiamato career service, in altri ufficio tirocini, oppure ufficio stage, o ancora servizio placement... Tanti nomi per intendere un solo concetto: aiutare i giovani a trovare stage – e talvolta anche lavoro.In questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti Giovanni Castiglioni, Academic Career Officer presso il Servizio Stage & Placement dell'università Cattolica, fa una panoramica delle opportunità e dei servizi che sono a disposizione di uno studente universitario che vuole, mentre studia, già avvicinarsi al mondo del lavoro.  Gli uffici di questo tipo organizzano molte attività di orientamento. Per esempio, l'università Cattolica ospita ogni anno «una serie di eventi attraverso cui gli studenti possono farsi un'idea di che tipo di lavoro potranno andare a svolgere, incontrare dei professionisti del mercato del lavoro, e iniziare capire qual è la loro strada». E poi ci sono i career day, organizzati dalle università o da enti esterni, per mettere in contatto diretto aziende e candidati. Servono davvero? Castiglioni è convinto di sì: «E' una buona occasione. Il career day è un evento fieristico: ogni azienda ha il suo stand, ed è un modo per portare fisicamente il cv stampato, alla vecchia maniera. Conoscere un recruiter dal vivo è un'altra cosa rispetto a fare un incontro online o spedire un cv!».Gli uffici stage-placement universitari si occupano poi degli stage, sia curricolari sia extracurricolari: «Noi seguiamo tutto l'iter di attivazione, dalla compilazione del form alla verifica che il progetto formativo sia stato compilato e il tirocinio possa iniziare e poi concludersi nella data indicata» dice Castiglioni. Ogni anno il Servizio Stage & Placement della Cattolica attiva circa 10mila tirocini – dei quali «poco più di 500 sono extracurricolari, quindi per neolaureati», per i primi 12 mesi dopo la laurea –  e organizza più di 400 eventi complessivamente su tutte le sedi dell'università, rivolti ai 40mila studenti iscritti: «più di uno al giorno!». Ovviamente alcuni attirano più pubblico, altri meno: in totale l'anno scorso ci sono state 25mila presenze di studenti a questi eventi. «Negli anni ci siamo un po' "tarati", abbiamo capito quali sono quelli che funzionano di più» ride Castiglioni; per esempio «le presentazioni aziendali, in cui l'azienda viene in università e si presenta, non le facciamo quasi più. Funzionano molto di più i field project, i workshop, le company visit».Il consiglio di Giovanni Castiglioni per i giovani: «Non aver paura di sbagliare» e poi «essere curiosi». E quello per le aziende: «È come se ci fosse un nuovo mercato del lavoro, come se la pandemia avesse messo i riflettori su tutta una serie di aspetti che prima non venivano approfonditi: penso per esempio al benessere sul luogo di lavoro, all'importanza di stare bene in azienda, di avere degli orari conciliabili con la propria vita privata. Studenti e neolaureati oggi sono più sensibili a queste tematiche. La fatica che fanno le aziende a ricercare i cosiddetti talenti sta in questo: adesso un grande brand non è più sufficiente ad attrarre le persone, quindi bisogna raccontarsi di più e raccontare meglio il luogo di lavoro».E il libro scelto da Giovanni Castiglioni come consiglio di lettura? Per scoprirlo dovrete ascoltare la puntata fino alla fine. Un indizio: nessun altro ospite prima di lui aveva scelto un'opera di questo tipo!

Maternità e lavoro si nutrono a vicenda, è ora di rompere il tabù: per una vera parità di genere in azienda

Ci sono ancora molti ostacoli per le donne nel mondo del lavoro. Gli stereotipi di genere, per esempio, ancora disegnano competenze e mestieri “da uomini” e “da donne”, dove i secondi sono praticamente tutti meno prestigiosi, meno pagati, e percepiti come meno impegnativi e più “femminili”. Dove il femminile sta ovviamente nel lavoro di cura, con meno responsabilità e orari ridotti, per garantire alle donne la possibilità di occuparsi della propria famiglia, che ovviamente è il loro compito primario.Del resto non c’è da sorprendersi: questa ineguaglianza è sancita perfino nella nostra Costituzione all'articolo 37 che recita: «Le condizioni di lavoro [della donna] devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare». Proprio da queste parole – intese dai padri costituenti ottant'anni fa, a onor del vero,  a protezione delle donne, e non per danneggiarle: ma i tempi sono cambiati... – si evince che il punto fondamentale che relega le donne indietro nel mercato del lavoro è proprio il fatto che possano diventare madri, e che anzi questa loro funzione di cura della prole sia considerata sopra tutte le altre (e non spartibile con i compagni).Vi è anche una convinzione diffusa che questo avvenimento, la maternità, possa distogliere la loro attenzione dal lavoro, renderle meno capaci, meno focalizzate. Che essere mamme equivalga, se non a diventare incapaci, comunque a peggiorare sul lavoro. Ancora troppe aziende, peraltro, discriminano le donne già in sede di colloquio, oppure nei percorsi di carriera, perché percepiscono come una seccatura e un danno il congedo di maternità che segue (o seguirebbe) una loro gravidanza, e poi il fatto che al ritorno al lavoro le neomamme possano avere degli impegni legati alla cura del bambino, degli imprevisti, e quindi essere meno affidabili e assidue. Si crea quindi il paradosso per cui le donne che ci tengono alla loro carriera, o che hanno semplicemente bisogno del loro lavoro, cominciano a percepire il fatto di poter diventare madri come una minaccia alla loro realizzazione professionale, e a chiedersi se sia davvero possibile avere il pane le rose, e conciliare la propria identità di donne lavoratrici con il sogno della maternità.Ma in realtà... una cosa nutre l’altra! È questo il potente messaggio di un libro dal titolo “Il congedo originale”, uscito di recente con il sottotitolo “Perché le aziende temono la maternità”. In questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti abbiamo parlato di maternità e lavoro con le due autrici, Sonia Malaspina e Marialaura Agosta.Malaspina e Agosta sono due manager di Danone e attiviste per la parità di genere, una battaglia che Malaspina in particolare combatte da oltre un decennio, implementando in azienda una policy innovativa per la valorizzazione delle dipendenti madri che negli anni è stata adottata da Danone a livello mondo, e facendo opera di divulgazione anche attraverso un TEDx Talk realizzato nel 2021 al TedXLegnano con il titolo "Come implementare la parità di genere sul posto di lavoro". Il messaggio principale di Malaspina e Agosta è che la maternità, e più in generale il lavoro di cura, sia un elemento positivo per le persone anche sul luogo di lavoro. E che quindi le aziende non dovrebbero temerla, bensì riconoscerla come palestra di competenze, valorizzarla, e far sentire accolte le persone anziché penalizzarle per il fatto di avere dei figli a casa. Perché, dati e metriche alla mano, valorizzare le madri sul lavoro conviene.Sonia Malaspina parteciperà il prossimo martedì 16 maggio al Festival Nobilita, a Roma, nel panel “Dove sta andando il lavoro? Nuove geografie, nuove economie” moderato da Marta Cagnola di Radio24, proprio per portare la tematica della maternità sul posto del lavoro affrontata ne “Il congedo originale”.

Un sindacato capace di rappresentare le nuove generazioni, Nicoletta Merlo della Cisl ha una strategia

C'è stato, negli anni, un progressivo scollamento tra i cittadini – sopratutto giovani – e il sindacato. Il mercato del lavoro, specie a partire dalla metà degli anni Novanta, è cambiato, diventando più fluido e precario; e l'avvento di forme contrattuali nuove e sopratutto di modalità di lavoro nuove, spesso svincolate dalla classica “unità di tempo e di spazio”, ha comportato per segmenti sempre più folti di lavoratori una maggiore difficoltà nell'incrociare nella propria quotidianità i sindacalisti, e di considerarli degli interlocutori validi in caso di difficoltà. Inoltre alcune battaglie sindacali combattute negli ultimi anni, come quella contro l'abolizione dell'articolo 18 e contro il contratto a tutele crescenti, a molti sono sembrate battaglie di retroguardia, tese a preservare i privilegi dei lavoratori più anziani a scapito dei nuovi entranti, più che ad assicurare un mercato del lavoro più giusto per tutti.Eppure il sindacato ha svolto e svolge un ruolo fondamentale nella nostra società. Senza il sindacato non avremo giustizia sul luogo di lavoro. Non avremmo salari equi, un monte ore massimo di ore che i datori di lavoro possono chiedere come prestazione ogni giorno, ogni settimana, ogni mese; non avremmo giorni di riposo prestabiliti, né leggi che tutelano la sicurezza dei lavoratori. Non avremmo tutele per le lavoratrici che vanno in maternità, né per quelle che tornano dalla maternità. Non avremmo armi contro le discriminazioni e contro i licenziamenti ingiusti.Per questo la crisi di fiducia nei confronti dei sindacati desta preoccupazione e va affrontata. Specialmente se riguarda le giovani generazioni, cioè chi oggi ha appena cominciato a lavorare, o comincerà a breve.  Parliamo del tema giovani e sindacato in questo episodio del podcast della Repubblica degli Stagisti con Nicoletta Merlo, responsabile delle Politiche Giovanili della Cisl nazionale.Prima ancora di incontrare la Cisl, Merlo è stata una giovane amministratrice: assessora per due mandati presso il suo comune di origine a Campo Ligure, in provincia di Genova, e vice coordinatrice regionale di Anci Giovani. Entrata in Cisl a 26 anni, ha fatto anche un percorso europeo nella Confederazione Europea dei Sindacati (Ces) che l'ha portata a far parte dell’Ufficio di presidenza del Comitato giovani della Ces; oggi, a quasi 36 anni, non solo è responsabile delle Politiche Giovanili della Cisl nazionale ma è anche tra i componenti del Comitato Economico e Sociale Europeo.A lei l'arduo compito di approfondire, gestire e mitigare il progressivo scollamento tra giovani e sindacato, e possibilmente invertire la rotta. Da una ricerca realizzata dall'Iref, l'Istituto di ricerche educative e formative delle Acli – uno studio quantitativo condotto su oltre 2.500 ragazzi tra i 18 e i 29 anni e pubblicato nel 2017 con il titolo “Il ri(s)catto del presente” – emergeva che rispetto alle azioni da intraprendere per tutelare il proprio posto di lavoro, alla domanda “Per difendere il proprio posto di lavoro cos'è meglio?”, solo l'11,1% degli intervistati risponde il sindacato. E quasi il 40% pensa che oggi non ci sia più “modo di difendere il proprio posto di lavoro”. Ma secondo Nicoletta Merlo più che pensare che i giovani si siano allontanati dal sindacato, bisogna fare i conti con il fatto che il lavoro si è allontanato dai giovani: «Sono ancora troppi i lavoratori precari, i giovani che non riescono a trovare lavoro, per non parlare del problema dei Neet. Quando si analizza l'adesione dei giovani al sindacato, bisogna anche valutare tutte queste circostanze».Con la fondatrice della Repubblica degli Stagisti Eleonora Voltolina nel corso della puntata la sindacalista ripercorre e commenta anche i contenuti del documento “Raccomandazioni per il coinvolgimento dei giovani nei sindacati” pubblicato di recente dalla Ces: un vademecum che mira a fornire ai sindacati suggerimenti per coinvolgere i giovani lavoratori nelle strutture sindacali, invitando anche a “parlare la lingua dei giovani”, a costruire campagne mirate e utilizzare “strumenti di comunicazione che interessano i giovani e attirano la loro attenzione, come social media, video, podcast o newsletter”. Il documento focalizza anche la necessità di evitare di predicare bene e razzolare male: e cioè di continuare a escludere le associazioni giovanili nei processi decisionali. “I giovani iscritti sono ancora troppo poco rappresentati negli organi decisionali”, si legge, e bisogna senza indugio cominciare finalmente a “trattare le problematiche che i giovani devono affrontare nel mercato del lavoro. Ideare politiche e iniziative legislative specifiche volte a promuovere meglio i loro diritti, facilitare l’accesso al mercato del lavoro e a lavori di qualità ed ecosostenibili. Sviluppare politiche su temi come apprendistati, tirocini, disoccupazione giovanile, lavoro precario, lavoro su piattaforme digitali, salari dei giovani, contratti a zero ore, discriminazione (sulla base dell’età e di altri motivi)”.Fino alla proposta di “stabilire quote giovani”. Un male che, al pari delle quote rosa, potrebbe rivelarsi efficace e perfino necessario, anche secondo Nicoletta Merlo.